Dunque, anche quest'anno il "quotidiano" mi ha fatto prigioniero e non ho avuto la forza di ricostruire il cammino dell'estate scorsa. Non che non si trovi davvero il tempo, ma viene meno l'energia, la spinta...non so. La vita quotidiana è come se fosse fatta di sabbie mobili nelle quali affondo. Di certo non è questo lo spirito del cammino e mi riscopro - non è una novità - incoerente, diviso in me stesso.
Ieri, camminando, ho rievocato, nel ricordo, due immagini. Quella dell'inizio e della fine del percorso della scorsa estate.
L'inizio: partenza decisa strappando con i denti un po' al giorno il lenzuolo di paura che mi aveva imprigionato durante l'anno a causa dei malanni fisici e poi dell'infortunio sciistico. Una serie penosa di giorni passati a fare un passo in avanti e due indietro. Parto...no, non posso...vado...macché, non ce la faccio.

E così via per almeno dieci o quindici giorni. Il biglietto del ritorno da Santander fatto solo un paio di giorni prima della partenza, per paura di buttar via i soldi inutilmente.
Poi l'arrivo a Irun, il nuovo carrello, enorme, da montare, il giovane nordico (svedese? norvegese?) che dormiva di fronte a me e che portava uno zainetto da due o tre chili!!!! :roll: Io a imbacuccarmi nelle coperte e lui mezzo nudo, come fosse su una spiaggia assolata del sud. Io con un borsone di venti chili. Lo so che a 52 anni non ha senso paragonarsi a un ventenne atletico che scoppia di salute, ma è quel solito demonietto, dentro di me, che non si stanca mai di tormentarmi: "ma che fai tu, piccolo vecchietto malandato? Non lo vedi che son cose per giovani?"
Poi la partenza, la salita alla chiesa con la Vergine di Guadalupe, il sentiero di terra e pietra che sembrava non finire mai, l'incontro con uno spagnolo che ha lavorato per tutta la vita con una ditta italiana e che si mette a parlare con me come se mi conoscesse da una vita, visibilmente felice di trovare un italiano; e con un francese in affanno, diabetico, che si ferma a iniettarsi l'insulina. Poverino, sudava e sbuffava e stava messo decisamente peggio di me.
Poi, dopo aver visto apparire sulla destra il mare fra le rocce, inizia la discesa a picco e, come avevo previsto, il ginocchio subito entra in sofferenza e comincio a procedere a "gamba di legno" (espressione di mia moglie). '
Ecco apparire Annik, fiammingo gentile e sorridente. Si offre di aiutarmi, io resisto, mi giro e procedo all'indietro, stratagemma che mi consente,piegando meno il ginocchio, di andare un po' più veloce. Quindi arriviamo a dei gradini. E qui il suo aiuto è indispensabile. Solleviamo insieme il carrello e arriviamo a Pasai Donibane". Lui procede a destra per il traghetto e io a sinistra verso il bel rifugio ricavato dietro una chiesa con vista sul mare.
Eccomi di nuovo, per l'ennesima volta a chiedermi: e se non fosse comparso Annik? Ma è possibile che, ogni volta che ce n'è bisogno, compare qualcuno? Coincidenze? Provvidenze? Che cos'è?
Tuttavia, il senso di disagio della partenza deve ancora sciogliersi, anzi, avrà addirittura un picco in serata.
Piove e fa freddo, umidità nell'aria e nella spalla che fa male. Esco per mangiare. Entro in un ristorante. Comitive di gente del posto dentro e fuori, indifferenti al freddo e alla pioggia, con i loro bicchieri e le loro voci incomprensibili. Nessuno mi da retta e non so nemmeno se ho fame e se voglio mangiare. Riesco. Prima di rientrare in ostello passo davanti a un altro bar. Con la coda dell'occhio riconosco i due pellegrini che ho incontrato di fronte alla porta dell'albergue prima che aprisse. Uno è Ferràn, l'altro Alberto. Vengono da Castellòn. Mi fanno un cenno, entro e mi metto a sedere con loro. Il senso di straniamento è al massimo e mi chiude lo stomaco. Vorrei solo essere a casa, non so che ci faccio lì con il male alla spalla e al ginocchio. Loro sono fra amici, sono partiti insieme. Vorrei anche io essere partito con qualcuno con cui aver qualcosa da dire del tipo "mazzo che freddo!". Ordino un pincho e un po' d'acqua. Cerco di scambiare quattro parole, non posso certo mettermi a lamentarmi; mi tengo dentro il magone sperando non si veda troppo. Mi sento vulnerabile e trasparente, come fossi tornato ai primi viaggi da diciottenne, pieno di paura e solitudini inesprimibili.
A malincuore lascio la prima scena : era il 13/07/2012
06/08/12
Ho superato Santander da 5 giorni. Ci sono arrivato dopo la giornata splendida a Guemes e l'incontro con Don Ernesto. Era il I Agosto, era il mio obiettivo per quest'anno e l'averlo raggiunto mi mette in quella condizione di spirito così vicina alla pace, alla libertà, alla felicità gratuita e senza scopo se non quella di godere dell'aria, del sole, del vento e del tempo che scorre e fra un po' mi riporterà a casa con tanti bei ricordi in più e la sensazione di aver sognato.
Negli ultimi due giorni mi ritrovo, alla fine della giornata, con una piccola compagnia di 4 italiani e Rita, una giovane portoghese poliglotta che parla italiano senza accento e insegna in Francia.
Con quest'ultima tappa intendo sconfinare in Asturias, completando l'attraversamento della seconda regione, quella della Cantabria. El Pais Basco e la sua lingua misteriosa è ormai lontana, alle mie spalle. Incredulo, come al solito, ma spinto da un vento leggero di speranza e di silenziosa passione, ho attraversato le province di Guipuzcoa e Viscaya, ho lasciato San Sebastian, Guernica, Bilbao e Castro Urdiales. Ho superato altri momenti drammatici grazie alla "solita" provvidenza, come quando mi sono inerpicato col mio carrello sul promontorio fra Santona e Noja e ne sono uscito solo grazie all'intervento di Rosa e Agu che mi hanno aiutato a trascinare il mio carico fra gli sterpi, la sabbia e i sassi. Ho superato momenti di nostalgia e solitudine lancinante, come a Castro Urdiales, dove mi sembrava che le grida dei gabbiani fossero la voce di un universo dolente, disperato.
Insomma, l'essere arrivato fin qui,mi ripaga, come al solito, di cento volte. Attraversare quest'altra piccola frontiera darebbe soddisfazione a quel mio spirito pedante, classificatorio, ragioneristico. Ecco un'altra casella che va al suo posto, un altro “bollino” da incollare sulla mia patente di pellegrino, un’altra medaglia invisibile da appuntare al mio petto e sulla mia divisa immaginaria di combattente dei sentieri perduti.
Marcio come un treno da San Vicente de la Barquera a Serdio e poi ancora oltre fino a Pesues. Mi ritrovo nella stazione deserta di questo paesino a 4 chilometri da Unquera e dal confine con le Asturias. Mi prende come una strana sensazione di confusione. Non è solo la strada che ho perso, è anche la pressione che scende a darmi quella sensazione di ubriachezza. Ritorno sui miei passi, vedo due pellegrini che mi vengono incontro ma poi scorgono sul terreno una freccia. Li seguo sotto una galleria e spuntiamo sulla statale. Li tengo a vista per potergli dare una voce nel caso dovessi sentirmi svenire del tutto. Arrivo ad un bar, il Bar La barca, prima del ponte. Sistemo il carrello. mi seggo e comincio a bere e mangiare. Salatini, zucchero, caffè. Lotto con la sensazione allarmante di perdere i sensi.

A tratti sembra passare, ma poi rimonta. Tengo a bada la paura. Sono in un posto pubblico, se casco qualcuno mi raccoglierà. Dopo una mezz'ora/tre quarti d'ora chiedo al barista di chiamarmi un taxi. Il taxi mi porta all'ambulatorio di Unquera. Scendo, pago, mi rimetto l'imbragatura del carrello...e riprendo la strada. Non mi va di arrendermi e vorrei passare quel confine coi miei piedi ed arrivare a Colombres. Passo sul rio Deva e imbocco la statale che sale verso Colombres. Fa caldo, c'è il sole dell'una che picchia anche al nord in Agosto. Mi sento male di nuovo. Cavolo!!

Qui si mette male. Allungo il dito e dico fra me: figurati se mi prendono co 'sto carrellone lungo due metri. Dopo due o tre macchine una signora in cabriolet si ferma. Con un solo gesto sistemo il carrello dietro e mi seggo davanti. " Mi sento male, ho bisogno di un medico" - Ah, stavo andando all'ambulatorio di Colombres..."
Quasi mi sembra, oggi, una storia inventata, ma è andata proprio così. E non è finita qui. La sensazione di malessere si prolunga per tutto il giorno, che passo in buona parte sulla colchoneta della palestra di Colombres, vicino agli amici italiani, a Rita e a Jon, uno strano tipo che ritrovo ormai da qualche giorno. L'ultimo Angelo del cammino è proprio lui. La sensazione di venir meno non mi lascia per tutto il pomeriggio. Come se non bastasse il bancomat si succhia la mia carta... e in tasca mi rimangono pochi euro. A questo punto la paura comincia a mordere di brutto. Jon decide di riaccompagnarmi al centro medico dove mi trovano la pressione a novanta. Due dottori mi visitano con attenzione. Passo una nottataccia, ma almeno la visita mi ha un po' rassicurato, si tratta di stanchezza e calore, dovrebbe passare. E Jon si è impegnato a restare con me, al mattino, fino al momento in cui apre la banca e riottengo la carta. Dalla sua voce ascolto una storia terribile. Viene fuori da un ricovero psichiatrico, dagli elettroshock e da un lungo periodo di depressione. Ha perso il lavoro, gli piace disegnare e a San Vicente la Barquera, con l'incoraggiamento di Rita e nostro, si era messo sul lungo mare e aveva esposto i pochi disegni che porta con se. Un passante gli aveva fatto fare il ritratto della sua bella, corrispondendogli 5 euro. Era felice come un bambino. Il giorno ancora precedente, lo avevo visto fare esercizi yoga mentre attendevamo che aprisse l'albergue di Comillas. C'era in lui qualcosa di esitante e di strano che avevo preso per timidezza. Erano i segni di una sofferenza profonda che sta cercando di superare con grande coraggio e dignità. Ma torniamo al giorno dopo l'arrico a Colombres. E' il 7/8/13. Sto in piedi e devo solo prendere un taxi per Unquera, di lì proseguirò fino a Santander in Autobus e da Santander ho il volo la mattina dopo. Saluto Jon (si scrive proprio così è catalano) contenendo la commozione e augurandomi che le gambe tengano. Lui prende un autobus per raggiungere il gruppo degli italiani con Rita che nel frattempo saranno avanzati sulla via verso LLanes.
Ciao Jon, grazie di tutto, mi sei stato vicino e mi hai fatto coraggio, mi hai raccontato una storia tremenda e mi hai perfino confessato che per te è importante accorgerti che puoi essere d'aiuto; mi hai fatto così persino sentire utile, col mio malessere, e non solo un impiccio e un fastidio.
Che storie, ragazzi, le storie del cammino.
Vincenzo