Dopo aver 'provocato' questo post non sono più intervenuto perché mi ha un po' spaventato.
Mi ha spaventato la vastità del tema, tutte le implicazioni che mi venivano in mente e quelle che sono emerse dai vostri interessanti interventi.
Il tema è molto delicato, e proprio per questo ritengo e ripeto che non ci sono domande stupide. Il fatto è che, a mio avviso, non ci sono risposte certe e definitive. Ognuno di noi deve cercare e trovare la sua risposta, nella certezza che non è la risposta ultima, ma solo un passo avanti. Perché un conto è confrontarsi con la morte in astratto, un conto con la morte in concreto, un conto con la morte che ci coinvolge emotivamente ma non direttamente, un conto con la morte di persone a noi vicine e care, e infine un conto ancora diverso è confrontarsi con la propria morte. E poi ci sono le morti che non sono nella naturalità delle cose: che ti muoia un genitore ti crea dolore, ma in fondo sai che prima o poi dovrà succedere, ma che ti muoia un figlio, magari già grande, non è naturale, è una cosa a cui non puoi né sai prepararti, va al di la delle nostre capacità.
Il tema inoltre è molto delicato nella cultura odierna. Oggi abbiamo esorcizzato la morte. Avendola relegata in strutture apposite abbiamo ritenuto di averla eliminata. Non la facciamo comparire neanche negli annunci funebri (nessuno è mai morto, ma 'tornato alla casa del padre', 'mancato', 'ci ha lasciato' e via così). Nessuno più muore in casa, non si fa più la veglia funebre nella casa, con i vicini, parenti e amici e la salma in mezzo. E così, a furia di relegare la morte sempre più in un angolo, sempre più nascosto, ci troviamo a non saperla più 'gestire'. Alla naturale paura che fa, si è aggiunta la paura dell'incognito. Ed è assurdo: l'unica certezza che c'è nella vita è la morte.
La morte, toccanoci nel profondo del nostro essere ci interroga ed esige una risposta. E questa risposta l'uomo la sta cercando da quando è su questa terra. Tutti noi siamo colpiti dal grido "Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato". Siamo colpiti perché è il nostro grido, è il grido che ogni uomo ha lanciato al cielo.
È un grido così straziante e così forte che tante volte ci impedisce di sentire l'altro richiamo, meno urlato ma altrettanto straziante (per chi lo ha emesso) e che ecceggia da più tempo: "Adamo, dove sei"
È molto facile e comodo prendersela con Dio laddove siamo noi responsabili: se treno andava al doppio della velocità consentita non c'entra Dio ma l'uomo, se la scuola piena di bambini crolla per il terremoto non c'entra Dio ma l'uomo che per risparmiare non l'ha fatta in maniera antisismica, se migliaia di bambini muoiono ogni giorno di fame non c'entra Dio ma l'uomo che per egoismo e per sete di guadagno pensa solo ad accapparrare e che gli altri si arrangino.
Non possiamo tirare in ballo Dio per correggere le nostre cavolate, e poi dirgli di non rompere più quando non ci fa più comodo.
La risposta Dio ce l'ha data sulla croce. Ad un altro internato in un lager che gli chiedeva, di fronte ad un ragazzo torturato e impiccato, "dov'è il tuo dio?" un credente rispondeva "appeso a quella forca".