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Leon - Oviedo - Santiago

  • Creatore Discussione Creatore Discussione liam
  • Data di inizio Data di inizio
22/07 Poladura - Pajares

Prima di partire Paquito ci consiglia di non cercare tanto frecce e indicazioni vicino, ma di “puntare” sempre alla successiva, perché il sentiero non è sempre così evidente. Alla fine sarà più complicato a dirsi che a farsi. E’ un normale tratto di montagna abbastanza segnato, la giornata è limpida, bisogna solo fare un po’ di attenzione. E ci si diverte anche…
In caso di brutto tempo la cosa diventerebbe ben più problematica.
Primo pezzo su pascoli.
E’ chiaro ed è tutto sereno, ma il sole è ancora dietro le montagne e fa freschetto.
Quando sbucano i primi raggi sono vicino a dell’erba alta e mi fermo a guardare (e fotografare) delle ragnatele con le goccioline di rugiada ancora attaccate. Mi sono sempre piaciute molto, sono perfette.
Mi raggiunge Vasco, non avendo idea di come si dica ragno in spagnolo, glielo mimo. Mi guarda un po’ perplesso.
Tratti più ripidi si alternano a tratti più in piano.
La vista è davvero bella: solo montagne.
Un passo con una piccola cresta rocciosa. Cerco un posto dove si possa salire facilmente e mangio su una roccia il mio platano di mezza mattina.
Vasco passa sotto senza notarmi. Sto per salutarlo, ma non lo faccio, c’è silenzio, calma, mi sembra che parlando spezzerei l’incantesimo.
Oggi la tappa è corta e voglio godermela fino in fondo. Sto lì un bel po’.
Ancora prati, erica, pietre e montagne tutto intorno.
Poi arrivo a un campo recintato per le mucche. Lo fiancheggio in salita, anche se l’unica cosa gialla che vedo da quella parte sembra un paletto del gasdotto. Ma non ho ancora voglia di scendere.
Capisco che non è la direzione giusta ma arrivo fino al paletto. Ne vale la pena perché c’è una bella vista e le mucche al pascolo sull’altro versante.
Ci sono vecchi pezzi di filo spinato per terra, mentre penso “devo fare attenzione a non inciampare” ne pesto uno. Non la prende per niente bene e mi si pianta sul polpaccio dell’altra gamba.
Niente di che, un graffio e 3 buchetti, un ricordo di questa giornata per il resto del cammino.
Torno indietro e vedo la freccia al di là del recinto. Scavalco e inizio a scendere.
Sono in mezzo alle mucche che vedevo dall’alto.
E’ un prato in discesa abbastanza ripido. Non c’è un vero e proprio sentiero, ci sono tanti sentieri, tutti quelli creati dalle bestie al pascolo.
Vedo giù saltellando per il prato. Lo so, non è una cosa particolarmente saggia, ma riesco a non distruggermi nessuna articolazione e mi diverto.
C’è da risalire al colle successivo, c’è una mulattiera, mi sa che la parte da fare “a vista” è finita, peccato...
Ricomincio a scendere e vedo il paese di Arbas in basso.
Mi avvicino abbastanza velocemente. Poi però le frecce portano dall’altro lato della valle, si torna un po’ indietro, si risale. Arbas che sembrava a portata di mano non si vede più.
Dopo un po’ finalmente ci arrivo.
Vado a visitare la Collegiata. Mi piace tantissimo il pavimento. Fossi nata qualche secolo prima poteva essere un buon mestiere per me, non mi sembra ci voglia tanto spirito artistico, solo tantissima pazienza.
Da Arbas a Puerto de Pajares è su carretera, ma non è lungo, non c’è neanche il tempo di annoiarsi.
Si ritorna su mulattiere/sentieri, tra pascoli e qualche boschetto.
Si sale ancora un po’ e poi inizia la discesa verso Pajares.
C’è un altro pascolo bello ripido. Visto che mi è andata bene la prima volta, vado giù “corricchiando” anche qui. Le mucche mi guardano con aria di sufficienza.
Sono di ottimo umore e me la prendo proprio con calma.
Entrando in Pajares vedo Paco che arriva dalla strada, è partito prestissimo da Buiza, l’ultimo tratto l’ha fatto sulla strada perché più corto. Arriviamo insieme all’albergue.
Paquito e Vasco sono arrivati da un po’ e già mi immaginavano persa tra le montagne.
Paco ieri ha ritirato i soldi e ha fatto la spesa, per cui dice che stasera il piatto di pasta ce lo offre lui. Cerchiamo di dire che non è necessario, ma insiste, quando può offre lui perché tanto sa che quando ne avrà bisogno ci sarà qualcuno che glielo restituirà.
Alla fine prendiamo la sua pasta, ci aggiungiamo quello che abbiamo noi e mettiamo insieme un piatto piuttosto bizzarro. Ma Vasco assicura che ha la giusta quantità di carboidrati e proteine.
Paco e Paquito vanno fino al bar, io faccio un giro su internet (era meglio se non leggevo la posta, ma ormai è fatta. Però non gli permetto di rovinarmi la giornata!) e poi vado a dormire.
E mi perdo il bingo dell’hospitalera Marisa.
 
23/07 Pajares – Pola de Lena

Oggi si scende. Mi dispiace, niente più paesini di montagna. Non parto proprio di ottimo umore.
Però il paesaggio è bello e mi dimentico velocemente del mio umore.
Il sole è ancora dietro le montagne e inizia a illuminare solo le cime più alte.
Mi fermo e aspetto che abbia illuminato tutta una cima rocciosa, che sta assumendo un bellissimo colore.
Voglio rifare il giro del Monviso (troppo lungo da spiegare perché mi è venuto questo pensiero, ma, io la butto lì, ci fosse qualcuno interessato…).
Compito per il prossimo inverno: imparare i nomi degli animali in spagnolo (in alternativa: fare un corso di mimo).
Vedo un cerbiatto che corre in un prato, mi fermo.
Arriva Paquito e non sapendo come si dice cerbiatto glielo mimo. Mi guarda un po’ preoccupato, beh, sì, forse assomigliava più a un canguro quello che ho mimato. Provo a spiegare: “Como un cabrito pero no domestico”. Già un po’ meglio, ma non è ancora chiaro. Poi ho una illuminazione: “Bambi!”. Adesso sì.
In questa zona ci sono cani enormi, ne ho già visti i giorni scorsi. Sembrano molto tranquilli.
Ne vedo uno che dorme in un prato e poco dopo un altro al bordo della strada, questo si alza e si avvicina.
Non ho paura dei cani, ma questo ha le dimensioni di un vitello, per cui lo lascio avvicinare ma non lo tocco.
Lui tira fuori la lingua e mi lecca un gomito, che è all’altezza della sua testa.
Beh, mi sembra un chiaro segnale di amicizia. Lo accarezzo un po’ e sembra ben contento. Mi segue per un breve tratto, poi con molta calma se ne torna indietro.
Ci sono alcuni tratti in discesa abbastanza ripidi. Ogni tanto si risale un po’. Alcuni tratti in piano, tra cui uno a mezza costa molto bello.
E’ comunque un percorso molto piacevole e tranquillo, aiuta a pensare (cosa che non sempre mi porta a grandi risultati…)
Pascoli, boschi, castagni.
Si attraversano parecchie frazioni. Alcune ancora abitate, altre no. Una mi piace in modo particolare, ma non so perché.
Fino a Campomanes.
Poi il paesaggio cambia. Sarebbe tutta pianura, lungo il fiume.
Ma io faccio la deviazione per Santa Cristina. Per cui ancora un po’ di salita e relativa discesa.
Il posto è bello, ma Santa Cristina si può dire che non la vedo. L’esterno è in ristrutturazione, quindi completamente coperto da impalcature, l’interno ha chiuso 10 minuti prima che io arrivassi.
Entro a Pola de Lena. E’ un paese strano: l’autostrada gli passa in mezzo.
L’ultima freccia che vedo indica un sottopasso per attraversare l’autostrada, poi più niente.
Nel paese, non piccolo, non ci sono indicazioni di nessun tipo.
Devo chiedere a 3 persone prima che una signora mi consigli di andare dalle parti della stazione.
Ha ragione, l’albergue è in un centro comunale proprio davanti alla stazione.
Ci sono Paco e Vasco.
Si parla un po’. Paco ci racconta un po’ della sua storia e delle sue avventure.
Tra l’altro mi colpisce che quest’inverno abbia attraversato tutta la Liguria camminando sull’Aurelia. Oltretutto preso spesso per un barbone e non sempre trattato bene.
Se qualcuno lo dovesse incrociare: è una brava persona!
Poi Paco se ne va, per dopodomani, San Giacomo, vuole arrivare… (ehm, non ho capito dove, ma mi sembra di capire già parecchio quando parlano spagnolo, per cui quando ogni tanto qualche particolare mi sfugge non mi preoccupo troppo…), quindi oggi cammina ancora un po’.
Anche Paquito ha proseguito. Continuerà sul Norte e preferisce non fermarsi a Oviedo.
Restiamo io e Vasco.
Giro per il paese. Non sarebbe male, non ci fosse quest’autostrada.
Chiediamo come proseguire domani, visto che di frecce non se ne vedono neanche all’uscita.
Mangiamo, parliamo un po’, ci raccontano un po’ dei problemi e della lotta dei minatori. In questi giorni, di nastrini neri e di scritte “Soy minero” o “Estoy con los mineros” ne abbiamo visti parecchi attaccate alle porte delle case.
 
..grazie Lia per condividere con noi il tuo cammino

e sei anche molto brava nel trasmettere le tue sensazioni
 
Ahahah... :-)) La trovata di "Bambi" è stata un colpo di genio! Cmnq,prova sempre in italiano che spesso funziona: il cervo lo chiamano "ciervo" (pron: "siervo") se invece è un cerbiatto, "ciervo pequeño".

Una volta volevo avvertire che più a monte era stato visto un branco di cinghiali (mi aveva mandato un sms un amico italiano) e quando ho spiegato a qualcuno,col mio brillante spagnolo, "come un porco ma selvatico",questo non la finiva più di ridere perchè gli era venuto in mente (valla a capire la gente!) una via di mezzo tra Tarzan e Rocco Siffredi! E' così che arrampicandomi sugli specchi ho scoperto la parola "verraco" che vuol dire,appunto, cinghiale: ora non me la dimentico più! :rofl:

Complimenti per i tuoi racconti: pare proprio di essere lì.

Fly
 
Io il cinghiale l'ho sempre chiamato "jabalí" ..... non è che ho sempre detto qualcosa con un significato equivoco...???? :roll:

Dai, racconta lia che mi sembra di tornare alle prime emozioni, quelle che non si scordano mai.


free
 
Cerco che gli spagnoli avranno una strana idea della cultura zoologica degli italiani: canguri, porconi selvatici :-))

Ho provato con "cervo" anzi pronunciato alla spagnola "servo", però ha capito "cerdo", e visto che continuavo a dire "no domestico" pensava avessi visto un cinghiale. A saperlo... potevamo scambiarci l'interlocutore e tutto sarebbe stato chiaro

Alla prossima puntata dei miei racconti "scemotti"... :imbarazzo:
 
Mi avete fatto venire in mente quella volta che invece che oveja ho detto pecora (che è un insulto) ?-)

Pace e benedizione
Julo d.
 
24/07 Pola de Lena - Oviedo

Vasco parte prestissimo. Un suo amico Asturiano lo aspetta a Mieres per fare insieme il tratto fino a Oviedo.
Io, come al solito, verso le 7.
Prima parte su asfalto. Autostrada da un lato, ferrovia dall’altro, non è molto bello.
Poi si entra in un parco lungo il fiume. Non sarebbe male, c’è anche parecchia gente che passeggia, va in bici, corre.
Ma inizio a non sopportare più il rumore in sottofondo dell’autostrada.
Vorrei un interruttore per spegnerla.
In più sono stanca, la prima volta da quando sono partita. Anche la spalla sinistra, che era stata bravissima fino ad ora, inizia a non sopportare più lo zaino.
Mi fermo un po’ su una panchina. Riparto, ma la situazione non migliora.
Arrivo a Mieres abbastanza stufa. Tanto che penso che potrei quasi prendere il treno fino a Oviedo.
E’ presto, do un’occhiata al paese e poi decido.
All’uscita dal paese si abbandona autostrada, ferrovia, rumore e si inizia a salire.
Proviamo.
Dopo 10 minuti di salita mi rendo conto che non sono più stanca, la spalla non si lamenta più e mi è tornato il buonumore.
Possibile che sia allergica alla pianura? Devo sempre salire o scendere?
Vado su benissimo.
Anche oggi tutto sereno, 5 giorni di tempo stupendo.
La salita è quasi tutta su asfalto, ma non passa quasi nessuno.
Un Alto e discesa, su una mulattiera.
Si attraversa un paese, con la Fuente de los Locos (un po’ anche mia).
Altra salita, altro Alto, altra discesa e poi un po’ di sali/scendi.
Non mi serve molto: un po’ di silenzio, un po’ di paesaggio intorno e io non ho più problemi.
Gioco un po’ con un cucciolo di cane lungo una spanna in un cortile di una fattoria.
Il problema è non farmi seguire quando me ne vado, ci riesco fregandolo…
Arrivo a Oviedo.
L’albergue apre alle 5. Mangio qualcosa e mi faccio un giro: centro, cattedrale.
Quando ritorno all’albergue c’è già gente in coda, sono sul Primitivo adesso.
Anche 2 italiani: un signore di Cuneo e un ragazzo calabrese che arrivano dal Norte.
Arrivano gli hospitaleros e ci distribuiscono nelle camere.
Non c’è poi tantissima gente e sento che sul Norte non hanno mai avuto problemi a trovare un letto. Rischio e il materassino non lo compro.
Quando vado a recuperare la credenziale, l’hospitalero mi dice che alle 18:30 ci sarà qualcosa da mangiare e da bere. Un po’ di festa, perché è una giornata particolare: hanno registrato il venticinquemillesimo pellegrino che ha dormito nell’albergue. Me lo indica: è Vasco!
Da ora in avanti lo saluterò sempre con “Ehi, peregrino 25000!”
Arriva un assessore con un po’ di politici locali, lo intervistano, lo fotografano.
Gli regalano una targa e una copia della statua del Salvador (gliele spediranno a casa, per fortuna).
Devo dire che se la cava molto bene.
Alla fine gli dico che sono contentissima che sia stato il “Peregrino 25000”, soprattutto perché così non lo sono stata io. Mi risponde che un po’ di protagonismo alla fine salta fuori a tutti. Sarà, ma sono contenta lo stesso.
Fine del Camino del Salvador: bello, molto bello, più che contenta di averlo fatto.
E adesso vedremo il Primitivo.
 
Forza pellegrina 25.001 ... mi piace il tuo modo di raccontare,

E' come bere acqua fresca da una fuente.

Un abbraccio.

Edo
 
Ciao, Liam. Sarà il tuo modo così spontaneo di raccontare le cose, sarà...mah... leggenditi mi viene una grande nostalgia del cammino ma non quella cattiva che ti riempie di tristezza ma quella che ti fa dire" grazie,Signore, per avermi dato l'opportunità di fare il Cammino, di aver accumulato tanti bei ricordi e di continuare sia pur idealmente a percorrere anche i cammini che non ho fatto" Ora sarò con te sul Primitivo. Grazie, Liam!
 
:imbarazzo: :imbarazzo: :imbarazzo: grazie...
mi sto divertendo a rileggere il mio quadernetto e a scrivere. Rivivo un po' le sensazioni vissute nel cammino. E... viene fuori un po' tutto a caso...
 
25/07 Oviedo – Cornellana

Esco da Oviedo con “el peregrino 25000”.
Fuori Oviedo c’è un po’ di nebbia .
Ci sono anche altre persone che camminano. Non ci sono abituata.
Faccio un tratto con una ragazza spagnola. E’ al primo giorno di cammino e mi sembra un po’ preoccupata.
Il primo tratto è simile all’ultimo di ieri: campi, cascine, un po’ di animali.
Mi fermo sugli scalini di una piccola ermita, che mi piace, ma come sempre non so perché.
La nebbia se n’è andata, sole anche oggi.
Un tratto di sentiero in mezzo al bosco, poi una stradina con un po’ di curve in una piccola valle. Al fondo c’è una casetta, lì da sola, mi piace anche lei.
Incontro l’asinello. Mi viene subito in mente il racconto di Fly. Sto un po’ lì a chiacchierare con lui (non a voce alta eh, qui ogni tanto passa qualcuno. Tanto gli asinelli sanno chiacchierare anche senza parlare). Non avendo mele sottomano, gli offro un pezzo di banana.
Inizia a fare caldo, sicuramente il giorno più caldo da quando sono partita.
Un tratto senza ombra. Quando finalmente vedo degli alberi, faccio una piccola deviazione e mi fermo a bere e a prendere un po’ di fresco.
Sto quasi per ripartire quando vedo arrivare sul sentiero la ragazza spagnola: non cammina in linea retta, ma va un po’ a destra e sinistra.
Mi preoccupo abbastanza: se sta male che faccio?
Chiudo velocemente lo zaino (e la mia maglia di cotone con le maniche lunghe rimane lì) e le vado incontro.
Mi sembra stravolta, probabilmente il caldo e un po’ anche la fatica.
Cerco di convincerla a fermarsi un po’ sotto gli alberi, ma dice che vuole solo arrivare al più presto a Grado.
La convinco almeno a bere un po’ della mia acqua visto che non ne ha più e proseguo con lei.
Devo dire che non sono molto tranquilla. Lei risponde solo più a monosillabi, ma non si vuole fermare. Cerco di farla parlare, di distrarla in qualche modo. Non so se è la cosa migliore da fare, ma non mi viene in mente altro.
Finalmente arriviamo a Grado. Sulla prima panchina all’ombra la “obbligo” a fermarsi.
Stiamo un po’ lì e direi che la situazione migliora notevolmente.
Mi sembra si sia un po’ ripresa, per cui andiamo alla ricerca di un bar.
A Grado è festa, ci sono le bancarelle e i negozi sono tutti chiusi.
Ci raggiungono Vitaliano (il ragazzo incontrato ieri a Oviedo) e Vasco.
Andiamo insieme in un bar che ha anche un piccolo supermercato.
A un certo punto Vasco mi chiama: “vieni a vedere!”. Ha un giornale in mano, c’è la sua foto con la consegna della targa.
Mi racconta che una signora per strada l’ha fermato dicendo: “sei il pellegrino 25000, ti ho riconosciuto, sei sul giornale!”.
Sempre più contenta che sia lui il 25000 ed è contento anche lui.
A Grado l’albergue non è nel paese, bisogna salire ancora un po’, portandosi il cibo, perché non c’è possibilità né di mangiare, né di comprare.
Vitaliano decide di andare lì e anche la ragazza. Andranno su insieme e la cosa mi tranquillizza.
Con Vasco decidiamo di proseguire fino a Cornellana.
C’è una salita abbasta ripida e il sole picchia forte. Ma si può fare.
Dove hanno tagliato l’erba sento odore di cannella e mi viene in mente lo strudel di mele.
Vasco dice che il sole mi ha dato alla testa e ho le allucinazioni. Ma lo sentirò anche nei prossimi giorni, dove hanno fatto il fieno c’è odore di cannella!
Quando inizia la discesa, come al solito, Vasco parte a velocità supersonica.
Arrivo a una fontana e c’è una maglia di cotone con le maniche lunghe appoggiata per bene su una pietra. Ovviamente non è la mia, però la misura potrebbe andare. Ci penso un attimo ma poi la lascio lì. Se chi l’ha dimenticata tornasse indietro a cercarla è giusto che la ritrovi.
Vasco mi dirà che dovevo prenderla, l’aveva messa bene in vista proprio per me, visto che avevo appena perso la mia. C’erano anche dei calzini che aveva preso lui.
Un bel sentiero in mezzo al bosco. C’è una casetta un po’ diroccata con un albero che gli è caduto sopra. E’ particolare.
Ultimo tratto lungo un fiume, lo faccio molto velocemente perché c’è un temporale in arrivo. Riesco ad arrivare prima di lui.
L’albergue è dentro un monastero in rovina. Il monastero è molto bello, peccato che le uniche parti ristrutturate siano le 2 camere dell’albergue e la cucina dall’altro lato del cortile, che è grande e attrezzatissima.
A giudicare da oggi, questo Primitivo non sembrerebbe poi così affollato. Siamo in 3: Vasco, io e un ragazzo spagnolo. Ma forse abbiamo fatto una tappa non molto “standard”.
Prepariamo una strana “pasta brodosa” (o “minestra asciutta”), su ricetta originale di Vasco. E’ lui lo chef, noi ci limitiamo ad eseguire gli ordini. Siamo un po’ perplessi, ma ci assicura che ha la giusta quantità di carboidrati e proteine. E allora ne mangiamo in abbondanza.
Arrivano gli hospitaleros, marito, moglie e cagnolino. Ci portano una borsata di prugne appena raccolte e si fermano un bel po’ a chiacchierare.
Primo: la crisi. Spagna, Portogallo e Italia, i 3 paesi in crisi riuniti.
Secondo: mancanza fondi per mandare avanti l’albergue.
E questi sono gli argomenti standard.
Poi, partendo dal cibo e dalle pesche, viene fuori uno strano e interessante discorso sulle lingue e su una serie di parole che in italiano, portoghese e asturiano o galiziano sono molto simili, mentre in castigliano sono completamente differenti.
Altra serata piacevole.
 
Ciao,Lia. Quando mi presentai in questo forum,usai la parola caso. Edo mi fece notare che la parola caso sul cammino non esiste:tutto ha un suo perchè.Quello che viene fuori dal tuo "caso" è un godibilissimo racconto.Sempre grazie. Vittoria
 
26/07 Cornellana - Tineo

E’ avanzata un po’ di “pasta asciutta brodosa” di ieri.
Ce la dividiamo e ce la mangiamo fredda.
Anche la forma ha la sua importanza: essendo colazione la mangiamo nelle tazze.
Fino a Salas si alternano tratti nel bosco e tratti nella campagna, con gli horreos quadrati asturiani.
Salas non è male: una chiesa particolare, una torre, la porta.
Un lungo muretto a secco e dei bambini che giocano in bici. Del tratto successivo non mi rimane impresso altro. Oggi sto correndo troppo dietro ai miei pensieri e non faccio attenzione a cosa mi circonda.
A Bodenaya c’è un albergue che da fuori mi piace. Ma è troppo presto e poi è ancora chiuso.
Proseguo.
E’ una bella giornata, ma fa meno caldo di ieri.
A La Espina mangio qualcosa su una panchina e scambio 2 parole con una signora.
Adesso il percorso segue la direzione di una strada abbastanza grande, ma per fortuna la tiene sempre a debita distanza.
Si attraversano parecchie frazioni, con deviazioni e cambi di direzione. Ogni tanto ho la sensazione di tornare indietro, per cui cerco di fare bene attenzione alle frecce.
Vedo qualcosa di conosciuto. Non ci avevo più pensato, ma la riconosco subito. Inizio a ridere dicendo “Eccola! E’ lei! E’ lei!”.
Ed è proprio lei. Con le ortensie, solo quelle blu sono fiorite, la campana, la porta. E’ la Capilla del Cristo de los Afligidos.
Naturalmente la fotografo. Di fronte e poi da un’altra angolazione, che mi ricordo molto bene.
Per fortuna non c’è nessuno in giro, sarebbe stato complicato spiegare questa mia strana reazione.
Proseguo tra pascoli e boschetti.
Il cielo sta diventando scuro. Sto entrando nel paese di El Pedregal quando iniziano le prime gocce.
Tempo di fermarmi sotto una tettoia per tirare fuori l’attrezzatura da pioggia e viene giù un diluvio.
Mi schiaccio bene contro il muro e aspetto che smetta un po’.
10 minuti e non piove più, poco dopo esce di nuovo il sole. E esco di nuovo anch’io. Rimetto nello zaino mantella e coprizaino, senza averli usati.
Fortunata anche oggi con la pioggia.
Tutto tranquillo fino a Tineo, tra pascoli, mucche, muretti a secco e alberi.
C’è l’aria pulita del dopo temporale, il verde è più verde.
Oggi tappa molto solitaria, non ho incontrato nessuno.
All’albergue di Tineo c’è qualcuno, ma non una gran folla, più della metà dei letti sono vuoti.
C’è il ragazzo spagnolo di ieri sera, ma niente Vasco.
Il paese è strano, in pendenza, con tutte le strade a tornanti.
La sera sto un po’ sulle panche fuori dall’albergue a chiacchierare con una olandese, padre e figlia Austriaci e una giovane coppia di Londra. Niente più spagnolo, stasera si parla inglese.
Sono simpatici e ci sto bene, però… mi manca un po’ Vasco.
Nessuno imita il mio passo ciondolante, nessuno controlla la quantità di proteine di quello che ho mangiato.
Ormai mi ero abituata a lui.
Evito con cura di farlo notare, ma riesco anche ad affezionarmi alle persone.
 
27/07 Tineo - Pola de Allande

Qualcuno si alza prestissimo e parte con il buio.
Per me le 7 come d’abitudine.
Fuori dal paese un bel sentiero da cui si vede la valle sotto con ancora un po’ di nebbiolina.
Altra sorpresa, almeno per me, sembra che nessun altro l’abbia notato o ci abbia prestato molta attenzione: c’è una pietra con inciso un quadrato di lettere da seguire tipo “parole intrecciate”.
Danno la frase: “Quien va a Santiago y no al Salvador, visita al siervo pero no al Senor”.
Mi metto subito a seguire le lettere con il dito.
Mi sembra che ci sia abbastanza di mio su quella pietra:
incontrata sul cammino
è una frase legata al tratto che ho appena fatto
è in qualche modo un gioco di parole, non enigmistica classica, ma pur sempre qualcosa che ha a che fare (oltretutto mi sembra che da questo tipo di schemi e dai quadrati magici, di “moda” nel medioevo, sia poi cresciuta l’enigmistica)
e poi c’è anche una quarta cosa, legata a questi ultimi mesi.
Riparto, con un po’ di senso di impotenza e questa cosa in testa.
Incontro più volte le 5 persone con cui sono stata ieri sera e faccio alcuni tratti con loro.
Ieri non ho pensato di chiedere i nomi e oggi, quando mi sono resa conto di non saperli, non osavo più.
Così, anche se farò gran parte delle tappe fino a Lugo con loro, rimarranno la olandese, i 2 austriaci e la coppia inglese.
Dove hanno tagliato il fieno sento di nuovo odore di cannella e quindi di strudel. Provo a dirlo agli austriaci, dovrebbero essere esperti. Evitano di dire che ho le allucinazioni, ma ho la sensazione che lo pensino.
In un bar vedo appesa una vecchia stadera. Mi piace, mi sono sempre piaciute moltissimo. La leva, il contrappeso, i ganci: da piccola rimanevo incantata a guardare usarle per capire come funzionavano.
Il gestore mi dice che continua ad usarla per pesare cose particolari.
Salite e discese, boschi e pascoli, sole e un po’ di nuvole.
La discesa verso Pola la faccio con la olandese. Mettiamo insieme una tale quantità di motivi per fare il cammino, che alla fine ci chiediamo come possa esistere qualcuno che non lo fa.
All’albergue oltre a noi arrivano solo altre 4 persone.
Vado a fare un giro lungo il fiume e mi fermo su una panchina a scrivere. Arrivano parecchie nuvole e inizia a fare fresco, rientro.
Mangiamo insieme all’albergue, facendo i turni con gli unici 2 piatti esistenti. Peccato, la cucina è bella, ma manca tutto.
Si chiacchiera un po’ e poi a dormire.
 
28/07 Pola de Allande - La Mesa

Quasi tutti si alzano prestissimo, alla fine mi alzo anch’io.
Sembra che il prossimo albergue abbia meno posti e tutti sono un po’ agitati.
Boh, mi sembra che non ci siano tutte queste persone.
Non ho voglia di preoccuparmi.
Faccio colazione con molta calma e parto quando inizia a fare chiaro.
Nuvole basse, nebbia, ma non piove.
Fino a Puerto del Palo è tutta salita, ma tranquilla.
Si inizia con un po’ di asfalto, poi bosco, poi sentiero.
Vado su da sola, con calma.
Il sentiero è bello. Almeno così sembra, perché purtroppo non si vede niente.
Devo arrivare a 1 metro dal cartello per leggere che sono arrivata al Puerto.
Certo che con il sole deve esserci un bel panorama, però anche così non mi dispiace.
Non ci sono problemi a seguire il sentiero ed essere lassù, da sola, in mezzo alla nebbia, non mi fa un brutto effetto, anzi mi dà un senso di tranquillità.
Sull’altro versante la nebbia è un po’ meno fitta. Si riesce a vedere un po’ più lontano e la situazione migliora scendendo.
Attraverso alcune bella frazioni.
I tetti sono coperti di “lose”, che vengono usate anche piantate in verticale per recintare.
Mi sembra di essere a casa. Il tipo di pietra è molto simile a quello delle valli delle mie parti.
Non ho idea di come si dica “losa” in italiano (sempre che esista la parola), figuriamoci in spagnolo.
Vorrei chiedere a qualcuno, ma finisce che me ne dimentico.
Arrivo al bar di Lago mentre gli altri stanno ripartendo. Alla fine non sono poi così avanti.
Li ritrovo a Berducedo, si fermano qui.
C’è ancora posto in abbondanza in albergue.
Ma è poco più che mezzogiorno, mangio qualcosa con loro e poi decido di proseguire fino a La Mesa.
Compro qualcosa per stasera/domani mattina e vado.
Piccola salita e poi discesa fino a La Mesa.
E’ sempre nuvoloso, ma le nuvole si sono un po’ alzate e si riesce a vedere il paesaggio.
Boschi, pascoli, verde.
La Mesa mi piace, poche case, una chiesetta con panca sotto l’albero, il piccolo albergue nella vecchia scuola, un tavolo fuori e mucche con campanacci che mi passano davanti di ritorno dai pascoli.
Non c’è ancora nessuno.
E non arriva nessuno fino alle 6. Già pensavo di rimanere da sola e la cosa non mi dispiaceva.
Arrivano Marta e Judith, colombiana e ungherese.
Sono sicure, sveglie, decise, belle, simpatiche, giovani. Esattamente l’opposto di me.
In qualsiasi altra situazione mi sarei trovata abbastanza a disagio.
Ma qui… dividiamo la mia “sopa”, un po’ di pane, un po’ di formaggio e passiamo la serata.
Sono quasi le 8 quando arrivano anche 2 ragazzini francesi. Hanno camminato tantissimo. Sono simpatici.
Mi addormento nel silenzio più totale, solo ogni tanto qualche cane che abbaia in lontananza.
 
Ermetismo ha scritto:
meno male che mancano ancora molti giorni a Santiago. Deliziaci.
Ermanno

Sottoscrivo ... e aspetto la fine per metterlo tra i diari.

Edo
 

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