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[back to santiago]: il primitivo della cri

30 maggio
9 tappa: da cadavo Valeria a lugo

oggi che faccio la wise-peregrina e mi alzo prestissimo dormono in troppi per poter muovermi libera
uff.

perdo una calza.
perdo una bottiglia d'acqua.
a una settimana dall'inizio del cammino lo considero un assoluto successo.

colazione con pane e olio ["vieni, muso?"], yogurt, nescaffè [i regali del cammino vengono sempre buoni, "merci jp"].
b. mi regala un spilletta.

"don’t forget to put lots of suncreme on. it is quite foggy today".
gli auricolari che avevo intensamente lavato l'altro giorno affogandoli insieme ai pantaloni nella bacinella di plastica funzionano.

un cane abbaia in un recinto.
un gatto davanti ad una fattoria spersa.
il frizzare dei cavi dell'alta tensione.
il profumo di erba tagliata, sentore di pesto.
l'incredibile meraviglia e l'immenso stupore - mondo nuovo, altra vita possibile - che sempre accompagna i pellegrini al loro primo cammino.
passi.
parole.

"lunga o corta?".
"difficoltà?"
"bassa".
"corta. sono 30 km oggi".
"lunga. ci è passato jp. mi ha detto che è bella".

intanto jova canta:
a te che sei, semplicemente sei sostanza dei giorni miei
a te che sei il mio grande amore ed il mio amore grande
a te che hai preso la mia vita e ne hai fatto molto di più
a te che hai reso la mia vita bella da morire.
a te che hai preso la mia vita e ne hai fatto molto di più

panchina a inizio del paese.
una cicogna su un palo della luce, la prima che vedo.
colazione nel peggior bar di caracas castroverde.
un bancone esploso di piatti abbandonati, tazzine sporche, resti di cibo.
niente tortilla.
soprattutto niente amici pellegrini che ero certa avrei trovato.
male, molto male.
mi indispone.

una pellegrina lontana, un braccio alzato, un saluto a riconoscersi.
la chitarra sullo zaino, timbri sul corpo di legno chiaro.
seduto in macchina dietro la sua mamma un bambino - voce piccola, occhi stretti in un sorriso: "buen camino" "gracias, chico".
una casa in vendita.
c'è anche un laghetto.
"compriamo? cambiamo vita?".

di testa, più che di fisico.
oggi faccio fatica.
questo è.
capita.
un passo.
dopo un passo.
dopo un passo.
non c'è altra via.

dopo le così tante parole con m. ieri, oggi cammino sola.
che sia questo, a rendermi strana?
"dai, fammi compagnia".
"dai, ti faccio compagnia".
telefonate ad accompagnare passi.
aiutano.
non risolvono.
arranco.
striscio abbastanza.
vado cercando un posto in cui sbattermi giù.

eccolo.
dopo la cava, slargo tra strada e sentiero, stabile abbandonato, graffiti su intonaco a pezzi, basamento in cemento di cartello divelto.
sia.

pan y pan.
un sorso di acqua.
"sono a pezzi. dormo".
dormire.
dentro il sonno, sentire lontanissimi passi che passano accanto, ticchettare di bastoncini, voci pellegrine.

poi d'un tratto.
passi che non passano.
passi che stanno.
chi è?
apro un occhio.
lo spagnolo, i due portoghesi: amici miei.

mi basta un attimo per esserci, per capire che se voglio uscire dall'agonia di questa mattina, loro posso traghettarmi oltre: "hombres, vengo con voi".
zaino sulle spalle, vado.
mai scelta migliore.
adesso.
adesso sì.

"in questi giorni hai sempre portato energia e vita a tutti. è bello essere noi a portartela, ora".
"a volte si dà, a volte si prende".
"insegna anche a mostrarsi fragili, il cammino. a dire: ho bisogno di aiuto. aiutami, per favore".
"mi salvadores".
"l'abbiamo resuscitata noi, la mamma italiana".
la strada vola.
noi non siamo amici.
noi siamo amici del cammino.
ed è una cosa del tutto diversa.

tendone bianco su bordo strada, palco pronto, tavoli apparecchiati: festa di paese in mezzo al nulla
"una can̈a?".
saranno due.
saranno tre.
peccato non si possa mangiare.
partiamo noi quattro.
saremo tanti.
felicità.
sorpresa.
allegria.
fiesta regalo di cammino.
quanto ridono gli iberici per la mia incapacità e involontà a buttare per terra le bucce delle arachidi: "faccio fatica. sono una ligia alle regole".
non ci crede nessuno.
ridono tutti.
dopo 20 minuti sotto il tendone riesco a gettarle con un poco di naturalezza in più, ma poca appena.

stiamo per andare.
"che santo festeggiate?".
"san martino".
"ma san martino è l'11 novembre".
"claro, ma noi lo festeggiamo a fine maggio, che almeno c'è il sole".

il passo con cui ripartiamo dal tendone.
questo.
esattamente questo.
ce la mangiamo la strada.
ce la mangiamo la vita.
a turno guida qualcuno, spesso anche io.
e pensare che invece solo due ore fa.

passare sopra l'autostrada.
la città ad avvicinarsi.
la discesa.
la consapevolezza delle salita.
la baldanza con cui l'affrontiamo.

il primo bar.
lascio maschi.
vado sola.
il mojon dei cento km.
"cento".
foto.
la riceve solo qualcuno: serve sapere, qualcuno sa.
"evviva".
"bella tu".
"bravissima".
"che onore".

le mura della città.
il casco antiguo.
mischiarsi alla città.
mischiarsi alla vita.
essere sempre altro.
passi veloci.
verso la cattedrale.

eccola.
pensavo fosse la facciata, è solo il lato.
me ne renderò conto dopo molto.
mi piace moltissimo.
zaino levato, piedi nudi, schiena a terra.
sto.
mi godo la pietra, i secoli, il cielo, la materia, il nulla, l'essere arrivata, briciole di amicizia, il mio corpo che tanto può.
mi riempio gli occhi.
mi riempio il cuore.
dormo stesa tra selciato e zaino.

albergue.
gestito da suore, pavimento in marmorino, ricorda un collegio.
è tutto molto sommesso, santo, contenuto.
stride con il mood di questo mio cammino - così del mondo, così degli altri.
l'hospitalera non è di primissimo pelo: "potrebbe essere la sorella di san giacomo".
anyway.
ho una cama.
e tanto basta.

doccia.
"ci vediamo?".
"due minuti e fuggo".
in plaza major vorremmo correrci incontro.
nessuno ne ha la forza.

clara su calle non turistica.
dirci delle ultime 24 ore.
ridere molto.
una tostada con tomate [non si discosta molto da pan y pan, però un po' sì e tanto basta per esserne felici].

i quattro ragazzi che arrivano in bici da bologna.
quando mi alzo rispondendo allegra al telefono gli cada la mascella.
sicuro non se lo immaginavano, fossi italiana.

"posso chiedervi una cosa?".
"anche due".
no, la ruta de los hospitales non l'hanno fatta.
sì, sono autonomi in tutto - 40 chili di attrezzatura ognuno, girano con una cucina portatile su un cariolino autocostruito, il tagliere in legno d'ulivo è parecchio più grande di quello che uso io in my real life.
d'altra parte uno di loro e chef, il mio obbiettivo è poco più che non morire e non far morire di fame.

"vorrei mangiare pasta".
non dico niente.
l'amicizia pellegrina viene prima della cottura al dente.

bar sulla piazza.
parrebbe molto turistico, eppure quelle sono per certo sciure della lugo bene.
degli spaghetti bianchicci con un ragù piuttosto acquoso, una carbonara che non ha mai visto né uovo, né pecorino, né guanciale, né pepe - so, what?
una tiella con uova, patate, chorizo, una piscina di unto di chorizo che non so bene quando digerirò.

r. senza r. passa e mi saluta: "amore".
chiacchiere, ma più lente del solito.
ci pesano addosso gli ultimi cento chilometri, la fine del cammino, la meta a portata di mano.
pesano addosso a noi, figurati a jp, i suoi 1500 chilometri da le puy en velais nelle gambe, tutta la strada nelle ruote del cariolino.

fuso orario pellegrino
salutarsi.
attorno a noi la città non ha neanche ancora iniziato a prepararsi alla sera.

albergue.
sono a letto prima delle 21.00.
così presto non era mai capitato, in questo cammino.
oggi va così.
oggi va bene così.

troppo a lungo suono di messaggi che arrivano dal letto della vicina.
non ci sono tappi che tengano.
tocca chiedere di poter dormire.
per tutta la notte dalle tapparelle mezzo sollevate filtrerà la luce arancione della strada.
a lunghissimo en la calle grida spagnole di notte spagnola.

cri
 
Ultima modifica:
zaino levato, piedi nudi, schiena a terra.
sto.
mi godo la pietra, i secoli, il cielo, la materia, il nulla, l'essere arrivata, briciole di amicizia, il mio corpo che tanto può.
mi riempio gli occhi.
mi riempio il cuore.
dormo stesa tra selciato e zaino.
Ti vedo, Cri::-)
 
,
Mi son messa in
pari con il tuo primitivo :)
Chissà se riuscirò a rifarlo .
Intanto sogno e non è poco,,
Cetty
 
31 maggio
10 tappa: da lugo a ponte a Ferreira

sveglia che suona.
scricchiolare di sacchetto.
clangore metallico.
alle 5.41 è uscita la prima.
alle 6.24 non ne posso più delle molestie pellegrine.
mi alzo.
vado.

il tempo di uscire dall'albergue.
arriva lui, alto alto.
girava con tre ragazze.
"dove sono le tue amiche?".
"si sono fermate in un pueblo grande qualche giorno fa. avevano bisogno di fare unghie, capelli, massggi, stuff like this. avevano bisogno fare cose da donne to feel well".
a me niente mi fa stare meglio che i passi sulla strada, l'orizzonte davanti, il sole a brillare negli occhi.
faccio poche cose da donne.
sono donna in un modo tutto mio.

"c'è qualche bar aperto in città?".
"non ho visto niente".
passi con lui.

"dove sei?".
"sto passando ora il ponte".
"arrivo. ti raggiungo".
[...].
"jp, mon ami".
gli occhi lucidi di allergia, una carezza su quella barba rasata.

erano davanti a noi.
si fermano.
tornano indietro.
"dove andate?".
"c'è una stazione di servizio lì. andiamo a fare colazione".
geni.
li seguiamo.

seduti sul marciapiede tra pompe di benzina e pattumiera, caffè e brioche.
colazione in posti parecchio eleganti.

"sai, jp... per me santiago è più un arrivo che ha a che fare con la socialità: i tuoi amici pellegrini, quelli che arrivano da altre strade e però insieme, quelli che ci sono arrivati ben prima di te, quell'umanità in cammino nel corso dei secoli. finisterre invece... finisterre per me rra stato più un arrivo mio, della mia anima, uno scontrarsi tra la finitezza mia e le possibilità alla fine dell'andare, tra la finitezza dell'uomo e l'immensità del mondo".

compartir pure un fazzoletto.
un cavallo dentro un recinto ci corre incontro.
saltare oltre un fosso per andare ad accarezzarlo.
il 205 trophée, guidare nel deserto, la via lattea dentro quelle notti immense.
una margherita in bocca
lui voltato da una parte, io dall'altra, pipì [e cmq voi maschietti non avete idea di che fortuna è esserlo in cammino, poterla fare senza accasciarsi sulle ginocchia, senza dover fare quell'immane fatica per rialzarsi su giunture doloranti].
un cartello stradale per palas de rei, memoria di cammini che furono.

"ti piace qui?".
"molto".
radura sul ciglio della strada, alberi imponenti, casa disabitata, gradino in pietra.
fornellino, pentolino, acqua, l'ultima bustina di nescaffè.
un pezzo di pane, una mela tagliata col coltello.

a lungo riusciamo a camminare insieme, asfalto dentro il bosco.
poi la verità è che lui ha un passo diverso dal mio.
senza neanche dirsi niente, lascio andare.
va.

bivio senza traffico.
zaino levato, schiena su asfalto.
stesa a telefonare, sole e sogni a brillarmi addosso.
alle mie spalle passano i pellegrini.

eccolo, a 17 km da lugo.
ci fermiamo tutti.
pan con queso, tomate e tortilla francese.
clara y clara.

uno dei due portoghesi da oggi allunga, il 2 deve essere a santiago.
"ciao, b. abbi cura di te. che tutto ti vada bene".
dopo h. il primo vero addio di questo cammino.
non tutti sono destinati a durare, alcuni portano felicità e aiuto per brevi istanti della nostra vita.
non è meno bello, solo diverso.

"è pazzesco, cri. conosci tutti, hai una parola buona per tutti, fai ridere tutti, vuoi bene a tutti, ti vogliono bene tutti".
per questo.
per questo voglio essere ricordata.
[che mi sia così facile spargere amore perché io sono infinitamente, immensamente, perfettamente amata?]

"andiamo?".
"andiamo".
gli ultimi dieci km con m.
passi e allegria.
qualcosa tipo: "va bene io, cri. ma anche tu non scherzi con la capacità di mandare in vacca cose serissime e poetiche", però in german style.

il primo vero bosco di eucalipti.
"casa", scriverà qualcuno.
casa.
davvero.

"clara?".
"claro".
y tortilla.
non so quante uova ho mangiato da ieri sera, tantissime cmq.
le scape levate, il sole addosso, quella minuscola ombra, quel mood di estate spagnola.

"fammi vedere".
"ho provato a passare il filo ma non sono riuscita".
"ti fidi?".
"certo".
"ho paura di farti male".
"non mi fai male".
tallone italico, mani francesi, forbicine da unghie.
fidarsi, affidarsi.
prendersi cura, lasciarsi curare.

li avevo visti addentando la tortilla.
"quelli secondo me sono italiani".
lo sono, 24 e 26 anni.
spersi assolutamente spersi.
primo giorno sul primo cammino.
uno lo fa in ciabatte massacrandosi la pianta del piede perché le scarpe gli hanno massacrato le dita dei piedi.

li ritrovo in camerata.
"se ha avuto tempo di partire da oviedo, immagino sia già in pensione".
quel lei che così tanto stona con questi passi, quel presumere.
"tu sei una brutta persona. io con te non ci voglio più parlare" rido.
rivoglio h. che mi dava 38 anni.
anche 36.
al massimo 40.
mi siedo sulla panchina davanti alla camera.
li sento bisbigliare: "sarà pure vecchia, ma per certo è messa meglio di noi".
soddisfazione.
però per la miseria, davvero a 25 anni sono così incapaci di stare al mondo, così grezzi [perfetto aggettivo, grazie] dentro le cose della vita?
eravamo così inabili all'aver a che fare con l'umanità pure noi?
e poi ancora.
da un parte, andassero a ibiza; dall'altra avrebbero potuto andare a ibiza, e invece sono qui, a lasciarsi contagiare dai passi, e non lo sa mai nessuno come e quando lavora il cammino.

risalire il bosco, ponte e rio, ombra e fronde dense - posto di fate, posto di gnomi.
l'albergue degli altri.
quel pratino verde.
un campo di fieno tagliato in cui mi siedo a chiacchierare.
le bottigliette di birra.
due bicchieri di vino.
un'insalata dopo giorni.
tornare nel mio albergue, i passi sola nel bosco ai margini della notte.

e comunque.
quando entro nella stanza, i due pischellini "quindi sei già in pensione" sono già in branda.
dirà qualcuno: "non avevo dubbi".

cri
 
Ultima modifica:
1 giugno 2026
undicesima tappa: da ponte a Ferreira a boentos

di prima mattina voce roca, voce morbida.
occhi a ridere, piedi nudi, gambe appoggiate al muro.
parole dette.
parole scritte.

"non parti?".
"sì, prima o poi partirò. per ora me la godo".
pischelli vs vecchietta pensionata [cmq è bello che non la prendo mai sul personale].
non lo sanno, loro, quanto è bello essere grandi, godersela, non dovere più niente a nessuno, non agli altri, non a sé stessi.

me l'aveva promesso ieri sera.
"non esiste che ti diano della vecchia. ci penso io quando tutti dormono".
stamattina mi sveglia così.

hai già letto il corriere?​
Due pellegrini trovati morti vicino a Ferreira sul Camino Primitivo​
Ferreira – Le autorità stanno indagando sulla morte di due pellegrini italiani trovati in un ruscello nei pressi di Ferreira. Secondo le prime ipotesi degli investigatori, le circostanze del decesso risultano sospette. Al momento non vi sono arresti e le forze dell’ordine invitano eventuali testimoni a fornire informazioni utili alle indagini.​

poco prima delle otto finalmente esco.
andando rosicchio un pezzo di pane ormai secco che mi porto dietro da tre giorni.
bosco del primo chilometro, consensa di fiato.
io in canottiera - a voler essere del tutto onesti, non proprio un'idea brillante. anyway. cercare la camicia e mettersela sarebbe troppo sbatti.

andare.
andare sola.
prenotare pilates per lunedì prossimo - primo rientro in un cada dia.
rendersi conto che giovedì sera.
madre, giovedì sera.
è qui, però non ancora.
venerdì a cena pasta al forno della nonna giovanna.

dal nonno:
Ciao Fagottino,
guardo e riguardo le tue foto: mi fanno rivivere momenti importanti ed indimenticabili.
Importanti ed indimenticabili per me oggi così come lo saranno per te un giorno.
Buon Cammino, Fagottino, buona giornata ed un bacetto.
Pa'.

la seconda colazione che per me è la prima.
un portone che quasi nasconde, delle calle, il bizcocho ["possiamo dirlo che le sfogliatelle ricce sono più buone?", "possiamo dirlo sì", risponde l'aereonatico militare di napoli].
e. il colombiano ci regala un pezzetto di legno pirografato [lo si perderà, lo si ritroverà o piuttosto chissà, però adesso intanto sì].

"com'è essere sul cammino 19 anni dopo, cri?".
"la stessa felicità dei 30 anni ma con la consapevolezza e la gratitudine dei 50".
quindi è di più.
ancora di più.
ancora più intenso.
ancora più immenso.

le ragazzine giovani che sono apparse sul cammino in questi ultimi chilometri.
sono belle, indubbiamente belle.
una ha un maglietta che le lascia scoperto l'ombelico, una un top con un intrigante gioco di cordini sulla schiena, una dei leggins bianchi e un fisico che li concede.
loro sono bellissime, ma dovessi innamorarmi, io mi innamorerei di me [poi ecco. c'è da dire che forse sono un po' di parte].

sulla salita, la coppia polacca.
"how are you, cri?"
"fine".
"in effetti si vede. look what an happy face".
che alla fine sì.
alla fine è questione di faccia.
e noi - noi pellegrini "veri", noi pellegrini di cuore, noi pellegrini di animo - noi ce l'abbiamo, quella faccia lì, quel sorriso lì, quegli occhi lì.
sono gli altri che neanche sanno, neanche capiscono, neanche intuiscono cosa si perdono.

"provo a raggiungere m.".
mi aspettava, oltre un alto che apre su una vista sconfinata.
m. on the rock.
lacrime asciugate allo scorgermi [che poi... arrivo urlando "paso mortale": scorgermi non è proprio la parola giusta].

"mi sa che hai bisogno di un abbraccio".
abbraccio in bilico on the rock.
precarietà.
equilibrio.
amicizia di passi.

tendone bianco, ombra, pesci nella fontana.
tortilla e clara.
la bellezza di questi quattro ragazzi che girano con la chitarra.
la freschezza che si portano addosso, la leggerezza, la libertà, la spensieratezza.
così sì.
così essere giovani sì altro che pischello-ciabattino & socio-pischello.

v. è polacca.
inizierà una nuova vita in norvegia.
proprio oggi le devono mandare il contratto firmato.
che paura che ha, e che cammino che sarà, la nuova vita in norvegia.
"non so quale dei due sia il cammino più faticoso".
"io invece lo so con assoluta certezza. e no, non è quello che ha a che fare con i piedi".

m. fotografa topi morti, anche talpe morte.
delle talpe morte manda in giro le foto: "la galizia ti piacerebbe sicuramente".
il maulwurf grabowski e l'orsetto petzi: "avresti mai pensato di avere ricordi in comune con una mamma italiana?".

melide.
"adesso siamo in città. per favore comportati bene".
"bene come? come un francese elegante, un antico romano, un viennese danzante, un milanese vestito armani?".
indubbiamente drama-queen, m. mi fa molto ridere.

una clara.
i pellegrini che arrivano dal francese.
quelli che zoppicano aggrappati ai bastoncini.
un'americana immensa [è fotografia, non bodyshaming, lo sappia sandrino], gli zainetti da giornata.
sono stranita.
siamo straniti.
ora però è ora di pranzo, di pulpo, di pimientos, addirittura di un esperesso.
allo straniamento ci si pensi poi.

all'improvviso l'intuizione: dell'origine delle guerre.
sul cammino si è sempre detto: "siamo tutti amici, tutti fratelli, peace and love, la vita come dovrebbe essere".
e però poi:
"ridicoli, voi che venite dal francese".
"tutto piatto, facile così".
"mica come noi che arriviamo dal primitivo".
"vuoi mettere le montagne?".
"però il nostro è più lungo".
"ottocento chilometri".
"quanti voi?".
"sì, ma come siete messi a dislivelli?".
un niente, ed è inferno.
un niente, ed è miccia.

esco da melide.
esco sola.
ci stiamo sgranando.
mi spiace.
mi mancano, i miei amici del primitivo.
[a posteriori no. a posteriori è stato perfetto così].

forse un chilometro fuori dalla città.
tre, davanti a me.
all'apparenza sono roba da ultimi 100 chilometri - come camminano, come si muovono, gli zaini, le scarpe, i pantaloni.
e però li scruto.
e nel guardali mi commuovo.
perchè hey - fulmine addosso - stiamo tutti andando nella stessa direzione, tutti verso ovest, tutti verso quella piazza, tutti verso l'apostolo.
noi oggi.
noi da centinaia di anni.

"chiamami".
pianta e telefono.
zaino levato, culo a terra.
voce rotta, acquedotto romano.
emozioni - mazzo quante, chi l'avrebbe mai detto.

arrivare qui.
arrivarci 19 anni dopo.
arrivarci con i miei ragazzi dentro la vita.
[più di tutto questo" arrivarci con i miei ragazzi dentro la vita']
arrivarci con gli amori che mi hanno portato qui, i dolori, l'allegria, la vita, il sorriso, le cicatrici, l'essere, il diventare, la leggerezza, le lacrime, la follia, la forza, la perseveranza, la sete e la fame.
arrivarci ora consapevole di me, di chi sono, cosa porto, cosa merito, cosa voglio, quanto valgo; l'ultima volta non sapere niente di me, 30 giorni e 30 anni a cercarmi, provarmi, diventarmi, eppure ancora non essere, ancora non esserci, ancora non essermi.
arrivarci con il "questa è la mia vita, e io le sono immensamente grata", l'ultima volta chiedermi "e adesso? adesso che mancano due giorni cosa me ne faccio della mia vita? adesso che tutti dicono che il cammino cambia te e cambia la tua vita, ma a me non mi ha mica cambiato, e allora? allora che si fa? allora che faccio?".

"ah. cmq ho appena ruttato pimiento de padron".
così.
che va bene essere sentimemtali, poetici, emozionati.
ma vuoi mettere il brivido che dà mandarla in vacca in mezzo secondo netto?

"allora, fai il desvio per evitare rimini?"
"no, alla fine no. ho messo su un passo da battaglia e ora vado a riprendermeli tutti, turigrini di mer*a".
"eccola, la cri. eccola".

neanche la soddisfazione del riprenderli.
neanche quella.
obelix con i romani - e chi sa, sa.

albergue.
lusso sfacciato, marmo e scala in vetro.
"che ti sei concessa?".
"ma vah, 18 euro di privato".

però piscina.
però piedi dentro - smalto fucsia, piastrelle blu, acqua fredda fresca.
però "claro que puedes bañarte" - "vedi che ho fatto bene a portarmi un reggiseno atto allo scopo per 300 chilometri".
dura la vita dei pellegrini.
durissima.

qualche chiacchiera con i quattro ragazzi con la chitarra - sul primitivo non andavamo oltre alla normale gentilezza, generazioni che non avevano nulla da spartire, qui ci accomuna l'essere diversi dagli altri, e quindi sì [spazio per riflessioni sulla sinistra italiana: "non è quello che ci unisce, a unirci, ma quello che ci divide"].

"allora, sto francese a distanza di 19 anni? voglio le impressioni a caldo".
uno screenshot dalla chat di WhatsApp.
19 anni.
mille vite.
ca**o.
bello.
strano.

mi pare che noi primitivi si sia gli unici a lavare i panni a mano col sapone che troviamo.
quando una pellegrina in camerata apre e chiude più volte a chiave l'armadietto ci resto male.
davvero?
davvero così?

cena: tre gruppi, quattro ognuno per conto suo, io sola.

a me stasera non pesa.
a me stasera anzi va bene.
non ho voglia di niente.
non ho voglia di nessuno.
non ho voglia di gettare ponti, tessere legami, lanciarmi nell'altrove [perché poi? per cosa? cinquanta chilometri e siamo arrivati].
voglio solo me, i miei pensieri, i miei ricordi, i miei sogni, le mie emozioni.
e però, fosse sempre così...
non so.
non giudico.
mi impongo di non farlo.
sono qui da sei ore sui chilometri peggiori di tutti.
non ha alcun senso, giducare.
e però.

penso tanto al bagno che mi sono fatta prima.
mi piace questa capacità che ho di stare nelle cose, di uscire dal fastidio, dal nervoso, dalla fatica, dalla malinconia.
mi piace andare a cercare la mia bellezza, il mio piacere, la mia felicità, individuarli spiraglio, andarmeli a prendere [qualcosa tipo: "qual'è il tuo superpotere?" "provare a essere felice"].
a volte ci vuole un po'.
oggi bastano una mezz'ora e una vasca piena d'acqua.

"ehi, ci sono. sto bene pure sul francese. ho trovato un angolino mio. splendo".
"lo sento dalla voce".

addosso campo giallo di grano tagliato, le stoppie a graffiarmi la pelle calda di sole.

cri
 
2 giugno 2026
dodicesima tappa: da boente a santa irene

oggi poco.
oggi è solo un avvicinarsi.
oggi è solo da qui molto vicino a lì più vicino ancora.
e questo è quanto.


poi sì.

poi ci sono io che al solito esco per ultima dalla camerata, una colazione con tortilla francesa, che vuoi non mangiarteli un paio di ovetti di prima mattina, e. che dal tavolo dove faccio colazione vedo passare sul cammino, e salto su come un grillo e mi arrampico scomposta e felice sui gradini in pietra dell'horreo, e "vieni, e. fatti salutare bene", e poi un attimo dopo "ma dai, m., ci sei anche tu", "vero che i miei amici posso venire qui a fare colazione anche se sarebbe riservato ai clienti dell'albergue [il perché non mi è assolutamente chiaro]?".

poi è il profumo di eucalipti, le ortensie che a differenza delle rose non le mangio, una specie di pioggia che è solo uno spray di acqua nebilizzata, e non uso neanche la mantella, e però che saggia che sono stata a mettere lo zaino in assetto pioggia [benedetto sacco di plastica giallo], la hall di quell'albergue piena zeppa di trolley e quel furgoncino più zeppo ancora, e "cri, ma cosa ti importa", e quanto sono grata alla saggezza che sempre mi circonda.

poi è "ma oggi sono solo 24 km. easy. temo che al pomeriggio mi annoierò", e tu guarda in due settimane come cambiano le prospettive, la forza e i corpi, ribadixo do baixo che vent'anni fa era solo un municipale parecchio dimesso ai margini del rio, e ora è una specie di capalbio recuperata in stile gallego-peregrino, una sosta in un bar di arzua [ma com'è possibile che non ci sia la tortilla? e come farò da venerdì, senza tortilla a metà mattina? non c'è leopard che tenga] aspettando che spiova, "com'è che ci sono ancora tutti questi paso mortale? non doveva essere piatto, il francese? chiederò subito il rimborso all'organizzazione", tutti i chilometri fino al meno trenta che "alla fine non c'è mica tanta gente su questo francese, temevo, e invece vedi tu, mica peggio del 2007, quando era pieno di tedeschi che avevano letto durante le vacanze di natale il libro del loro zalone nostrano", e poi invece da dove diavolo saltate fuori tutti, tra il trentesimo chilometro e santa irene, vi hanno scaricato qui coi toprpedoni? vi nascondevate nei fossi? nei boschi? dietro i tronchi di eucalipti? siete troppi, siete davvero troppi, non so se posso farcela poi chiaro che ce la farò.

poi è il riconoscersi tra primitivi, "hey, uomo giapponese che fai il cammino con gli stivali di gomma" "mi hai riconosciuto?" "no. però ho riconosciuto gli stivali", i due austrici che "non siamo pellegrini, lo facciamo solo per sport" e lo dicono una volta, e lo ripetono una seconda, e che bisogno hai, di giustificarti, che ci importa a noi come fai tu il tuo cammino, il mio zaino abbandonato ai margini del bosco, m. a fare la guardia, la mia voce che viene dai cespugli e dice cose che una signora quale sono o dovrei essere non dovrebbe dire.

poi è voler fare una foto al km. 25 per mandarla a jp., ma avremmo dovuta farla al 27, e però nessuno si ricordava, poi è una foto che ci manda jp, che ieri si è sparato 48 km perché quando era partito ieri mattina non sapeva bene cosa fare e cosa aveva voglia di fare, quei mixed feelings che solo l'arrivo a santiago sa dare, ma poi andava, e andava bene, e allora è andato, semplicemente è andato, e volava, evidentemente, e oggi, oggi è arrivato, ed è lì davanti alla cattedrale con il suo sorriso mite, il cariolino fedele, gli occhi felici, e in piazza c'è un monton di gente, e io non lo so, come sarà domani, ma sarà piazza, da sola, alla fine di un cammino, io - 19 anni dopo.

poi è quel pezzo di carrettera dove è voltato il primo e unico vaffanc**o nella mia amicizia con d. ma avevo 25 anni io, 22 lei, poi è da qualche parte il municipale che ai tempi eravamo andati ad arzua a fare la spesa e per tornare indietro avevamo fatto l'autostop, e la cena sul fornelletto, seduti per terra con gli americani, e quell'ultima sera sul cammino del 2007, prima di santiago, quello struggimento e quella nostalgia che ci vibravano addosso.

poi è "per causa tua, diabolica italiana tentatrice, verrò meno alla mia promessa di non bere alcool prima di aver finito una tappa", poi è il bar che sta chiudendo ma il tempo per farci due clare c'è ancora, e que rico che è quel bocadillo, però dai, faccio la brava e ormai aspetto la cena, e però poi, alla signora dell'albergue "non è che hai un pezzo di pane da darmi che sto morendo di fame?".

poi è questo albergue curato e bellissimo, legno e cotto, e non lo so come sia possibile in questo francese che negli ultimi sette chilometri ha avuto tutta l'aria di essere rimini, qui stasera siamo solo in tre, e sì, è l'ennesimo regalo del cammino e della vita, e mi sento fortunata, e sono fortunata, per millemila milioni di motivi, tra cui anche solo queste altre due donne [le risate, i sei anni e mezzo in giro per il mondo in barca a vela, la tovaglia a quadretti rossi, la conferma che gli spaghetti non vanno spezzati dentro le minestre, la frutta sciroppata che erano vent'anni almeno, "cielo, perché adesso sto per piangere mentre vi racconto di come sono stati i miei arrivi a santiago, io che per tutto il giorno sono stata solida e baldanzosa, about it"] in questo posto sperso lungo la provinciale, ma questo è davvero il meno.

poi sono le due paia di calzini che pensavo di avere perso, e allora è proprio ora di tornare a casa, e invece no, eccoli qui in fondo al sacco a pelo, brava che mi è venuto in mente di controllare, un unico paio di calzini lavato, che tanto tra 48 ore c'è la lavatrice, e madre, che acqua nera che esce, per sempre evviva gli elettrodomestici.

poi è "cri, porta il g. con te a santiago" e io domani vi porterò tutti, ma proprio tutti, ma il g. e la sua mamma preoccupata più di altri.

poi niente.
poi domani è santiago.
e questo è quanto.
e questo è tutto.

wow.
ma wow proprio.
19 anni dopo.

cri
 
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