30 maggio 2007
ponferrada - villafranca del bierzo
quartieri residenziali ai margini di ponferrada.
ville ai limiti dell'hollywoodiano occhieggiano solide da alture private.
piscine poco meno che olimpioniche scintillano d'azzurro. ed è un azzurro così finto. ed è un azzurro così invitante.
prati inglesi oltre a recinzioni. e sono recinti che vogliono separare e e sono steccati che vogliono tenere fuori - noi, il mondo, tutto quello che è altro.
vetro, legno, cemento - dentro ogni scheggia di materia leggi la mano dell'architetto e gli zeri della sua parcella.
fa strano, questo benessere che ci pare quasi ostentato.
non ci siamo più abituati.
non dopo i puebliti delle mesetas.
non dopo il nulla dei montes del leon.
non dopo quella semplicità dimessa.
non dopo quella desolazione offerta al ciglio della strada.
non dopo queste settimane di zaino spartano.
non dopo questi giorni di essenzialità che sgretola abitudini.
appeso ad un cancello un sacchetto di plastica con dentro del pane - crosta fragante a fare capolino.
accanto un gatto, pelo rosso e macchie candide.
uno scivolo per bambini in fondo al giardino.
ride un bambino, sorride una nonna.
ma allora c'è della vita e c'è della felicità, oltre e dentro tutta questa perfezione patinata.
un vecchio ulivo - tronco nodoso di anni e di vita, nuovi rami di rinascita fresca ed frutto futuro - in una rotonda alla fine del paese.
rose rosse srotolate pungenti ai suoi piedi.
bambini a fare calca davanti ai cancelli della scuola.
stanno entrando in classe.
sono le 9.00.
i maschi dicono: "sexy-mamas accompagnano gente bassa all'asilo".
mattina di sempre.
le mie amiche e io davanti ai cancelli di scuole ed asili [quando almeno abbiamo la grazia di scendere dalla macchina, invece di scaraventare giù al volo figli da auto che neanche si sono del tutto fermate].
su 100, in 99 abbiamo le occhiaie.
i capelli sfatti.
una stanchezza atavica che ci abita ogni cellula.
una fretta indiavolata appiccicata addosso.
il telefono che già suona imperioso.
una borsa con laptop sotto il braccio. ed il disegno che ne spunta - gambette a steccho, maglietta triangolo, capelli spinacini dritti in righe tremolanti - è tutto fuorchè professionale.
come chimera l'equilibrio - donna, madre, lavoratrice. folle dea erosa dalla responsabilità verso tutti, calì nostrana mangiata dalle prestese del mondo e - durissime a morire, peggiore pretesa tra tutte - quelle che abbiamo noi stesse verso noi stesse.
un altro figlio - scimmietta del nostro cuore - appeso urlante tra collo e braccio.
un ritardo ormai connaturato a noi appoggiato sulle spalle.
il lavandino di casa abbandonato alle vittoria schiacciante di tazze sporche e cucchiai usati.
baffi di marmellata lasciati sui banconi delle cucine, appiccicoso monumento alla dolcezza.
poi certo.
tra cento, una ha su un tacco 12.
e il mascara perfetto.
e zero rughe.
e gambe bellissime.
e vestiti giusti.
e calma zen negli occhi.
e rossetto rosso fuoco sulle labbra.
e delle unghie che lévati - rosso 999 marcato dior.
i casi sono tre.
o è la babysitter.
o è appena tornata da "ah, tesoro. una settimana con il mio lui alle maldive. la piccola? doveva stare da suo padre, ma alla fine l'ha tenuta mia mamma".
o finge spudoratamente - sotto al cappotto, se guardi, ha il pigiama con gli orsetti.
una coppia di vecchietti vende ciliegie davanti a casa.
cartello di cartone, cassetta in legno, pennarello incerto in scritta a mano.
poco oltre, un arbusto di rose rampicanti incornicia di rosso e di verde la porta di una casa in sasso.
quelli che ogni tanto si concedono una notte in albergo - lenzuola che crocchiano e asciugamani che grattano morbidi, freschi, puliti.
quelli che girano senza zaino - glielo porta un taxi. "sai. la schiena, le spalle, le ginocchia, la poca fatica".
quelli che non sentono niente - ipod nelle orecchie, ascoltano solo il loro mondo. sono qui da giorni, non si sono mai schiodati dal divano di casa.
in questi giorni di strada e di passi una cosa l'ho imparata.
ci sono mille pellegini e milleuno modi per esserlo.
io ho il mio.
mi piace.
mi fa stare bene.
non potrei stare su queste sentieri, in altro modo.
non potrei stare dentro questo mondo, il altro modo.
non potrei stare in questa vita, in altro modo.
sono.
si è.
e se si è felici [almeno sereni] con l'essersi, davvero non serve altro.
entrare nel bierzo.
così verde - di nuovo e ancora stupisce.
alberi di castagne.
di nuovo viti.
di nuovo latifoglie dentro gli occhi.
si riposano occhi e cuore, dentro quelle foglie larghe.
lontano, un uomo lavora un campo arato.
zolle di terra arida in mezzo al verde crocchiante di viti in filari.
dentro un garage un uomo sbuccia fave e le frigge in un vecchio pentolino.
mi siedo sul suo divano e lo guardo.
quattro parole, non di più.
quando vado un abbraccio.
"hasta luego, reina".
una siesta sotto al sole su prato.
"eccoti. solo tu, cri. solo tu".
e ride.
e sorride.
davanti a noi filari di viti.
colline.
alture lontane.
oltre il ciglio della strada, alberi carichi di frutti maturi.
la quantità di cigliege che abbiamo mangiato quel giorno - dita golose a coglierle direttamente dalle piante.
allineati in mezzo alla strada come soldatini, la gara a chi sputa il nocciolo più lontano - vince tim.
perle rosse di dolcezza zuccherina, sputi lontani - felicità bambina su papille e dentro guance.
su un pachetto davanti alla porta dell'albergue.
una cassetta di ciliegie, una brocca, un vassoio di bicchieri che profumano solo di pulita accoglienza spartana.
"servitevi. sono per voi".
sulla porta un cartello in legno che dice: "dormitorio roncadores".
vera genialità.
un dito deldell'hospitalero sulla fronte di una pellegrina.
dicono sia un po' mago.
arno.
era bisaccia, sacco a pelo, sandali, piedi di polvere e sporcizia nel far west dei passi che ci hanno portato a los arcos.
eccolo, a distanza di tre settimane.
eccolo, dopo solo due ore di cammino condivise.
eccolo, aiuta l'hospitalero.
si ricorda il mio nome.
ci stringiamo in un abbraccio.
lo guardo.
ha gli occhi stanchi, molto stanchi.
"que pasò, hombre?".
dentro la risposta c'erano le parole occhi, specchio, anima e cuore.
un salto a salutare il padrone de lapuertadelperdon.
era promessa, diventano dita tese.
arriva nelle mani in cui doveva arrivare la foto che mi accompagna da milano.
si ricorda di c., el jefe.
dice: "guapa, non hai idea. fu una serata memorabile, quella con il tuo amico. salutamelo tanto. anzi no, abbraccialo stretto".
seduta nel sole sulla la gradinata della collegiata di villafranca - architettura a dipingere solida forza concreta.
cerveca y lemon sui tavolini in piazza - sedie in vimini, occhiali a specchio.
si imparano cose.
le donne tedesche obbligano i loro uomini a fare pipì seduti.
c'è qualcosa che stona, in questa imposizione.
non capisco bene cosa.
forse qualcosa in bilico tra civiltà, istinto e repressione.
una visita serale al municipale - ci sono amicizie sparpagliate, oggi.
una cena difficile, tensioni palpabili - dovrei solo tradurre, vengo coinvolta mio malgrado. posizione talvolta scomoda, quella dell'interprete.
un'insalata scondita - manca olio, manca sale - ma è buonissima. sa di pomodoro che sa di pomodoro e di insalata che sa di insalata.
il prato - anni fa ci avevamo piantato la tenda, oggi l'erba cresce alta.
l'angolo della pasta al pesto - ricordo. e sorrido nel ricordo di quelle risate di allora.
il gradino accanto alla puerta del perdon, luce della sera srotolata nel cielo - ripenso a quella frase saggia di quell'allora.
leggeva un libro di ludlum, allora, il c.
trovò questa frase che diceva: "ci serve qualcosa che mi, anzi ci, porti via di qua al più presto... un aereo privato, o un elicottero... il posto più vicino dove ottenere queste cose è Santiago de Compostela".
ridemmo, allora.
pensammo: "davvero ci vorrebbe qualcosa - un aereo, un elicottero, un bus, anche solo un taxi - a tirarci fuori da questi giorni estivi di nulla assolato con il pullmino in panne".
oggi no.
oggi davvero non ci vuole niente.
oggi davvero non ci serve altro che il nostro passo.
e anche quello - nella sua umana e misera lentezza - è troppo, troppo veloce.
villafranca del bierzo.
ancora una volta.
mancano 200 chilometri alla meta.
oggi santiago è troppo vicina.
arriva sempre quel momento - quando stai in un posto, una vita, un mondo, una storia, un sogno, una bolla.
e ci stai bene, in quel posto, quella vita, quel mondo, quella storia, quel sogno, quella bolla.
ma sta per finire, quel posto, quella vita, quel mondo, quella storia, quel sogno, quella bolla.
sta per finire.
e lo sai.
ma non puoi farci niente.
dopo ci sarà altro.
dopo sarà altro.
ma non sai.
non sai niente.
neanche cosa.
eppure c'è un attimo in cui ti abita un'acuminata e diamantina percezione del dove sei.
sopra i sacchi a pelo, un lucernario a forma di stella culla sonno e sogni.