3 giugno Oviedo-Escamplero
Niente da fare, l’adrenalina vince e alle 7:30 sono già in piedi
Mi affaccio alla finestra e Annie Lennox inizia a sussurrare “
here comes the rain again” mentre osservo le vie deserte del centro di Oviedo rese lucide dalla pioggia
M vesto pesante, vedi mai che oltre all’acqua faccia anche freddo, e fatto 30 dormendo in albergo faccio anche 31 scendendo a fare una colazione internazionale (sic!)
Unico ospite della sala ristorante a quest’ora del mattino di sabato, potrei essere in una qualsiasi delle città che giro per lavoro tanta l’impersonalità del luogo
Affettati, uova, succo d’arancia e caffè, in una ventina di minuti compito assolto, raccolgo lo zaino, faccio check-out e esco dalla porta, recidendo finalmente l’ultimo filaccio con l’abitudinarietà
Come inizio non è stato male, considerando quanto la vita ordinaria abbia lottato strenuamente ieri per tenermi avvinghiato tra le sue spire soffocanti, ma alla fine ha dovuto cedere a questo qualcosa più grande di me, di lei, di tutto

In piedi sulla via deserta, intorno a me la città addormentata, sulle spalle tutti i miei averi (per le prossime due settimane), realizzo che sono solo.
Di quella solitudine che ti libera, ti spoglia di barocche sovrastrutture culturali e ti lascia nudo con te stesso davanti all'universo. E ciò facendo atterrisce, ridimensiona quel tuo ego artefatto costruito con tanta fatica, così strenuamente difeso per necessità di sopravvivenza in un mondo fatto di ipocrisie, in cui ognuno non è ciò che è ma ciò che pensa sia conforme al gusto degli altri e così facendo alimenta quella mortale spirale di rincorsa dell'irraggiungibile, la perfezione e il controllo.
Sono solo, come un equilibrista al culmine del sostegno da cui si stacca quella linea sottile che a breve dovrà percorrere, così sottile da essere impersonale e implacabile perdendosi nella penombra all'altro capo del tendone e che lo chiama con la melodia ammaliatrice della sfida.
Una sfida al mondo, alle convenzioni, alle consuetudini così comode e rassicuranti in cui ormai ci si è accomodati, rinunciando ad evolvere essendosi fatti convincere che la normalità è la norma e che la norma non si può disattendere pena l'essere additati come strani, diversi, alieni corpi estranei all'ordinato schema delle cose in cui ad ognuno è assegnato un posto, da difendere per la continuità della specie come una sorta di presidio contro le mutazioni, ancorché benefiche e migliorative, costrittivo e limitante come gironi dell'inferno dantesco
Sono solo
Eppure non sono mia stato meno solo di adesso, avvolto, affiancato, sospinto da tutti coloro che a vario titolo e luogo hanno incrociato la mia vita e che adesso si affollano intorno a me, silenti spettatori in attesa di veder la storia dipanarsi, inconfessabilmente in attesa che essa volga al tragico, molti, per godere morbosamente delle difficoltà altrui e relativisticamente considerarsi fortunati, opposti ai pochi con la voglia di essere semplicemente vicini e offrire il loro sostegno, affetto, amore
"Ni' meglio pochi ma buoni" avrebbe detto mia Nonna, con la sua voce pacata intrisa di romanità popolare e popolana, mentre impastava le canoniche due dozzine di uova di pasta per il pranzo del Natale. I segni della vita sul suo volto come microsolchi di un vecchio vinile a raccontare una storia lunga ottanta anni, a cavallo di due guerre, gli occhi castani, ancora dolci dopo tante vicende e sofferenze
E lo stesso avrebbe detto mio padre, se solo avessi condiviso con lui la mia voglia, inspiegabile apparentemente, di volermi isolare dal mondo andando a camminare in mezzo al nulla per oltre trecento chilometri. Non che possa condividere troppo con mio padre, a meno di non essere dotato di capacità medianiche che non ho ma, pensandoci bene, lui l'avrei sinceramente sorpreso, radicato com'era nel senso di abnegazione alla famiglia, che sicuramente mi ha trasmesso, per cui sarebbe stato incomprensibile decidere di tagliare i ponti con tutto e con tutti anche fosse solo per due settimane. Mia madre invece altro che sorpresa, mi ha semplicemente guardato con lo sguardo che solo una madre può avere, quello che con dolcezza scava e vede anche dove tu non vorresti che guardasse, e ha detto
“sarà una bella esperienza”
Non proprio da tutti mi vorrò isolare però, perché anche tra i pochi uno si distingue tra quelli al mio fianco per la sua totale fiducia in me al punto da mettere in discussione tutto con il solo scopo di sincerarsi che io stia bene e che stia facendo, anche solo per una volta, una cosa per me stesso, arrivando ad accettare di lasciarmi andare da solo, per amore, anche se ciò gli causerà sofferenza.
Mi avvio per le stradine sul retro della cattedrale, non piove ma l’aria è satura d’acqua come un sudario, e mi immergo in uno scampolo di questa città che non ho il tempo di visitare
“Chi va a Santiago senza passare dal Salvador, onora il Servo e non il Signor” ho imparato e quindi se qualcosa devo fare a Oviedo è proprio questa
Giro intorno all’abside e entro da sud in Plaza de Alfonso II El Casto, anch’essa deserta, ripulita e resa limpida dalla pioggia, girello cercando uno spunto per qualche foto che però non arriva, probabilmente sto ancora dormendo, e sul lato sinistro della facciata trovo la prima concha incastonata nell’asfalto, bronzo e pietra fusi insieme indissolubilmente mi danno una scossa da elettroshock e di colpo prendo consapevolezza di essere e di dove mi trovo
In piedi sulla conchiglia, caravaggesco più che botticelliano, mentre osservo la Cattedrale sento il coro di una messa cantata trafilare dalle porte laterali aperte per accogliere i fedeli chiamati alla messa dallo scampanio
Entro, trascinato da una forza più grande di me che già da un paio d’anni sta macinando nel retrobottega dei miei pensieri, e la chiesa mi appare bellissima anche, forse, oltre i meriti artistici che comunque sono notevoli, mi aggiro, guardo, osservo e nella penombra, tra incensi ed echi di canti individuo il sagrestano a cui chiedo, non so bene in quale lingua, se può mettermi il primo sello
Un timbro, niente di più nel mondo di sempre, un marchio a fuoco colmo di significati in questo posto e in questo momento, un marchio che replicherò, anche se non nella stessa forma e maniera, alla fine di questo Cammino perché quello che vivrò entrerà talmente dentro di me da non poterlo sublimare e rendere tangibile meglio che con un marchio
Esco, il Cammino mi attende, giace lì davanti ai miei occhi invisibile nel suo dipanarsi lungo centinaia di chilometri
Cosa sarà non lo so né riesco ad immaginarlo, solo alla fine se e quando ci arriverò posso sperare di avere qualche certezza in più e forse la risposta a qualche domanda
Primo passo e si comincia, ormai non si torna più indietro e sarà quel che deve essere
Mi avvio per Calle Urìa mentre inizia una leggera pioggerellina, più vapor d’acqua che gocce, mi fermo a El Corte Inglès per acquistare un paio di bastoncini ed un coltellino che nel bagaglio a mano non mi avrebbero fatto passare e intorno alle 11 mi dirigo verso la periferia di Oviedo
Cerco le conchiglie sull’asfalto deciso a non utilizzare la guida o le tracce gps ma tra le macchine parcheggiate che le coprono e il mio genetico stato d’ansia torno alle abitudini così confortevoli e tiro fuori il cellulare
In giro poca gente e ancor meno pellegrini lasciano intuire come saranno i prossimi giorni, io cammino al crocevia tra eccitazione, curiosità e ansia, il passo svelto benché ancora incerto e intanto inizia a piovere seriamente, mi riparo alla Estacìon Urìa per mettere su la mantella e via di nuovo
All’altezza di Plaza Olìmpica incrocio due pellegrine dirette verso il centro città, sono Silvia, madrilena, e Cristina, coreana, che ancora non lo so ma sono il prodromo della compagnia dell’anello che sarà la nostra famiglia pellegrina per le prossime centinaia di chilometri
In spanglish Silvia mi racconta che si sono perse e hanno camminato per oltre un’ora fuori strada finché hanno deciso di tornare indietro, infreddolite si rifugiano in un bar mentre io ancora intossicato di adrenalina proseguo ed esco dalla città attraverso un parco pubblico soffuso di nebbia e umidità

La carretera inizia a salire leggermente curvando a destra e a manca e sembra di essere in una esperienza di realtà aumentata tanto gli odori e colori di questo mezzodì ai confini del mondo sono vivi e saturi
Continua a piovere a dirotto ma non penso più a quanto posso essere bagnato, per la prima di tante volte a seguire mi sento trascinato più che spinto, come catturato da un raggio traente che mi porta avanti passo dopo passo attraverso qualsiasi cosa
Arrivo alla Capilla del Carmen e finalmente mi fermo per scrollarmi un po d’acqua di dosso più che per riposare, all’interno del “portichetto” una pellegrina, Christine, tedesca, il terzo pezzo della “famiglia” una di quelli con cui condividerò di più nei giorni a venire e che mi farà piangere di commozione a Santiago
Presentazioni di rito, ancora un po “rigidi”, scambiamo due chiacchiere, mettiamo il sello sulla credenziale e poi ci separiamo, io ancora ipercinetico lei più calma forse perché è il suo secondo Cammino e già sa cosa significa
Passo la prossima oretta o poco più a camminare sull’asfalto, troppo inesperto, impaurito e ignorante per avventurarmi sui sentieri, anche se con questa pioggia probabilmente ho evitato di mettermi in situazioni critiche fin dai primi passi e quindi va bene così
Finalmente arrivo in cima al piccolo colle su cui resiste Venta de El Escamplero e faccio sosta al Tendejon de Fernando, nel frattempo sono riuscito a perdermi la guida e quindi mi fido della memoria che mi dice che qui ci si registra e si prendono le chiavi dell’albergue
Terzo sello, chiavi e mi precipito alla mia prima esperienza di vita in comune da quando ho finito il militare, l’albergue non è grande, pulito, vuoto ma non per molto perché di li a poco arrivano Manfred e Mike dalla Baviera, Nick dall’Australia e Veronique dal Canada, oltre ovviamente a Christine, Silvia e Cristina, la compagnia c’è quasi tutta e nei prossimi giorni raccoglierà gli ultimi pezzi e diventerà una famiglia assolutamente e improbabilmente vera, ognuno se stesso ma tutti legati, ambiversi venuti qui in cerca di solitudine ma anelanti la presenza degli altri, condotti qui forse dal fato ma più probabilmente dalla necessità di esserci in questo momento come semplici membri della razza umana, quella vera fatta di cuore e anima oltre che di carne ed ossa, per imparare ed insegnare l’un l’altro, con cui rideremo, piangeremo, parleremo e arriveremo in Plaza de Obradoiro (ma questo deve ancora succedere)
La cena è un momento incredibile, epilogo della giornata e prologo di quelle a venire, un’unica tavola, individui sconosciuti fino a poche ore prima, in un paese terra di mezzo in cui sublimare l’energia della vita nella sua più estrema semplicità, un cammino antico ci aspetta, pietre e sassi percorsi da migliaia prima di noi, supplizio ed estasi per riscoprire la parte vera di ognuno, quella che dà titolo a considerarsi essere umani, domani ...