21/07 La Robla – Poladura
Ci svegliamo tutti intorno alle 6:30. Dormito abbondantemente e bene.
Paco deve aspettare che apra l’ufficio postale e fare un po’ di cose, per cui non sa fin dove arriverà oggi, ci dà appuntamento per domani a Pajares.
Colazione, poi Paquito, io e Vasco, nell’ordine, partiamo.
Un po’ su stradine e strade asfaltate, dove però non passa assolutamente nessuno.
Un tratto di antico acquedotto e la ermita del Buen Suceso, speriamo.
Arrivo a Pola de Gordon e perdo le frecce 2 volte in 10 metri.
Le indicazioni ci sono e sono perfettamente visibili. Sono io che sono un po’ rimbambita.
Prima non vedo l’indicazione per il sottopasso ferroviario e seguo la ferrovia. Mi accorgo che non ci sono più frecce e torno indietro.
Quando esco dal sottopasso non vedo la freccia che indica di andare diritto. Seguo di nuovo la ferrovia. E di nuovo mi accorgo che non ci sono frecce.
Chissà perché volevo seguire a tutti i costi questa ferrovia.
Fino a Buiza per strada asfaltata, piccola, non passa nessuno, in leggera salita.
Alcuni tratti vicino al versante delle montagna. Bello.
Aveva ragione il ciclista: Buiza è un bel paesino, piccolino.
Però ho fatto bene a fermarmi a La Robla.
Finisce la strada e si inizia a salire sul sentiero.
Probabilmente ci sono 2 possibilità di prendere il sentiero da Buiza, perché a un bivio io arrivo da una parte e vedo Vasco arrivare dall’altra. Questa volta non ho perso le frecce e anche lui dice di averle seguite.
Il sentiero è bello e ben segnato. La prima parte è abbastanza ripida, ma basta andare con calma.
Guardando indietro si vede Buiza e la valle in basso. Si vede anche Paquito, che sta salendo da dove son salita io... e lui il Salvador lo conosce perché l’ha già fatto 2 anni fa.
Gli è piaciuto talmente che, per rifarlo, ha trovato la scusa che la prima volta non aveva la macchina fotografica.
Ci sono delle mucche in cresta che si stagliano sul cielo azzurro (è una bellissima giornata anche oggi).
Guardando un po’ il panorama e facendo qualche foto, arrivo tranquillamente a Las Forcadas de San Anton.
E’ un “passo” a tutti gli effetti. E’ montagna, dall’altro lato si scende, si può vedere su entrambi i versanti. Sì, sono soddisfatta.
Mi fermo a mangiare un platano.
Vasco prosegue. L’avrei comunque perso subito, se in salita riesco a stargli dietro, in discesa e pianura va almeno al doppio della mia velocità.
Il tratto in discesa arriva in un boschetto con dei cavalli che stanno pascolando.
Altro pezzo molto bello. Un sentiero a mezza costa con un’ottima vista.
Una curva: uno spigolo con una roccia da cui si vede ovunque.
Mi rifermo e mi allungo sulla roccia.
Sarebbe valsa la pena di fare il cammino anche solo per questo momento.
Non si può stare qui in eterno e allora riparto.
E… i cardi blu! Non solo il fiore blu, sono tutti blu, anche i gambi, anche le foglie. Non li avevo mai visti.
Il sentiero scende di nuovo e io di nuovo perdo le frecce.
Questa volta forse ho una attenuante. Anche Vasco ha sbagliato e Paquito aveva sbagliato 2 anni fa.
Il sentiero segue un recinto per le mucche e arrivati ad un certo punto lo abbandona, davanti c’è una piccola scarpata, e gira a destra. A destra, in fondo alla valle, si vede anche un paese in lontananza.
Ma non bisogna girare a destra, bisogna scavalcare il filo e girare a sinistra e il paese non è Poladura.
La freccia c’è, è all’interno del recinto, ma non mi è proprio venuto di guardare da quel lato.
Il sentiero comunque dopo poco si perde tra erica e arbusti, quindi si capisce che c’è qualcosa che non va.
Mentre torno indietro mi sento chiamare dall’alto, è Paquito, ha visto che ho preso la direzione sbagliata.
Il sentiero scende poi tranquillamente fino a Poladura. Ancora un po' di cardi blu, un po’ di mucche, qualche altro cavallo.
Arrivo alle prime case di Poladura e 2 signore mi salutano.
Presa da un rarissimo attacco di “socialità” (il cammino mi fa brutti scherzi!) chiedo dov’è l’albergue: “No hay un albergue aquì” e iniziano a spiegarmi che devo seguire la strada per una decina di km fino a un paese che non mi ricordo e forse lì potrebbe esserci.
Dove sono finita? Chiedo se siamo a Poladura e, con mio grande sollievo, la risposta è affermativa, il paese è lì davanti e me lo indicano.
Dico che l’albergue c’è. Sono molto scettiche e mi consigliano di chiedere alla Casa Rural.
Però iniziano a incuriosirsi e incominciano le domande. Di dove sono? Da dove sono partita? Dove voglio arrivare? Ma sono da sola? Voglio un bicchiere di acqua fresca?
Sfoggio il mio spagnolo (che comunque un po’ è migliorato rispetto all’anno scorso) e rispondo.
L’albergue c’è e lo trovo facilmente. E’ nel vecchio alloggio del maestro, sopra la scuola.
C’è anche un furgoncino supermercato parcheggiato proprio nel piazzale davanti.
Vasco sta uscendo a fare la spesa. Abbandono lo zaino e lo raggiungo, prima che il supermercato se ne vada.
All’albergue non c’è olio, chiediamo se ne ha una bottiglietta piccola.
Una signora ci sente e mi “ordina” di andare a prendere un bicchiere, ce ne dà lei un po’.
Arriva Paquito e prende qualcosa anche lui.
Mettiamo insieme una cena forse un po’ strana, ma mangiabile e divertente.
Ho superato l’esame. Vasco dice che, non ci credeva, ma cammino. Anzi in salita sembra che me la cavi abbastanza bene. E imita il mio passo ciondolante con le mani in tasca (Puf… non ho SEMPRE le mani in tasca! Ogni tanto sono appoggiate alla cintura dello zaino…). Mi tocca imitare il suo passo “marziale” con tanto di bastoncini.
L’albergue è piccolino, ma molto accogliente. Viene l’hospitalero e ci racconta di come il piccolo paese sta cercando di mantenerlo, chi dando una mano per la manutenzione, chi portando qualche piatto, una pentola, una sedia. Ultimamente non hanno più visto fondi. Questo è un discorso che sentirò spesso.
Dopo cena ci sediamo a chiacchierare sulla panchina. Granada, Porto, l’Italia, la crisi, i cammini, la tappa di domani, i gatti, i cani, il cibo… beh, anche per questi momenti vale la pena fare il cammino.
Prima di andare a dormire salgo sul campanile. Si vedono le montagne intorno. Adesso sono qui e basta.