I GIORNI DELLA FELICITA' (Astorga - Santiago 22maggio/2 giugno)
Dunque, eccomi di nuovo sul Cammino.
Mi rendo conto che questa volta sta per cominciare qualcosa di definitivo e quando finalmente abbandono il piccolo hotel di Leòn sono molto sereno. Ormai sono solo, gli amici stanno rientrando a casa e sto per scoprire un aspetto del Cammino che mi intriga da sempre, quello della marcia in solitudine totale.
Arrivando ad Astorga alle 10,30 ho dovuto riformulare tutta la mia tabella di marcia e, vista l'ora tarda, decido di fare una mini tappa, sia per non stare di nuovo fermo che per avvicinarmi in qualche modo alle montagne che già si vedono in lontananza. Cammino con tranquilla regolarità e, cercando di captare eventuali segnali d'allarme dalla caviglia, arrivo a Murias de Rechivaldo. Sul lungo rettilineo sterrato che inizia a salire verso le prime alture sono circondato da una natura di una bellezza struggente, un trionfo di colori e di profumi. C'è un sole cocente ma ci sono anche dei nuvoloni che fanno capire che qualcosa succederà prima di sera. Per la prima volta realizzo che ho iniziato un altro, ulteriore tipo di Cammino e per la prima volta capisco perchè qui, sul forum, si consiglia sempre ai neofiti di partire da casa da soli. Ho appena iniziato a camminare da solo e ne avverto immediatamente la differenza; è come se io stessi rivivendo il mio passato, quello trascorso e quello recente e poco a poco cominciano a venire a galla un sacco di cose. La strada è deserta, nessuno mi distrae; è come se al mio fianco caminasse un secondo Paolo al quale mi rivolgo, al quale faccio domande e faccio delle confidenze, con il quale canto e a volte litigo. Sono in uno stato d'animo del tutto sconosciuto, mai provato prima e dentro di me cresce la serenità a vista d'occhio. Sono felice di vivere, di essere qui e non mi manca nulla, non potrei desiderare altro. Cammino e rido e sono solo e, come ipnotizzato, mi ripeto sempre la stessa formula: mangiare, bere, dormire - mangiare, bere, dormire - mangiare, bere, dormire. Mi basta questo.
Alzo gli occhi e davanti a me vedo un grumo di case: Santa Catalina de Somoza; all'inizio del borgo c'è un anziano che sta ripulendo delle conchiglie da vendere ai pellegrini e come mi vede salta su come una molla. Mi domanda se mi fermerò lì a dormire, mi avvisa che il Municipale è chiuso e se voglio trovarmi bene devo andare al secondo albergue, poi, nel caso non avessi capito, mi ripete "NON al primo, al secondo". Mi scappa da ridere, ho trovato un uomo immagine, al secondo hospitalero deve stare sulle scatole che si fermino tutti prima così ha trovato la soluzione. Passo effettivamente davanti ad un piccolo albergue però (la pubblicità mi ha sempre incuriosito) vado dritto al secondo: il posto c'è ma non la cena perchè arriva una comitiva ed è tutto prenotato, se voglio mi potranno dare un bocadillo. Siccome i bocadillos comincio a odiarli, torno al primo albergue e qui, cari compari PPS, trovo l'albergue migliore fra tutti quelli mai incontrati finora. Se ci capitate fermatevi a EL CAMINANTE, piccolo albergue privato, 12 posti letto in camerata e, credo, altri in camerette, tutto per 5 euro. Pulito come a casa mia, piccolo patio, calda e accogliente sala con bar e ristorantino. Dopo la doccia mangio un piattino di calamari con la solita cerveza; poi rientro perchè adesso i nuvoloni sono sopra di me e inizia a piovere.
Rientro nella sala al coperto e qui tocco una delle vette della goduria. Mi sto mangiando un maxibon, ho il sacchetto del ghiaccio sulla caviglia, la mia roba è lavata e asciutta (a proposito. Sempre perchè questa volta non voglio stress, non faccio più il bucato ogni giorno e mi servo di lavadora e secadora; in genere trovo sempre qualcuno con cui condividere lavaggio e spesa) e adesso fuori si sta scatenando la fine del mondo; non mi manca nulla, sono all'asciutto e dai ritagli di giornale appesi alle pareti so già che cenerò da dio. Poi, poveracci, cominciano ad arrivare gli altri pellegrini bagnati che fanno spavento, lo sguardo un po' allucinato e a poco a poco l'albergue si riempie. La cena è fatta di piatti del territorio e, come pensavo, è ottima.
Che differenza di sensazioni rispetto a ieri! Finalmente rientro nel mondo del Cammino. Sto scoprendo il Cammino in solitaria ma ho bisogno di ritrovare ogni sera gli alltri pellegrini. Mi fa sentire parte di un gruppo, di un'idea comune e questo mi da una forza pazzesca.
Il giorno dopo lo comincio alla grande. Alle 6 l'hospitalera è già in piedi, dalla sala del bar esce già un buon profumo di caffè e faccio colazione con cafè con leche e una fettona di focaccia fatta in casa appena sfornata, ancora tiepida. Che inizio! promette bene.
In giro non c'è ancora nessuno, si sentono solo gli uccelli. Il terreno mi piace, finalmente trovo delle pendenze e il mio piede sarà contento di non essere più sulle mesetas. Fa freddo, e fino a Rabanal del Camino non incontro nessuno. Poi mi si aggancia Mark, ragazzone della Luisiana con grande desiderio di comunicare. A me va bene, quando dico che adoro camminare da solo non voglio dire che sono refrattario a tutto. Avevo deciso di fermarmi a Foncebadon ma quando si è soli i progetti si possono anche cambiare per strada, difatti ci arrivo troppo presto e decido di fermarmi a Manjarin. Ci si vuole fermare anche il gringo così, visto che sta mordendo il freno e vuole scappare in avanti, gli chiedo di prendere un posto anche per me.
Di nuovo solo, finalmente sono su sentieri di montagna e mi immergo nei miei ragionamenti poi, casualmente, giro lo sguardo a sinistra e la vedo, là in fondo, ancora piccola ma inconfondibile: la Cruz de Ferro!!!! Mi ha preso alla sprovvista ed ecco che, inevitabilmente, la diga cede di colpo e comincio a piangere e non riesco più a fermarmi.
Ho aspettato questo momento per 2 anni, ci ho sofferto a non poterci arrivare la prima volta, è uno dei simboli più toccanti del Cammino, di questa idea che ho portato dentro per quasi 10 anni e adesso io, proprio io, fra qualche minuto salirò sulla collinetta fatta con i nostri sassi e la toccherò. Così cammino e rido e piango allo stesso tempo e qualcosa di negativo che avevo dentro si scioglie a poco a poco. Poi, eccomi qui, alla Croce, quante volte già vista su Earth. Solo un palo e una piccola croce in punta ma quanta energia c'è lassù!
Non andrei più via ma oggi è domenica e un pullman che scarica una comitiva di spagnoli casinisti mi fa rimettere lo zaino in spalla e riparto. La vista sulla cresta è bellissima ma non ci sono ripari e mi domando cosa succederebbe in caso di temporale quassù. Poi arrivo a Manjarin, invasa di turisti. C'è un caos indescrivibile, tutti si fanno la foto con le frecce colorate e non si capisce niente. Poi finalmente i turisti se ne vanno e riesco ad arrivare all'hospitalero, un tipo sporco e trasandato che mi dice subito che quello è un rifugio templare (?) (cosa significa "rifugio templare"?), che lì non c'è la luce, che fino alle 14,30 non si apre (sono solo le 11), che si dorme sui materassi per terra e il giorno dopo fino alle 7, non solo non si può partire ma non si può nanche mettere mani allo zaino per non disturbare. Resto lì, Mark della Luisiana si è rassegnato e dei gattini cominciano a girarmi intorno attirati dalla merendina che sto mangiando. Non so cosa fare, sono a disagio, l'hospitalero non mi piace e l'unica cosa che fa con impegno è vendere souvenirs ai turisti. Poi, quando questo tizio viene verso di me con una canna di bambù e comincia a picchiare i gatti, allora mi dico che quel posto non mi piace e lì non ci voglio restare.
Sono proprio stanco, la caviglia non è ancora del tutto a posto e il paesino seguente, Acebo, è a 7 km. e ne ho già fatti 21. Aspetti negativi: sono già scoppiato adesso, come ci arrivo a Acebo? Aspetti positivi: se arrivo a Acebo mi tolgo metà della lunghissima discesa per Molinaseca. Io vado. Qui ho troppe sensazioni negative.
Prima dell'ultima salita al Collado de las Antenas una ragazza che vende ciliege me ne offre una; ringrazio, tiro dritto e la metto in bocca poi mi volto, torno indietro e vado a comprarmele. Trooooppo buone, la ragazza sapeva quello che faceva regalandomela. Deve aver fatto strage perchè per qualche centinaio di metri si cammina su un letto di torsoli. La discesa è lunga e disagevole. La caviglia grida vendetta e quando arrivo ad Acebo sono sfinito. Non avevo pensato ad una tappa così già al secondo giorno della ripartenza.
L'albergue, che fa anche da ristorante, è stracolmo di turisti locali ma un'hospitalera molto efficace mi inquadra subito appena entro, mi timbra la credenziale e in un attimo mi ritrovo sul lettino. Stanchissimo. Doccia, lavadora e secadora poi tortilla di patate e cerveza alla canna; ghiaccio sulla caviglia e tanti ma tanti pellegrini con cui parlare e ridere e scherzare. Mi ritrovo a fare da interprete fra pellegrini francesi e spagnoli ma devo aver fatto qualche casino con la traduzione perchè alla fine ridiamo tutti come dei matti e non sappiamo perchè.
Adesso mi fermo un attimo.
Paolo