22/07 Poladura - Pajares
Prima di partire Paquito ci consiglia di non cercare tanto frecce e indicazioni vicino, ma di “puntare” sempre alla successiva, perché il sentiero non è sempre così evidente. Alla fine sarà più complicato a dirsi che a farsi. E’ un normale tratto di montagna abbastanza segnato, la giornata è limpida, bisogna solo fare un po’ di attenzione. E ci si diverte anche…
In caso di brutto tempo la cosa diventerebbe ben più problematica.
Primo pezzo su pascoli.
E’ chiaro ed è tutto sereno, ma il sole è ancora dietro le montagne e fa freschetto.
Quando sbucano i primi raggi sono vicino a dell’erba alta e mi fermo a guardare (e fotografare) delle ragnatele con le goccioline di rugiada ancora attaccate. Mi sono sempre piaciute molto, sono perfette.
Mi raggiunge Vasco, non avendo idea di come si dica ragno in spagnolo, glielo mimo. Mi guarda un po’ perplesso.
Tratti più ripidi si alternano a tratti più in piano.
La vista è davvero bella: solo montagne.
Un passo con una piccola cresta rocciosa. Cerco un posto dove si possa salire facilmente e mangio su una roccia il mio platano di mezza mattina.
Vasco passa sotto senza notarmi. Sto per salutarlo, ma non lo faccio, c’è silenzio, calma, mi sembra che parlando spezzerei l’incantesimo.
Oggi la tappa è corta e voglio godermela fino in fondo. Sto lì un bel po’.
Ancora prati, erica, pietre e montagne tutto intorno.
Poi arrivo a un campo recintato per le mucche. Lo fiancheggio in salita, anche se l’unica cosa gialla che vedo da quella parte sembra un paletto del gasdotto. Ma non ho ancora voglia di scendere.
Capisco che non è la direzione giusta ma arrivo fino al paletto. Ne vale la pena perché c’è una bella vista e le mucche al pascolo sull’altro versante.
Ci sono vecchi pezzi di filo spinato per terra, mentre penso “devo fare attenzione a non inciampare” ne pesto uno. Non la prende per niente bene e mi si pianta sul polpaccio dell’altra gamba.
Niente di che, un graffio e 3 buchetti, un ricordo di questa giornata per il resto del cammino.
Torno indietro e vedo la freccia al di là del recinto. Scavalco e inizio a scendere.
Sono in mezzo alle mucche che vedevo dall’alto.
E’ un prato in discesa abbastanza ripido. Non c’è un vero e proprio sentiero, ci sono tanti sentieri, tutti quelli creati dalle bestie al pascolo.
Vedo giù saltellando per il prato. Lo so, non è una cosa particolarmente saggia, ma riesco a non distruggermi nessuna articolazione e mi diverto.
C’è da risalire al colle successivo, c’è una mulattiera, mi sa che la parte da fare “a vista” è finita, peccato...
Ricomincio a scendere e vedo il paese di Arbas in basso.
Mi avvicino abbastanza velocemente. Poi però le frecce portano dall’altro lato della valle, si torna un po’ indietro, si risale. Arbas che sembrava a portata di mano non si vede più.
Dopo un po’ finalmente ci arrivo.
Vado a visitare la Collegiata. Mi piace tantissimo il pavimento. Fossi nata qualche secolo prima poteva essere un buon mestiere per me, non mi sembra ci voglia tanto spirito artistico, solo tantissima pazienza.
Da Arbas a Puerto de Pajares è su carretera, ma non è lungo, non c’è neanche il tempo di annoiarsi.
Si ritorna su mulattiere/sentieri, tra pascoli e qualche boschetto.
Si sale ancora un po’ e poi inizia la discesa verso Pajares.
C’è un altro pascolo bello ripido. Visto che mi è andata bene la prima volta, vado giù “corricchiando” anche qui. Le mucche mi guardano con aria di sufficienza.
Sono di ottimo umore e me la prendo proprio con calma.
Entrando in Pajares vedo Paco che arriva dalla strada, è partito prestissimo da Buiza, l’ultimo tratto l’ha fatto sulla strada perché più corto. Arriviamo insieme all’albergue.
Paquito e Vasco sono arrivati da un po’ e già mi immaginavano persa tra le montagne.
Paco ieri ha ritirato i soldi e ha fatto la spesa, per cui dice che stasera il piatto di pasta ce lo offre lui. Cerchiamo di dire che non è necessario, ma insiste, quando può offre lui perché tanto sa che quando ne avrà bisogno ci sarà qualcuno che glielo restituirà.
Alla fine prendiamo la sua pasta, ci aggiungiamo quello che abbiamo noi e mettiamo insieme un piatto piuttosto bizzarro. Ma Vasco assicura che ha la giusta quantità di carboidrati e proteine.
Paco e Paquito vanno fino al bar, io faccio un giro su internet (era meglio se non leggevo la posta, ma ormai è fatta. Però non gli permetto di rovinarmi la giornata!) e poi vado a dormire.
E mi perdo il bingo dell’hospitalera Marisa.
Prima di partire Paquito ci consiglia di non cercare tanto frecce e indicazioni vicino, ma di “puntare” sempre alla successiva, perché il sentiero non è sempre così evidente. Alla fine sarà più complicato a dirsi che a farsi. E’ un normale tratto di montagna abbastanza segnato, la giornata è limpida, bisogna solo fare un po’ di attenzione. E ci si diverte anche…
In caso di brutto tempo la cosa diventerebbe ben più problematica.
Primo pezzo su pascoli.
E’ chiaro ed è tutto sereno, ma il sole è ancora dietro le montagne e fa freschetto.
Quando sbucano i primi raggi sono vicino a dell’erba alta e mi fermo a guardare (e fotografare) delle ragnatele con le goccioline di rugiada ancora attaccate. Mi sono sempre piaciute molto, sono perfette.
Mi raggiunge Vasco, non avendo idea di come si dica ragno in spagnolo, glielo mimo. Mi guarda un po’ perplesso.
Tratti più ripidi si alternano a tratti più in piano.
La vista è davvero bella: solo montagne.
Un passo con una piccola cresta rocciosa. Cerco un posto dove si possa salire facilmente e mangio su una roccia il mio platano di mezza mattina.
Vasco passa sotto senza notarmi. Sto per salutarlo, ma non lo faccio, c’è silenzio, calma, mi sembra che parlando spezzerei l’incantesimo.
Oggi la tappa è corta e voglio godermela fino in fondo. Sto lì un bel po’.
Ancora prati, erica, pietre e montagne tutto intorno.
Poi arrivo a un campo recintato per le mucche. Lo fiancheggio in salita, anche se l’unica cosa gialla che vedo da quella parte sembra un paletto del gasdotto. Ma non ho ancora voglia di scendere.
Capisco che non è la direzione giusta ma arrivo fino al paletto. Ne vale la pena perché c’è una bella vista e le mucche al pascolo sull’altro versante.
Ci sono vecchi pezzi di filo spinato per terra, mentre penso “devo fare attenzione a non inciampare” ne pesto uno. Non la prende per niente bene e mi si pianta sul polpaccio dell’altra gamba.
Niente di che, un graffio e 3 buchetti, un ricordo di questa giornata per il resto del cammino.
Torno indietro e vedo la freccia al di là del recinto. Scavalco e inizio a scendere.
Sono in mezzo alle mucche che vedevo dall’alto.
E’ un prato in discesa abbastanza ripido. Non c’è un vero e proprio sentiero, ci sono tanti sentieri, tutti quelli creati dalle bestie al pascolo.
Vedo giù saltellando per il prato. Lo so, non è una cosa particolarmente saggia, ma riesco a non distruggermi nessuna articolazione e mi diverto.
C’è da risalire al colle successivo, c’è una mulattiera, mi sa che la parte da fare “a vista” è finita, peccato...
Ricomincio a scendere e vedo il paese di Arbas in basso.
Mi avvicino abbastanza velocemente. Poi però le frecce portano dall’altro lato della valle, si torna un po’ indietro, si risale. Arbas che sembrava a portata di mano non si vede più.
Dopo un po’ finalmente ci arrivo.
Vado a visitare la Collegiata. Mi piace tantissimo il pavimento. Fossi nata qualche secolo prima poteva essere un buon mestiere per me, non mi sembra ci voglia tanto spirito artistico, solo tantissima pazienza.
Da Arbas a Puerto de Pajares è su carretera, ma non è lungo, non c’è neanche il tempo di annoiarsi.
Si ritorna su mulattiere/sentieri, tra pascoli e qualche boschetto.
Si sale ancora un po’ e poi inizia la discesa verso Pajares.
C’è un altro pascolo bello ripido. Visto che mi è andata bene la prima volta, vado giù “corricchiando” anche qui. Le mucche mi guardano con aria di sufficienza.
Sono di ottimo umore e me la prendo proprio con calma.
Entrando in Pajares vedo Paco che arriva dalla strada, è partito prestissimo da Buiza, l’ultimo tratto l’ha fatto sulla strada perché più corto. Arriviamo insieme all’albergue.
Paquito e Vasco sono arrivati da un po’ e già mi immaginavano persa tra le montagne.
Paco ieri ha ritirato i soldi e ha fatto la spesa, per cui dice che stasera il piatto di pasta ce lo offre lui. Cerchiamo di dire che non è necessario, ma insiste, quando può offre lui perché tanto sa che quando ne avrà bisogno ci sarà qualcuno che glielo restituirà.
Alla fine prendiamo la sua pasta, ci aggiungiamo quello che abbiamo noi e mettiamo insieme un piatto piuttosto bizzarro. Ma Vasco assicura che ha la giusta quantità di carboidrati e proteine.
Paco e Paquito vanno fino al bar, io faccio un giro su internet (era meglio se non leggevo la posta, ma ormai è fatta. Però non gli permetto di rovinarmi la giornata!) e poi vado a dormire.
E mi perdo il bingo dell’hospitalera Marisa.

La trovata di "Bambi" è stata un colpo di genio! Cmnq,prova sempre in italiano che spesso funziona: il cervo lo chiamano "ciervo" (pron: "siervo") se invece è un cerbiatto, "ciervo pequeño".

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