4 giugno 2007
portomarin - palas de rei
la fontana prima di gonzar.
non è niente.
direi - a memoria - niente più che un basamento in pietra e cemento ed un rubinetto a lasciare scorrere un filo d'acqua.
ma quella fontana è per me memoria storica.
quell'acqua me la ricordo da quell'allora - uno sergente hartman, io soldato palla di lardo.
faceva schifo, quell'acqua.
sapeva di ferro.
sapeva di ruggine.
era un pomeriggio così tardo che poteva parere quasi sera.
era portomarin meta, ma meta così piena di pellegrini che non c'era un unico posto letto, figurati otto.
era "andiamo avanti, che altro vogliamo fare?".
era procedere per forza - un passo dopo l'altro, un piede dopo l'altro, stanchezza del troppo spalmata dentro ogni nostra fibra.
era dover andare avanti, almeno sperando ["troveremo un posto dove fermarci? vero che lo troveremo?"].
furono sorsi di quell'acqua a sciogliere un'arsura che veniva da lontano.
furono sorsi di quell'acqua a dissetare una sete che arrivava da portomarin.
furono: "ma che schifo, quest'acqua" e continuare a bere, che quando si ha sete va bene tutto.
poi furono un'hospitalera che in qualche modo ci sistemò tutti.
e divanetti in finta pelle bordeaux.
e chiappe appiccicate a quella plastica.
e polpette al sugo estratte da una latta.
e notte al suelo - che alla fine meglio il pavimento del divanetto.
e una pipì nel prato sotto le stelle.
e risate tra amiche dentro il fresco della notte all'aperto.
oggi di nuovo.
bocca alla cannetta, acqua di quella fontana.
non posso fare a meno di berla.
farà ancora così schifo?
non posso fare a meno di berla.
fa ancora schifo.
sorrido.
quel sapore a cavallo tra ferro e ruggine porta memoria dentro le papille gustative.
che è una delle memorie - insieme a quella olfattiva - che più mi incanta.
memorie inafferrabili.
indescrivibili.
del tutto volatili.
eppure.
eppure così vere.
così delineanti una storia.
così disegnanti una parte di me.
le patate al forno cotte nel latte [mai trovato la ricetta. mai stata capace di replicarle].
il sugo di quella carne davanti al monastero dos jerónimos nella capitale lusitana [perchè non si può ordinarne online un barile e farselo recapitare a domicilio? perchè non si può?]
la pasta pasticciata in bianco della nonna giovanna [da sempre mio comfort food per eccellenza].
il ripieno del birnbrot [natale piccoli piedini. natale treccine sfatte. natale vestitino in lana blu scuro con i ricami rosa].
il sugo pomodori freschi, aglio, basilico [estate addosso sotto un portico ai limiti del freddo]
oggi quest'acqua.
ferro.
ruggine.
ricordi.
vita altra improvvisamente qui.
sorrido.
sono l'unica.
chi beve dopo di me si scosta con una smorfia di disgusto dipinta addosso.
la voglia che ho di camminare con gli italiani che ho trovato ieri.
ho voglia di italia.
di italiano.
delle mie parole di sempre a scivolare dolci.
saluto la family - ci vedremo a palas de rei.
cerco di raccontare questo mese di cammino. impresa ardua, come cercare di raccontare un amore, una pelle, un profumo, una carezza, un bacio.
loro mi raccontano un mese di normale vita italiana.
uniamo passi.
abbandono per oggi l'abitudine consolidata al camminare con la family.
lascio quella avvolgente sensazione di casa conosciuta e di porto sicuro e di coperta ad avvolgere morbida che mi sono.
mi accoccolo dentro la nuova curiosità del camminare e stare e dire e dirsi con chi non conosco per niente - essere, sentire, sognare altro ed altrove.
mi veste un leggero imbarazzo [la mia timidezza. la mia solita timidezza],
misure da prendere dentro il non conosciuto,
parole da capire bene per quello che davvero vogliono dire,
orecchie attente ad ogni dettaglio,
sguardi curiosi per bersi tutto e non perdersi niente.
passi dentro il sole del mattino, felci e prati.
vanno gli italiani.
resto io.
portos.
cerco la casa di portos.
eccola, la roulotte dietro al carro.
butto un occhio.
provo a bussare.
chissà se c'è qualcuno.
sarebbero nickname che diventano pelle e ossa e denti e sorrisi e occhi e sguardi. momento unico, impasto di magia, incanto, stupore, vera meraviglia - un privilegio ogni singola volta.
però no.
chi sogna e progetta e vive attorno e per questi muri oggi non c'è.
lascio un biglietto [chissà se lo troveranno. chissà se resteranno solo chiazze di inchiostro sfatto, parole lavate via dalla pioggia. chissà se diventerà solo carta mangiata dal sole che alla fine tutto cuoce].
è un biglietto che dice gratitudine.
que dios vos bendiga.
incontro una donna.
cammino lenta insieme a lei.
"mi fermavo a dormire in ogni paese. camminavo da un'albergue all'altro. niente di più".
non credeva di poter fare, di più.
non credeva di esserne capace.
non credeva di averne la forza.
e invece.
e invece un giorno ci provò.
quel giorno - passo di coraggio e passo di sfida - evitò di fermarsi al primo paese incontrato.
quel giorno arrivò al pueblo successicvo.
ce l'aveva fatta.
era viva.
stava bene.
era riuscita.
ora fa tappe di 15 chilometri.
a volte anche 18.
e sa.
e sa di sè.
della sua bravura.
del suo essere capace.
del suo riuscire a farcela anche in imprese che parevano impossibili.
mi racconta la sua conquista.
sorride di quell'orgoglio sano di chi è arrivato in un bel posto, dopo aver fatto parecchia fatica.
sorride.
e fa bene, a sorridere.
fa molto bene.
ha tutto il diritto di essere orgogliosa.
e felice.
scoccano le campane.
una del pomeriggio.
palas de rei.
arrivo sola, come se fossi l'ultima di tutti.
forse sono davvero l'ultima di tutti.
per certo sono l'ultima di tutti noi.
piazza dentro il sole.
eccola, la mia family.
gradini in marmo e corpi allo svacco.
caldo meridiano e tende da sole.
siesta ad aleggiare e pelle a rosolarsi in quel colore rosso-germanico-quasi-aragosta-bollita-viva.
loro sono già piazzati al municipale.
vado anche io.
"está lleno".
mannaggia.
un giro per altri albergues e per altri hostales.
in città non è rimasto un unico posto libero.
sono senza letto.
uffa.
certo.
potrei anche andare avanti.
farmi ancora qualche chilometro.
alla fine è presto.
di sicuro ci sarà qualche altro albergue, nei prossimi paesini.
ma andrei sola.
gli altri - doccia già fatta, panni già lavati, sacchi a peli già srotolati - giustamente non hanno nessuna intenzione di muoversi.
e - siamo alle solite - la family, gli amici, gli affetti, il bene voluto.
resto a palas anche io.
rimane che loro hanno una cama per stanotte.
io no.
senti.
facciamo così.
facciamo che ci sediamo attorno ad un tavolo.
e cominciamo a riempire la pancia.
e a berci sopra una clara.
e magari due.
poi vediamo.
che per certo con la pancia piena si ragiona meglio.
e soprattutto si vede tutto in una prospettiva migliore.
clara sia - due galleghi basco in testa a cantare dentro quel locale, voci di chi è sereno dentro e pareti in legno a fare da cornice.
e sia anche menù del dia, il migliore che abbia mai mangiato.
pan y aceite come se non ci fosse un domani.
empanada de atun.
pulpo.
tarta de santiago.
il tutto innaffiato da vin blanco - goduria gelata a scorrere fino al cuore.
un caffè amaro.
le gambe allungate oltre la sedia.
occhi socchiusi dentro il sole che picchia - gatta a godersi pennica e raggi dorati.
bene.
la pancia è piena.
la pennica fatta.
c'è giusto il problema del mio letto per la notte.
ma sai che c'è?
pazienza - vedi che ho fatto bene a mangiare?
pazienza - vedi che un bicchiere di vino blanco sa essere prezioso alleato?
pazienza - va bene così.
da molto mi fa compagnia legato fuori dallo zaino.
da giorni che sono diventate settimane me lo porto appresso - pesa niente ma ingombra assai.
l'avevo comprato a nájera.
e oggi.
e oggi finalmente.
oggi finalmente sarà la nostra notte, materassino - perenne, sicura e leggera promessa di libertà.
che non si dica: fu acquisto incauto.
che non si dica: fu acquisto inutile.
non lo sarà.
grazie a questa unica notte non lo sarà.
ci godremo la cena [molto parca, dopo il pranzo ad orario di quasi merenda]
il dopocena.
il buio.
le stelle.
ancora una clara.
e poi.
poi gli altri - teutoni seri, meticolosi, ligi alle regole - entreranno dalla porta.
io - qualche decina di minuti dopo - da una portafinestra aperta di soppiatto oltre il buio che regna sovrano.
rideremo.
"sei la solita italiana".
"cheater, intendi?".
"ma no, cri. no. certo che no. intendo rilassata. alternativa. ingegnosa. sorridente. mai arresa. lo sai, vero, che nessuno di noi l'avrebbe mai fatto?".
"lo so".
sarà sonno al suelo.
dentro la notte allungherò la mano fuori dal sacco a pelo.
i miei polpastrelli indugerannoa lungo su quel freddo ostinato di piastrella durissima.