spero non ve ne abbiate a male se questa volta ho fatto prima del solito
12 giugno Lugo-San Romao de Retorta
Come un bambino, che dopo esser stato malato farebbe carte false per poter subito tornare a scuola a giocare con i propri compagni, quelli con cui ride e corre, strepita e si confronta, quelli che odia e ama allo stesso tempo senza avere contezza di dove uno finisce iniziando l’altro, così sono io questa mattina, scalpitante per tornare in cammino a giocare ad acchiapparella con i miei pensieri che corrono liberi come lupi in una prateria senza fine, che mi fanno ridere e piangere, che odio e amo, tanto simultaneamente che i termini perdono di significato intrinseco univoco, per mutarsi in una nube di esistenza probabilistica
Semaforo verde, ottimo spunto in partenza all’apertura della porta dell’albergue, senza pattinamento delle posteriori, arrivo in testa alla prima curva, dove allo strategico baretto già aperto e ben fornito di primo mattino faccio un pitstop anticipato per la mia colazione standard da camminante, godendomi il chiacchiericcio tipico degli avventori mattutini nei bar ovunque nel mondo, che nel parlare di ogni banalità ristabiliscono i contatti con la realtà della vita dopo la notte per certificare che il sonno non sia stato una morte, di cui non colgo una parola ma che è così parlato anche dal corpo che non faccio fatica ad immaginarne i temi
Mi piacciono i bar ma mi piace ancor di più camminare, perdermi nei miei pensieri, farmi assorbire dal mondo, dissolvermi nella realtà solitaria e quindi terminato il caffè riparto avviandomi per le vie di Lugo lavate e rese lucide da una pioggerellina notturna, deserte se non fosse per i pellegrini che alla spicciolata convergono su quell’idea di linea gialla tratteggiata dalle frecce ma linea continua nella mente di ognuno che la percorra, come sovrimpressa sulla retina in una condizione di realtà aumentata
I passi dei singoli pellegrini battono il tempo e si fondono in un'unica sinfonia metronomica che si distribuisce per le straducole del centro città, riverberando sui muri, riflessa dai balconi, per poi disperdersi nello spazio di Plaza Mayor, sostituita dai rintocchi delle campane della cattedrale che suonano le sette a richiamare alla sveglia il resto del genere umano
Porta de Santiago, mi fermo per un istante in un primo muto ringraziamento all’Apostolo per avermi voluto qui e poi la attraverso, lasciandomi alle spalle Lugo e le sue mura, i caffè del centro, le strade basolate, i leoni di bronzo come buche delle lettere, per avviarmi di nuovo verso un ignoto ormai noto, fatto di nuovi incontri, nuovi passi, nuove visioni, arrivo al ponte romano che attraversa il Rio Minho, mi volto e dietro di me la città brilla sotto i raggi del sole radente rifratti dalla polvere di pioggia che ancora intride l’aria, è il primo di un voltarsi indietro che seguiranno oggi e domani a rappresentare una lotta interiore tra la voglia di proseguire per arrivare alla mèta e il rimpianto di lasciarsi alle spalle tutta la bellezza che ho già vissuto, è la trappola del Cammino per cui ogni passo fatto in avanti moltiplica la voglia di ricominciare perché questo camminare attraverso se stessi non abbia mai fine
Sul ponte incontro tre facce conosciute, due argentini e un portoghese di cui non ricorderò mai i nomi, con cui nel fluido lessico camminante ci scambiamo emozioni e pensieri mentre i passi ci portano lungo la sponda destra del fiume e con cui percorriamo insieme un paio di chilometri, poi loro allungano mentre io mi fermo a fotografare il mojon che sancisce i meno 100 chilometri a Santiago con giustapposto il mio compagno d’avventure che fieramente inalbera lo scudetto PPS
100 chilometri, meno di un terzo alla fine, 230 già percorsi, da non crederci eppure so di averli fatti, li sento nelle gambe, nelle spalle, li ho cuciti sotto la pelle, mi intasano i sensi, mi saturano di ricordi, la strada asfaltata si snoda in un bosco, poi tra case sempre più rade, quindi campi coltivati, agglomerati rurali e distese deserte in cui io mi muovo in avanti preda di un tropismo cui è impossibile resistere, in uno stato estatico e al contempo intimo come poche altre volte mi è capitato di sperimentare nella vita, gli occhi attenti, i sensi all’erta a cogliere ogni sfumatura, ogni scorcio, ogni colore, ogni odore, in miei piedi che calpestano l’asfalto ma allo stesso tempo sono radicati nella terra, io mi sento un’emanazione del mondo, sono nel mondo, sono il mondo, che mi circonda e permea, mi attraversa con la sua luce, mi tiene vivo con il suo alito
Faccio una sosta sulle scale di una vecchia cascina semidiroccata per la dose mattutina di Voltadol alla caviglia e intanto mi lascio affondare nelle pietre scalcinate, mi confondo con il muro e osservo i radi pellegrini passare senza che nemmeno si accorgano di me, punto di vista unico e privilegiato per poter apprezzare le espressioni dei volti che si susseguono tutti diversi ognuno uguale nella luce che li pervade
Riprendo l’andare e la necessità della lentezza, imposta dalla caviglia ancora dolorante, mi offre l’occasione unica di liberarmi del corpo fisico per librarmi sopra me stesso, sono aria sottile e luce obliqua, sono pensieri ed emozioni, mi osservo dall’alto mentre cammino un po’ claudicante ma deciso nello scopo e nella volontà, quasi fossi morto e stessi per lasciare questa realtà mentre invece sono vivo, così vivo che più vivo non sono mai stato e il mio cervello è lì ma è anche qui e volteggia nell’aere insieme alle rondini, libero dalle pene terrene ma consapevole della materialità delle cose, non una forma definita ma luce e particelle tutt’uno
Il tempo passa, il mio incedere più lento del solito ha favorito l’allontanarsi in avanti degli altri pellegrini, sono ormai rimasto solo da un po’ di tempo quando dopo aver superato San Vincente do Burgo giungo al bivio per Sant’Eulalia de Boveda che si stacca sulla destra della carretera e che, senza indugio alcuno, imbocco avviandomi per un paio d’ore che resteranno sempre nella top five dei miei ricordi
Unici rumori lo stormir di fronde leggermente agitate dai sospiri di Eolo e il cinguettio di uccelli che festeggiano la primavera intavolando conversazioni complesse tra i rami degli alberi, i campi di grano e l’azzurro infinito del cielo, in lontananza due falchi volteggiano immobili ad ali spiegate, scrutando il terreno in attesa di una preda che ignara dovesse azzardare il capo fuori dal nascondiglio, pazienti osservatori si lasciano cullare dalle correnti d’aria che invisibilmente si muovono continuamente, salgono e scendono con soltanto una inclinazione della punta delle ali o della coda, esempi mirabili e magnifici di evoluzione, ed io improvvisamente mi estranio nuovamente dal mio corpo e mi ritrovo a guardare il mondo dall’alto con i loro occhi, bianco/nero e a colori si miscelano in un caleidoscopio inestricabile di sensazioni, la superficie della terra vista da quassù si curva all’orizzonte e lo sguardo spazia oltre i confini del mondo dove il cielo da azzurro diventa indaco e poi nero e si accende dei miliardi di punti di luce di stelle
Entro in un bosco, odori di eucalipto e di querce, muschio e felci, humus della vita sotto i miei piedi foglie cadute e terriccio, in sottofondo il mormorio di acqua corrente, fanno più rumore i miei pensieri che i miei passi, il mio cuore che martella tranquillo e solido come il battuto della cassa di una batteria accompagna questo concerto, svolta, controsvolta, cartello segnaletico quasi sfuggito, giro a destra ed eccomi a Sant’Eulalia
Case in pietra dai muri ai tetti in lastre di ardesia, strade in pietra, respiro di pietra, intorno non c’è anima viva e mi inoltro per questo dedalo di viuzze deserte, come un bambino che divenuto piccolo piccolo si aggiri estasiato in una costruzione di Lego, sulla sinistra la chiesa, un cartello sul cancello estingue la possibilità di visitare la cripta ipogea perché oggi non è giorno, ma non ci rimango poi così male, sono venuto qui spinto dalla curiosità dell’ignoto non da una febbre turistica e l’ignoto mi ricompensa con un gioiello adagiato in questa valle boscosa estratto dal tempo e conservato in una bolla di cristallo per restare immutabile al passare degli anni
Scorgo sembianze umane più avanti verso l’ingresso al museo, mi avvicino e trovo Nick comodamente appoggiato al muro che sgranocchia una carota, ci eravamo lasciati a Campiello sei giorni fa e ci ritroviamo qui, di tante persone che avrei potuto incontrare, nello stesso momento senza nessun appuntamento, le non-coincidenze del Cammino
Ci abbracciamo, facciamo due chiacchiere e condividiamo acqua e viveri, ci scambiamo ricordi dei giorni passati, fraternamente, semplicemente, come se avessimo camminato fianco a fianco tutto il tempo, è ora di andare soprattutto per lui che ha deciso di percorrere la variante per Sobrado Do Monxes che farà insieme a Manfred e Christine, ognuno partito all’insaputa dell’altro, ma che mi dice percorrerà anche per me che non la posso fare perché non era questo il Cammino giusto, ci salutiamo al bivio, lui a destra verso nord io a sinistra verso ovest,
see you Nick, take care of yourself my friend I know we’ll meet again when the time comes
Passo attraverso San Miguel de Bacurin, piccolo gruppo di case nel bosco piuttosto che un paese, e proseguo sempre tra gli alberi, sempre in silenzio, sempre avvolto dal silenzio fatto dei rumori della natura e della terra, torno sulla carretera, inizio ad essere un po’ stanco, la caviglia recalcitra e ha deciso di far nuovamente sentire la sua presenza, memento della fragilità del mio corpo, dolore che mi ricorda di essere vivo, come sulla Ruta, come verso Grandas, come ogni singolo giorno da quando sono in Cammino, dolgo dunque vivo parafrasando Cartesio e via un piede dietro l’altro sempre alla ricerca di quello che ci sarà dietro la prossima curva
La mente controlla il corpo o quantomeno gestisce la volontà e io ne ho fatto una scorta tale da poterla regalare, mentre i passi mi portano, superata la taberna San Roman, girato a sinistra e percorsa la
calzada romana per circa un chilometro, finalmente all’albergue dove ritrovo lo stesso hospitalero di Lugo che mi accoglie, mi registra e mi dà le chiavi della porta d’ingresso perché in questo luogo anche le ferree regole dell’accoglienza peregrina sono un po’ diverse
Dodici posti letto, quattro docce, un cucinino, pareti e tetto in legno, ombreggiato dal bosco incombente e vicino, odore di resina ed erba e fiori, tale e tanta è la magia di questo posto che si pensa sottovoce per non turbarne la quiete, la serenità e la pace che tutto circonda e tutto pervade, rifaccio il letto, smonto lo zaino e mi regalo una doccia tutto in punta di piedi, insieme a me nell’albergue solo tre anziani pellegrini, cenni di saluto, riservatezza, sono di quelli che dormono presto e partono prima dell’alba e quindi esco per non disturbarli e percorro le poche decine di passi che mi separano dall’albergue privato dove mi prendo una birra, la prima da quando sono partito, e mi accomodo su una sdraio ad osservare il sole calante i cui raggi giocano a rimpiattino con le fronde degli alberi
Il pomeriggio sfuma nella sera e la specialità del Cammino mi fa ritrovare seduto a cena con irlandesi, australiani e israeliani per un desinare multietnico scrigno di esperienze raccontate con orgoglio e passione, mitezza e umiltà, che tanto adoro e agogno avendo con cura lasciato a se stessi un gruppo di italiani partiti stamattina da Lugo e arrivati con i bagagli in taxi, tirati a lucido come il Calboni e la Silvani a Cortina e analogamente vocianti
Birra della staffa, ultime chiacchiere, torno in albergue e mi corico nel silenzio alla penombra delle luci esterne che filtrano dalle finestre, una giornata incredibile, magica, mistica, completamente diversa ma topica tanto quanto la Ruta, l'Asturia solitaria e aspra ha lasciato il passo alla Galizia solitaria e morbida, l'andare sul Primitivo non è cambiato, alle ascese ripide e sfiancanti si sono sostituiti i saliscendi collinari, alle rocce esposte al sole, alberi e boschi, ma la solitudine è la stessa, al punto da essere diventata una parte inseparabile di me che, come l'ombra di Peter Pan, mi segue ovunque, l'ho assorbita, elevandola da desiderio, prima di partire, a necessità, compagna di viaggio, madre, amica, sorella, ho imparato a sentirla parte di me, mi ci appoggio tanto è materiale, ci scivolo dentro nei momenti cupi, me ne lascio sospingere in quelli di esaltazione, lei assorbe tutto, conserva tutto, restituisce tutto, inclusa quell'immagine di te stesso che lei ti ha aiutato a depurare, pulire e distillare negli interminabili chilometri in cui silente compagna ha assistito al tuo catartico passaggio attraverso le forche caudine
Buonanotte amica cara ….