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2007 - cammino francese della cri

Questa tappa forse mo è piaciuta più delle precedenti. Non so il motivo ma l'ho sentita dentro, una sensazione diversa provata a differenza delle altre.
 
28 maggio 2007
astorga - rabanal del cammino

le ultime case di astorga alle nostre spalle.
allungo il passo, mi ero attardata.
voglio raggiungere gli altri.
eccoli.
li chiamo.
mi aspettano.
eccomi.
eccoci.
ci siamo tutti.
addosso ci splende quel sole lì.
quella pioggia di luce di prima mattina che sa essere oro e incanto.
quella luce che promette di tutto - bellezza, soprattutto.
ci avvolge.
ci lava.
tiro fuori dal sacchetto una scatola di pasticceria - per questo mi ero fermata.
a bordo strada, in piedi sul marciapiede, dolcetti per la nostra colazione.
due ciascuno.
sanno di miele.
sanno di burro.
sanno di zucchero.
sanno di sole.
di amicizia.
di ogni cosa buona.
oggi è il compleanno di matthias - che la festa abbia inizio.

che poi.
oggi non è solo il compleanno di matthias.
è anche il compleanno di m. - me la immagino lì, seduta al tavolo della mia cucina a fare colazione, caffè e mela su piano in legno.
è anche il compleanno di d. - la mia amica di sempre. una telefonata. l'emozione di risentirci, dopo tutto questo tempo, la felicità a brillarci nelle corde vocali.

cammino con addosso parole.
una mail letta ieri sera mi è rimasta incollata addosso, forse troppo.
capitava già allora.
parole che rimangono appiccate al mio cuore, forse troppo.
allora come sempre c'è della bellezza, in questa colla che impasta parole e pensieri.
parecchia vita, molto cuore molto vivo.

sole splendido e vento parecchio freddo.
ogni paese una sosta.
ogni sosta un bar.
ogni bar un caffè bollente.
oggi va così.
un pellegrinaggio laico tra tavoli e banconi.
quel fuoco acceso, l'odore di fumo che svapora dalla porta socchiusa.
quando usciremo, ogni nostro vestito avrà quel odore lì.
odore d'autunno, montagna, paesi in letargo, baite in sasso.
profumo di legna, fumo, fuoco, brace.

il paesaggio di oggi.
nuvole a rincorrersi ai margini dell'orizzonte.
boschi a perdita d'occhio.
ginestre che splendono di giallo selvaggio.
lavanda su terra arida e viva.
un cuore brilla di vernice rossa su quello che resta di un albero tagliato.
colline che ormai sono montagne - basse, ma montagne.
questo cambio di paesaggio, queste nuove prospettive dopo il piatto delle mesetas.
mi riempio gli occhi.
le respiro a fondo.
lascio che mi entrino dentro.

un cartello dice: "attenzione animali selvatici".
due metri dopo un altro cartello: "attenzione pellegrini".
l'accostamento [e non riesco a non accostarli, i due cartelli] mi fa ridere, anche parecchio - no, non sempre sono una persona seria.
odore di asfalto caldo sulla strada accanto al bosco, in bocca un filo d'erba - cammino sola dentro al vento.

qualcosa brilla nel sole sulla cima di una montagna.
palo dell'alta tensione o crus de hierro?
palo, indubbiamente palo.
sarà consapevolezza del domani.

quel pellegrino olandese.
è uscito di casa, ha girato a sinistra e ha iniziato il suo cammino.
un'unica condizione: "tra 100 giorni ti vogliamo qui, schatje".
l'amore, quando lascia andare.
l'amore, quando chiede responsabilità.
l'amore, quando va.
l'amore, quando torna.

un negozio "amico dei pellegrini".
30 ml di olio di oliva in minuscole bottigliette di plastica.
bustine con due grammi di sale.
assorbenti interni venduti singoli.
compeed sfusi.
sono sicura che basterebbe chiedere, da dietro il bancone salterebbero fuori anche preservativi venduti ad unità.

nel bar di fronte, su uno schermo al plasma, scene cruente di corrida.
potrebbe parere danza crudele e precisa di eleganza e forza.
c'è troppo sangue, è solo inutile morte.

carrambata in quel bar.
da giorni camminano con noi le hello-girls, due signore di capetown.
siamo lì, solito pomeriggio di fine tappa - birra, chiacchiere, patatine.
sente parlare afrikaans, una delle hello-girls.
che già solo quello - trovare un'altra sudafricana in quel minuscolo bar di quel paesino da 74 abitanti sperduto sulle pendici dei montes de leon - varrebbe la carrambata.
ma.
ma loro, loro due - pur non essendosi mai viste - si conoscevano.
per lavoro spesso si erano parlate al telefono pochi mesi prima.
tu pensa.
si festeggia.
altra birra, altre patatine, altre chiacchiere.
emozione che vibra e lacrime belle.
sorrisi che splendono e stupore nel cuore.

albergue di rabanal.
gli hospitaleri [inglesi] dicono: "è per questo che siamo qui. to welcome pilgrims".
davvero l'idea che danno è che non siano solo parole.
davvero l'idea che danno è che siano felici di averci qui.
basta guardarli in faccia.
basta guardarli dentro gli occhi.
basta guardarli dentro le mani.

una coperta ha visto giorni migliori.
è una di quelle coperte grigie, dure, stoppose.
quelle che per anni c'erano in ogni rifugio di montagna, prima che molti di questi diventassero alberghi di lusso ad alta quota [nella camere ormai piumoni, sui tavoli genzianelle di grano saraceno su fonduta di strachitunt al posto di quel minestrone verace e bollente che scaldava cuore e budella].
pare arrivare dritta dalla grande guerra, quella coperta.
copre macchie di umidità in una stanza per scarponi pressochè dimenticata.

la doccia bollente, dopo tutto il vento freddo.
vapore che sale e umidità sulle pareti.
poi quel prato, immenso.
tavolo in legno e panca al sole.
erba verde e fili per stendere il bucato, panni a svolazzare dentro il vento.
passeri sulla rete, esili zampette si tengono aggrappate alle sue maglie metalliche.

tea time at 5 pm - enclave britannica, questo albergue.
biscotti secchi.
molto zucchero.
un bricco di latte.
il kettle bianco sulla mensola.
come essere a casa - in UK, ovvio.
pellegrini.
amici.
fratelli.
accolti.
accolti così.
semplicemente accolti così.

continuo a guardare cartine del cammino, il cuore in frammenti.
mi abita lo stupore per il già fatto.
la gioia per i passi già camminati.
la voglia di arrivare.
ma anche.
mi abita la paura di essere arrivata.
manca poco a santiago.
troppo poco.
ogni tanto mi chiedo: come sarà rimettersi un paio di jeans, dopo queste settimane di vestiti sempre uguali?
ogni tanto mi chiedo: come sarà tornare alla vita, quella vera?
ogni tanto mi chiedo: e poi?

giro il paese in cerca di una candelina per festeggiare matthias.
scrivevo qui anni fa:
un compleanno da festeggiare.
recuperiamo solo una tortina monoporzione [quella tienda lì, quella amica dei pellegrini, nda] e ce la facciamo andare bene.
volevamo una candela.
come si dice candela in spagnolo?
io l'ho chiesta, la candela, nella piccola tienda di rabanal.
mi dicevano: "canela? canela?"
loro la cannella ovviamente non l'avevano e io mica la volevo, la cannella.
alla fine ho fatto un disegno.
ed è comparsa la candela [vela, in spagnolo].
solo che era una candela forse da chiesa.
sicuramente non da torta di compleanno.
però che festa.
e che bel compleanno.

per cena pasta.
cucinano i tedeschi [sto girando per il paese a cercare la vela, altimenti certo che avrei fatto io].
sovrintende le operazioni matthias, tra tutti quelli rimasti quello che sa.
a parte l'acqua senza sale, che già quello.
ma poi.
poi entro in cucina - ho trovato quello che cercavo, la candela nascosta in tasca.
vedo matthias tirare fuori dalla pentola uno spaghetto.
lo scruta un attimo, con polso svelto e preciso lo lancia sulla piastrella alle spalle dei fornelli.
lo spaghetto si appiccica lì, sta come morto sulla porcellana bianca.
dice matthias: "vedi? è rimasto attaccato. vuol dire che è pronto. ragazziiiii, a tavola".

da quando mi sono messa a scrivere di questo mio cammino lontano, ho sempre cercato di chiudere i miei racconti con immagini almeno un po' edificanti e parole in bilico tra suggestioni, vita e poesia.
oggi va così.
oggi "spaghetto su piastrella".
 
Ultima modifica:
Aspetto con ansia questo appuntamento quotidiano, Cri.
Mi fa bene leggerti.
Mi vedo catapultata sul tuo cammino e insieme a te mangio patatine e bevo birra...e pure gli "spaghetti su piastrella" mi mangio:hihi::hihi:
Grazie Cri :orsetto: :orsetto: :amore:
 
Questa dello "spaghetto su piastrella", me la mostrò con orgoglio un amico americano:
"Così si fa in Italia, vero? Mica come da noi che gli spaghetti li vendono già cotti e conditi dentro ai barattoli come la zuppa Campbell"!

Non sapevo se ridere, piangere o tagliarmi le vene con una lametta: alla fine ho scelto la prima, ma solo perchè non avevo lamette a portata di mano! :rofl: :rofl: :rofl:

Sempre più avvincente il tuo racconto, Cri ... sempre più ... "Cammino": si vede che col passare dei giorni e delle settimane, traspare (capita a tutti noi pellegrini), come una ... come chiamarla ... assuefazione ad uno stato di grazia di cui non abbiamo contezza, ma poi torniamo a casa e capiamo in quel momento, che di "normale", in Cammino, non c'è nulla.
Diventa "speciale" perfino una candela, una panca al sole o un kettle bianco sulla mensola.

Tutto, diventa speciale, ma lo percepiamo soltanto ... a cose fatte!
 
un negozio "amico dei pellegrini".
30 ml di olio di oliva in minuscole bottigliette di plastica.
bustine con due grammi di sale.
assorbenti interni venduti singoli.
compeed sfusi.
sono sicura che basterebbe chiedere, da dietro il bancone salterebbero fuori anche preservativi venduti ad unità.
Quanto mi piacevano quei negozi/bara/drogherie che avevano di tutto... dai cerotti ai sandali passando per gli ombrelli e i bordon insieme a banane e confezioni singole di marmellata... quella rettangolare racchiuso nella pellicola ... Ora sono spariti pure loro, alcuni sono sopravvissuti ma sono sempre più rari.

quelle che per anni c'erano in ogni rifugio di montagna, prima che molti di questi diventassero alberghi di lusso ad alta quota [nella camere ormai piumoni, sui tavoli genzianelle di grano saraceno su fonduta di strachitunt al posto di quel minestrone verace e bollente che scaldava cuore e budella].
Le ricordo quelle coperte e i sacchi a pelo stesi sul tavolato nel sottotetto, dove rischiavi di alzarti di botto e piantarti un chiodo in fronte perchè spuntava dalle assi del tavolato sopra la testa. questo l'ho visto al Marinelli sul Bernina mentre il miglior minestrone è stato al "Città di Trento" sull'Adamello... Bei ricordi Cri

da quando mi sono messa a scrivere di questo mio cammino lontano, ho sempre cercato di chiudere i miei racconti con immagini almeno un po' edificanti e parole in bilico tra suggestioni, vita e poesia.
oggi va così.
oggi "spaghetto su piastrella".
Era già cotto da ore, ma loro sono così ... come la panna nella carbonara a Ruitelan ;-)

Edo
 
Non sapevo se ridere, piangere o tagliarmi le vene con una lametta: alla fine ho scelto di

alla fine ho scelto di... cenare.
che altro potevo fare.
:p

un kettle bianco sulla mensola.

adesso ce l'ho anche io, un kettle bianco sulla mensola.
è un mai più senza.
ma allora non lo sapevo ancora.

il miglior minestrone è stato al "Città di Trento" sull'Adamello

il mio al brunone sulle orobie.
ma credo che per i minestroni dei rifugi valga quello che vale per i chilometri in cammino.
non hanno valore in sè.
piuttosto hanno valore per quello che racchiudono [il mio nello specifico quattro ore di temporale che non mollò mai - ma mai, mai, mai. un'amicizia tra noi - ragazze che diventavano donne. delle labbra viola. un rifugista burbero e padre].

grazie che leggete.
grazie che scrivete.
ma davvero.
è bello sapervi accanto.

vi si vuole bene.
ma parecchio.

cri
 
Ultima modifica:
...
un cartello dice: "attenzione animali selvatici".
due metri dopo un altro cartello: "attenzione pellegrini"
. (Cri)

Beh sai, nelle mia lunga esperienza nei tratti più affollati, vedi gli ultimi 100 km, la differenza non la notavo ...
E' sempre bello e rilassante leggere la tua storia di Cammino, con "attenzione pellegrina" ...
altro tempo
altri ritmi

e desiderio di esserci

Grazie Cri
 
29 maggio 2007
rabanal del camino - ponferrada

la piana laggiù, abbandonata inerme e stesa dentro quel rosa di sole a spuntare.
tracce di un arcobaleno pallido e sbiadito nella foschia umida dei boschi che salgono.
ed è una foschia così bagnata che inumidisce tutto - pellegrini e mondo.

foncebadon.
lameria arruginita, amianto, muschio.
rovine, ruderi, macerie.
paese fantasma, nulla deserto.
tre cani alla catena dormono avvolti dalla nebbia.
il pelo trasuda umidità, gli occhi triste rassegnazione.

salire verso la cruz de hierro.
arrivare alla cruz de hierro.
salgo sola.
ci arrivo sola.
ho camminato sola tutta la mattina.
ho voglia, di essere sola.
ho bisogno, di essere sola.
matthias dirà: "ti ho lasciato andare, cri. non mi avevi detto niente. ma lo sapevo che volevi camminare sola. per poter piangere, nel caso".
strana e bella, la facilità con cui ci si conosce il cuore, nel cammino.
prezioso e raro, l'acume con cui ci si intuisce, veri e puri.

salire alla cruz de hierro.
arrivare alla cruz de hierro.
le preghiere che mi porto addosso.
le preghiere che mi porto dentro.
porto con me ognuno di voi.
ogni vostra vita.
ogni vostra preghiera.
le lascio ai piedi di questa croce.
che le accolga Lui.

salire alla cruz de hierro.
arrivare alla cruz de hierro.
due pellegrini in bici.
due a piedi.
io.
nessun'altro.
mi fermo.
gronda tutto.
acqua?
sudore?
lacrime?
importa?
davvero importa?

quel palo - legno di croce sutura tra un qui ed un altrove.
posso dirlo, che me lo immaginavo diverso?
prima di partire quasi non avevo visto foto.
forse un paio, ma con quelle prospettive falsate dallo sguardo di chi fotografa dal basso puntando verso il cielo.
avevo negli occhi e nella memoria le croci in cima ai monti.
e invece.
e invece [ Griffo , apprezza il fatto che non spoilero niente. dimmi grazie].

quel palo - legno di croce sutura tra terra e cielo.
quei sassi sotto ai piedi.
tanti.
tantissimi.
sono vita.
hanno dentro molta vita.
molto mondo.
molte preghiere.
molti sogni.

su quel legno di croce - legno di croce sutura tra umano e divino.
vite esposte.
viscere di cuori offerti.
un pizzo mangiato dal tempo, dal sole, da ogni intemperia.
una scarpa bambina.
una moneta infilata in una fessura del tronco.
una stringa.
un rosario.
delle fotografie.
un'immaginetta di un qualche santo.
un rametto d'erica.
una candela spezzata.
un lucchetto con la bandiera della pace [moccia, mannnaggia a te].
un gagliardetto.
uno stemmino in tessuto.
degli adesivi.
una molletta per i panni.
delle conche.
che sogni racchiudete?
che desideri?
che speranze?
che dolori?
che ferite?
che malattie?
quanti amori?
quanto amore?

lascio il mio sasso [ciao, mamma].
trovo, appeso al legno, il nastrino orpas [pensa te].
lascio radici.
trovo radici.

dai, si scende.
vedo a pochi metri.
cammino nella nebbia.
cammino nel bianco.
odio camminare in queste condizioni.
tra i passi più difficili, quelli in cui si vede così.
così poco.
così male.
sono una che ha bisogno di visuali ampie.
di sguardo limpido.
di orizzonti a indicare la direzione.
di cielo addosso, a ricordarmi il sole.
si alzano un po', le nuvole basse.
cammino nel rosa.
nel viola.
nel giallo.
nel verde.
nel grigio.
nel bruno.
cammino su tavolozza da pittore dentro al nulla e dentro al vento.
scivolo tra erba bagnata e fango.
quando mi rialzo ho i pantaloncini fradici di terra fradicia.
che oh, è cammino.
mica poesia.

el acebo - vederlo dall'alto.
ogni volta che ci penso, arrivare in quel paesino mi pare un salto dentro un altrove.
è stonato, in spagna, un paesino così.
pare svizzera.
tetti in ardesia.
legna sui balconi.
strade curate di ciotoli tondi.
cioccolata con churros tra pareti verdi e rosa.
riana dice: "cioccolata con ponchos".
ridiamo.
ridiamo molto.

ponferrada.
tappa da 34 chilometri - la più lunga, fin'ora.
arriviamo tardi.
arriviamo stanchi.
ma arriviamo.
dentro ho delle domande.
"che bisogno c'era?".
"perchè non ci siamo fermati a molinaseca?".
"ma perchè non mi sono fermata prima, almeno io?".
ma eravamo famiglia - pregi e difetti di quei legami lì, ma allora non li sapevo come li so oggi.
quando si è famiglia si cammina accanto - anche se non si ha nessuna voglia.
quando si è famiglia ci si adegua - anche se il bisogno di libertà morsica i polpacci e bussa prepotente.
quando si è famiglia si rinuncia un po' al sè - c'è un bene altro e superiore di cui avere cura.
quando si è famiglia si sta insieme [almeno si cerca di] - anche se l'anima che ci abita è selvaggia e solitaria.
eravamo famiglia.
camminai, anche se non ne avevo nessuna voglia.
dentro avevo delle domande.
oggi ho delle risposte.
oggi ho delle consapevolezze.
se serve, posso camminare anche 34 chilometri in un giorno [non sapevo ne fossi capace].
se serve, posso camminare oltre per un bene altro [anche quando non ne ho nessuna voglia].

in città.
i cartelloni pasticciati.
ma perchè?
disabituati alla civiltà.

evert su una panchina.
è così felice.
da 4 giorni cammina senza dolori.
non gli sembra vero.
ogni volta che lo vedo mi chiedo che forza ci vuole, a fare un cammino così.
così, con quelle vesciche aperte.
così, con quelle piaghe sui piedi.
così, con quella carne esposta.
mi chiedo se lo farei, io, un cammino in quelle condizioni.
se riuscirei a camminare dentro tutto quel dolore così fisico addosso.
e sì, parlo solo di dolore fisico.
che di cammini dentro l'altro dolore - beh, in quello siamo tutti maestri, chi più, chi meno.
e non serve andare in spagna per provarlo e per provarsi.

camerata in cantina, materassi in plastica blu.
dipinge.
"sai. sono trent'anni che non prendo più in mano un pennello. questo l'ho comprato a burgos".
è lì, in piedi, il cartoncino appoggiato al piano superiore di un letto a castello.
acquarelli in uno scatolino minuscolo e saliva a bagnare setole.
attorno respiri pesanti di chi si abbandona al riposo pulito di doccia fatta.

in piazza la mostra: los aromas de al-andalus.
nel naso odori di quella spagna calda e assolata.
menta.
azahar fiori d'arancio.
incenso.
mirra.
sughero e corrida.
profumi gitani.
donna mediterranea.
ovunque terra d'arabia.
legno d'ulivo.
jerez di frutto, di sale e di terra.
noi lì, provette di vetro e nasi curiosi.
annusiamo.
ma in andalusia non ci arriveremo mai.
annusiamo.
ma alla fine rimaniamo dentro dentro la nostra bolla che è il nostro tempo su questo nostro cammino.
sapone di marsiglia.
erica e lavanda.
vento quando ti soffia contro.
asfalto bagnato.
fumo di legna camino acceso.
camerate al risveglio.
notti di stelle.
umido di prato bollito dal sole a picco.
grano in fiore.
aromi secchi.
pane fragrante di forno.
scarponi umidi.
magliette peste.
canfora asiatica.
zucchero e miele.
oggi per noi non c'è profumo migliore.
oggi per noi non c'è altro che possiamo volere.
oggi per noi non c'è altro che possiamo desiderare.
 
Ultima modifica:
un pizzo mangiato dal tempo, dal sole, da ogni intemperia.una scarpa bambina.una moneta infilata in una fessura del tronco.una stringa.un rosario.delle fotografie.un'immaginetta di un qualche santo.un rametto d'erica.una candela spezzata.un lucchetto con la bandiera della pace [moccia, mannnaggia a te].un gagliardetto.uno stemmino in tessuto.degli adesivi.una molletta per i panni.delle conche.

Su quel palo ho lasciato una foto ... la chiesa del mio paese fatta dal Don Enzo, un parroco che mi aveva inculcato l'amore per la montagna.

1589980049284.jpeg

Chissà se c'era ancora quando tu sei passata...

Un'amica aveva ritrovato il mio sasso a distanza di alcuni giorni.

Edo
 
foncebadon.
lameria arruginita, amianto, muschio.
rovine, ruderi, macerie.
paese fantasma, nulla deserto.
tre cani alla catena dormono avvolti dalla nebbia.
il pelo trasuda umidità, gli occhi triste rassegnazione.
(Cri)

Così voglio ricordarla la prima volta che ci arrivai

Quando ritornai qualche anno dopo era già cambiata
perdendo il suo fascino antico

Oggi .... basta vedere come hanno cementificato l'entrata ... ed il resto
 
e se fosse questa, l'unica vera cosa che alla fine forse so insegnare almeno un po' bene ai miei figli?camminare.schiena dritta. e anche no.sole in faccia. e anche no.pelle di lacrime. e anche no.sorriso a risplendere. e anche no.occhi cupi. e anche no.cuori che battono. e anche no.rabbia che morde. e anche no.forza caparbia. e anche no.abbandono protetto. e anche no.senso di responsabilità. e anche no.desideri esplosi. e anche no.vita che sorride. e anche no.dolcezza stemperata. e anche no.felicità possibile. e anche no.orizzonte ampio. e anche no.muri che sono abissi. e anche no.ponti tesi. e anche no.portati per mano. e anche no.portando per mano. e anche no.questo.un passo.poi un altro.ed un altro ancora.camminare.


troppo altalenante il mio cuore
voglia di essere solavoglia di raccontarmivoglia di ascoltare solo stupidatevoglia di tutto.voglia di tutti.voglia di niente.voglia di nessuno.ancora l'altro giorno, su una chat di whatsapp, di parlava di nuovo dell'essere in altalena.
si diceva: in altalena tra sense of responsability e carpe diem.
vuoi vedere che alla fine si è sempre tutti in altalena?


1589999120528.png

ALLUNGHI LE GAMBE per darti la spinta, partire e vedere il cielo e per qualche istante ti senti volare (carpe diem)

RETRAI LE GAMBE : per fermare la corsa, tornare al tuo posto, ritoccare terra ( sense of responsability)

il problema è che poi vai anche indietro, non riesci a stazionare a terra, d'inerzia ti senti spingere indietro, ti allontani sempre più da terra, senti il vuoto, sembra un abisso che si crea. e d'istinto ..... DISTENDI NUOVAMENTE LE GAMBE

UN ISTINTO

SI

e anche una strana coincidenza nei movimenti


ora sta a te stesso decidere
se smettere questo moto e piano piano fermarti a terra, piedi a terra, in illusorio equilibrio,

oppure spingere ancora, di più, e tornare là in alto, e volare …. anche se solo per un attimo
 
ma porca vacca

ma non vi si torcono le budella anche a voi?
non vi viene voglia di urlare : caxxxoooo voglio essere liiiii

come fate a sopportare l'essere teletrasportati (perché Cry fai questo effetto) li sul QUEL cammino li su QUELLE SENSAZIONI, li in quello STATUS, e limitare la vostra reazione in : che bello, grazie Cry, o mamma che viaggio, e si è proprio cosi

mmmmmmmm

te possinoo Cry
limortaccitua
stò a sclerà !!!!

ecco perché ogni tanto mi prendo una pausa dal leggerti !!!!
perché mi fai venire il magone
quello bello si intende

mmmmmm ok ti abbraccio lo stesso

uffffffffffffffffffffffffffffff fffffffffffffffffffffff ffffffffffffffffffffffffffff fffffffffffffffffffffff ffffffffffffffff
 
foncebadon.
lameria arruginita, amianto, muschio.
rovine, ruderi, macerie.
paese fantasma, nulla deserto.
tre cani alla catena dormono avvolti dalla nebbia.
il pelo trasuda umidità, gli occhi triste rassegnazione.
(Cri)

Così voglio ricordarla la prima volta che ci arrivai

Quando ritornai qualche anno dopo era già cambiata
perdendo il suo fascino antico

Oggi .... basta vedere come hanno cementificato l'entrata ... ed il resto
Ci sono passato a Dicembre e stentavo a riconoscerla ma ... posso dirlo?
A me piace più come adesso, curata e con il viso pulito, che non decrepita malconcia ed abbandonata come si presentava allora.
 
Caro fratello
si, forse hai ragione tu
Ma sai i ricordi del primo Cammino sono indelebili e spesso agiscono malinconicamente per il tempo passato
E poi so benissimo che tutto cambia, anche se in certi casi vorrei che avvenisse con meno businessmainia
perché credo che quello che sta succedendo ai luoghi storici che un tempo emanavano un fascino semplice ed unico
A Foncebadon arrivai dopo una lunga e torrida giornata, il piccolo rifugio di allora, ricavato nella canonica della chiesa era già al completo. Mi dissero di aspettare che dopo la compita la chiesina avrebbe accolto i pellegrini per la notte ... ho passato la notte sdraiato dietro il suo piccolo altare ... più a pensare che dormire ...
 
Che risate Cri. Sto leggendo poco a poco il tuo diario. è davvero un diario da Cammino. Dove le cose più semplici ci sembrano straordinarie. A dimostrazione che basta davvero poco per stare bene...
 
Caro fratello
si, forse hai ragione tu
ma no che non ho ragione ... nessuno ha ragione o torto in questi casi: ognuno disegna nella propria mente di pellegrino i ricordi che lo fanno stare bene e che si porterà dietro a vita; tutti questi ricordi sono perle di una collana.

E' giusto che ognuno indossi quella che più gli piace.

E' bella la tua Foncebadon ed è bella la mia: infatti ho affermato che "a me piace di più col visetto fresco e pulito", ma ciò non toglie che siano altrettanto belli anche i visi segnati dalle rughe del tempo che passa ...
 
30 maggio 2007
ponferrada - villafranca del bierzo

quartieri residenziali ai margini di ponferrada.
ville ai limiti dell'hollywoodiano occhieggiano solide da alture private.
piscine poco meno che olimpioniche scintillano d'azzurro. ed è un azzurro così finto. ed è un azzurro così invitante.
prati inglesi oltre a recinzioni. e sono recinti che vogliono separare e e sono steccati che vogliono tenere fuori - noi, il mondo, tutto quello che è altro.
vetro, legno, cemento - dentro ogni scheggia di materia leggi la mano dell'architetto e gli zeri della sua parcella.
fa strano, questo benessere che ci pare quasi ostentato.
non ci siamo più abituati.
non dopo i puebliti delle mesetas.
non dopo il nulla dei montes del leon.
non dopo quella semplicità dimessa.
non dopo quella desolazione offerta al ciglio della strada.
non dopo queste settimane di zaino spartano.
non dopo questi giorni di essenzialità che sgretola abitudini.

appeso ad un cancello un sacchetto di plastica con dentro del pane - crosta fragante a fare capolino.
accanto un gatto, pelo rosso e macchie candide.
uno scivolo per bambini in fondo al giardino.
ride un bambino, sorride una nonna.
ma allora c'è della vita e c'è della felicità, oltre e dentro tutta questa perfezione patinata.

un vecchio ulivo - tronco nodoso di anni e di vita, nuovi rami di rinascita fresca ed frutto futuro - in una rotonda alla fine del paese.
rose rosse srotolate pungenti ai suoi piedi.

bambini a fare calca davanti ai cancelli della scuola.
stanno entrando in classe.
sono le 9.00.
i maschi dicono: "sexy-mamas accompagnano gente bassa all'asilo".
mattina di sempre.​
le mie amiche e io davanti ai cancelli di scuole ed asili [quando almeno abbiamo la grazia di scendere dalla macchina, invece di scaraventare giù al volo figli da auto che neanche si sono del tutto fermate].​
su 100, in 99 abbiamo le occhiaie.​
i capelli sfatti.​
una stanchezza atavica che ci abita ogni cellula.​
una fretta indiavolata appiccicata addosso.​
il telefono che già suona imperioso.​
una borsa con laptop sotto il braccio. ed il disegno che ne spunta - gambette a steccho, maglietta triangolo, capelli spinacini dritti in righe tremolanti - è tutto fuorchè professionale.​
come chimera l'equilibrio - donna, madre, lavoratrice. folle dea erosa dalla responsabilità verso tutti, calì nostrana mangiata dalle prestese del mondo e - durissime a morire, peggiore pretesa tra tutte - quelle che abbiamo noi stesse verso noi stesse.​
un altro figlio - scimmietta del nostro cuore - appeso urlante tra collo e braccio.​
un ritardo ormai connaturato a noi appoggiato sulle spalle.​
il lavandino di casa abbandonato alle vittoria schiacciante di tazze sporche e cucchiai usati.​
baffi di marmellata lasciati sui banconi delle cucine, appiccicoso monumento alla dolcezza.​
poi certo.​
tra cento, una ha su un tacco 12.​
e il mascara perfetto.​
e zero rughe.​
e gambe bellissime.​
e vestiti giusti.​
e calma zen negli occhi.​
e rossetto rosso fuoco sulle labbra.​
e delle unghie che lévati - rosso 999 marcato dior.​
i casi sono tre.​
o è la babysitter.​
o è appena tornata da "ah, tesoro. una settimana con il mio lui alle maldive. la piccola? doveva stare da suo padre, ma alla fine l'ha tenuta mia mamma".​
o finge spudoratamente - sotto al cappotto, se guardi, ha il pigiama con gli orsetti.​

una coppia di vecchietti vende ciliegie davanti a casa.
cartello di cartone, cassetta in legno, pennarello incerto in scritta a mano.
poco oltre, un arbusto di rose rampicanti incornicia di rosso e di verde la porta di una casa in sasso.

quelli che ogni tanto si concedono una notte in albergo - lenzuola che crocchiano e asciugamani che grattano morbidi, freschi, puliti.
quelli che girano senza zaino - glielo porta un taxi. "sai. la schiena, le spalle, le ginocchia, la poca fatica".
quelli che non sentono niente - ipod nelle orecchie, ascoltano solo il loro mondo. sono qui da giorni, non si sono mai schiodati dal divano di casa.
in questi giorni di strada e di passi una cosa l'ho imparata.
ci sono mille pellegini e milleuno modi per esserlo.
io ho il mio.
mi piace.
mi fa stare bene.
non potrei stare su queste sentieri, in altro modo.
non potrei stare dentro questo mondo, il altro modo.
non potrei stare in questa vita, in altro modo.
sono.
si è.
e se si è felici [almeno sereni] con l'essersi, davvero non serve altro.

entrare nel bierzo.
così verde - di nuovo e ancora stupisce.
alberi di castagne.
di nuovo viti.
di nuovo latifoglie dentro gli occhi.
si riposano occhi e cuore, dentro quelle foglie larghe.

lontano, un uomo lavora un campo arato.
zolle di terra arida in mezzo al verde crocchiante di viti in filari.
dentro un garage un uomo sbuccia fave e le frigge in un vecchio pentolino.
mi siedo sul suo divano e lo guardo.
quattro parole, non di più.
quando vado un abbraccio.
"hasta luego, reina".

una siesta sotto al sole su prato.
"eccoti. solo tu, cri. solo tu".
e ride.
e sorride.

davanti a noi filari di viti.
colline.
alture lontane.
oltre il ciglio della strada, alberi carichi di frutti maturi.
la quantità di cigliege che abbiamo mangiato quel giorno - dita golose a coglierle direttamente dalle piante.
allineati in mezzo alla strada come soldatini, la gara a chi sputa il nocciolo più lontano - vince tim.
perle rosse di dolcezza zuccherina, sputi lontani - felicità bambina su papille e dentro guance.

su un pachetto davanti alla porta dell'albergue.
una cassetta di ciliegie, una brocca, un vassoio di bicchieri che profumano solo di pulita accoglienza spartana.
"servitevi. sono per voi".
sulla porta un cartello in legno che dice: "dormitorio roncadores".
vera genialità.
un dito deldell'hospitalero sulla fronte di una pellegrina.
dicono sia un po' mago.

arno.
era bisaccia, sacco a pelo, sandali, piedi di polvere e sporcizia nel far west dei passi che ci hanno portato a los arcos.
eccolo, a distanza di tre settimane.
eccolo, dopo solo due ore di cammino condivise.
eccolo, aiuta l'hospitalero.
si ricorda il mio nome.
ci stringiamo in un abbraccio.
lo guardo.
ha gli occhi stanchi, molto stanchi.
"que pasò, hombre?".
dentro la risposta c'erano le parole occhi, specchio, anima e cuore.

un salto a salutare il padrone de lapuertadelperdon.
era promessa, diventano dita tese.
arriva nelle mani in cui doveva arrivare la foto che mi accompagna da milano.
si ricorda di c., el jefe.
dice: "guapa, non hai idea. fu una serata memorabile, quella con il tuo amico. salutamelo tanto. anzi no, abbraccialo stretto".

seduta nel sole sulla la gradinata della collegiata di villafranca - architettura a dipingere solida forza concreta.
cerveca y lemon sui tavolini in piazza - sedie in vimini, occhiali a specchio.
si imparano cose.
le donne tedesche obbligano i loro uomini a fare pipì seduti.
c'è qualcosa che stona, in questa imposizione.
non capisco bene cosa.
forse qualcosa in bilico tra civiltà, istinto e repressione.

una visita serale al municipale - ci sono amicizie sparpagliate, oggi.
una cena difficile, tensioni palpabili - dovrei solo tradurre, vengo coinvolta mio malgrado. posizione talvolta scomoda, quella dell'interprete.
un'insalata scondita - manca olio, manca sale - ma è buonissima. sa di pomodoro che sa di pomodoro e di insalata che sa di insalata.
il prato - anni fa ci avevamo piantato la tenda, oggi l'erba cresce alta.
l'angolo della pasta al pesto - ricordo. e sorrido nel ricordo di quelle risate di allora.
il gradino accanto alla puerta del perdon, luce della sera srotolata nel cielo - ripenso a quella frase saggia di quell'allora.
leggeva un libro di ludlum, allora, il c.
trovò questa frase che diceva: "ci serve qualcosa che mi, anzi ci, porti via di qua al più presto... un aereo privato, o un elicottero... il posto più vicino dove ottenere queste cose è Santiago de Compostela".
ridemmo, allora.
pensammo: "davvero ci vorrebbe qualcosa - un aereo, un elicottero, un bus, anche solo un taxi - a tirarci fuori da questi giorni estivi di nulla assolato con il pullmino in panne".
oggi no.
oggi davvero non ci vuole niente.
oggi davvero non ci serve altro che il nostro passo.
e anche quello - nella sua umana e misera lentezza - è troppo, troppo veloce.

villafranca del bierzo.
ancora una volta.
mancano 200 chilometri alla meta.
oggi santiago è troppo vicina.
arriva sempre quel momento - quando stai in un posto, una vita, un mondo, una storia, un sogno, una bolla.
e ci stai bene, in quel posto, quella vita, quel mondo, quella storia, quel sogno, quella bolla.
ma sta per finire, quel posto, quella vita, quel mondo, quella storia, quel sogno, quella bolla.
sta per finire.
e lo sai.
ma non puoi farci niente.
dopo ci sarà altro.
dopo sarà altro.
ma non sai.
non sai niente.
neanche cosa.
eppure c'è un attimo in cui ti abita un'acuminata e diamantina percezione del dove sei.
sopra i sacchi a pelo, un lucernario a forma di stella culla sonno e sogni.
 
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