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2007 - cammino francese della cri

No te preocupe Cinzia

Importante è scrivere, fermare i ricordi ed eventualmente condividerli
Per questo esiste il Forum e credo sia la parte più importante e bella

Poi non esiste una unica capacità "affabulatoria"
o meglio esiste per ogni persona che scrive

La storia, le storie vanno raccontate, come ci vengono,

Che senza storia siamo niente
 
anni fa, in un parco accanto alla martesana nella periferia milanese, c'era un anfiteatro.
in cima alle gradinate questa scritta:

DSC00752ok.jpg

avrebbero dovuto scriverci la saggia frase di Raùl .
"Non si sostituisce MAI, una coupè con una Duna!!!!!
altro che.


cri
 
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3 giugno 2007
sarria - portomarin

bruma del mattino.
avvolge ogni ovunque.
pare abisso di nebbia.
pare bosco incantato.
basterebbe chinarsi.
farsi piccoli
diventare minuscoli.
balzare scaltri dietro alle foglie.
scrutare anfratti.
celarsi allo sguardo.
basterebbe questo.
e li scoveremmo, fate e folletti ad abitare umidi muschi ed ogni fantasia.

invece andiamo.
ad altezza dello sguardo una ragnatela si dipana tra recinto e filo spinato.
gocce di rugiada decorano di splendore fili funamboli che paiono seta.
verrà il sole, a scaldare via in un attimo ogni magìa.

eccolo lì, un cippo.
quello del chilometro 101,5.
manca un quarto d'ora al km 100.
un quarto d'ora.
non di più.
pensa te.
un mese fa ero ancora a milano.
un mese fa erano erano 800, i chilometri alla meta - qualcuno più, qualcuno meno.
un mese fa erano parecchia incertezza, un brivido di voglia e di timore ad avvolgere i preparativi.
grandi cose si fanno, un passo alla volta.

un passo alla volta.
un passo.
dopo un passo.
dopo un passo.
solo questo.
solo questo, ma infinite volte.
pare facile - [un passo, cosa vuoi che sia?]
non sempre lo è [il ripeterlo all'infinito senza tregua e senza sosta - a prescindere da tutto, a prescindere da sè - quella è la vera, durissima sfida.

il pilastrino dei cento chilometri.
un mucchio di sassi gli fa da corona.
qualcuno ha infilato un fiore bianco in quella piccola pietraia in bilico sull'appoggio.
un'unica scritta [per ora] a deturpare pietra.
alla prima locanda che troviamo, zaini per terra e scarponi sulla barra.
magliette sudate, tra birra e caffè, si ride e si festeggia.

i tetti delle case in lavagna.
così semplici.
così belli.
così veri.
scintillano dentro il sole.
emanano forza solida, primigenia, protettiva.

i sentieri della galizia.
vanno.
tornano.
si allargano.
si stringono.
corrono.
si perdono.
si dipanano.
si dividono per riunirsi.
si ricongiungono per poi perdersi.
vestono il terreno di curve confuse, vive, vivaci, allegre.
sono belli, i sentieri della galizia.
così diversi dai tracciati della castiglia - rettilinei implacabili da qui al nulla, righe di polvere e righello da qui all'ovunque.

immagine d'oriente, quadro vivo di tempi che furono, una signora - ombrello bianco, gonna gitana - nell'orto raccoglie cornetti sotto il sole del pomeriggio.
un bassotto - salsiccia su gambe, orecchie lunghissime, lingua allo sbando - si riposa sdraiato all'ombra.
degli uomini lavorano nei campi.
trattori e mucche.
sole e fatica.
forche e letame.
e pazienza che oggi sia domenica.
non lo è per i contadini.
non lo è per i pellegrini.
sudano loro e sudiamo noi.
poi certo, ci sono sudori più nobili e più necessari di altri.

un prato pieno di margherite bianche accanto alla strada.
a fior di labbra [sono stonata come una campana] canticchio don chisciotte di guccini.
la cantavamo allora - ideali del nostro essere ragazzi a bruciarci addosso.
la canto oggi - cuore puro, slanci generosi, sogni matti, occhi nuovi e sentimenti accesi a cercare ancora e sempre di vestire ogni mio essere e ogni mio oggi.

il lago di portomarin.
come è bella l'acqua.
come è bella l'acqua dopo tutta questa terra.
la voglia di acqua che ho.
arriverà l'oceano.
arriverò all'oceano.
e sarà.
sarà acqua.
sarà abbando.
sarà fine.
sarà nuovo inizio.
potessi, mollerei ogni zaino e ogni peso.
mi ci tufferei a bomba, dentro quel blu e dentro quel lago.
sono donna di terra.
di monti.
di sassi.
di rocce.
di piedi piantati.
di spalle robuste.
di gambe di forza ferma.
ma ogni tanto, ogni tanto mi chiama l'acqua.
ed è un incanto liberatorio, potervicisi abbandonare - fragili, accolti, cullati.

il ponte lunghissimo.
lo attraversiamo lenti - quella tipica lentezza di fine tappa, la sappiamo tutti.
incombe - nello sguardo e dentro il nostro futuro più prossimo - quella scalinata lì, che madre!, io di scalinate più ripide di quella proprio non ne ho in mente.
sole che scotta addosso, ci investe una brezza ai limiti del freddo.
viene dall'acqua, quel soffio d'aria.
sulla nostra pelle calda e caldissima rabbrividisce un gelo di vento che pare portare altro.
altro rispetto a tutta la terra che ci ha accompagnato in queste settimane di passi.
altro rispetto ai boschi attraversati nel loro profumo di muschio ed erica.
altro rispetto alla polvere bruciata dal vuoto e dal caldo.
è brezza di lago.
pare portare novità frizzante.
per ora l'unica cosa che per certo arriva e ci travolge è il fiatone su quella scala in salita e l'arrancare nostro dentro ogni singolo gradino.

i pellegrini della domenica.
quelli degli ultimi 100 chilometri.
c'è sempre più gente, su questi sentieri.
siamo tanti.
tantissimi.
troppi.
siamo troppi.
decisamente troppi.
è diventato altro, il cammino, in questi ultimi chilometri.
sta diventando altro.

nel parco di portomarin due italiani leggono la bibbia ad alta voce.
stesa dentro il verde e dentro i fiori, mi godo il fresco dell'erba sulle gambe bruciate dal sole.
sui gradini ai margini del manto erboso, picnic dentro il tramonto.
spesa del super srotolata sul cemento e lago davanti a noi.

dopocena tra donne.
accanto a noi la chiesa - l'hanno ricostruita sasso dopo sasso dopo sasso par salvarla dalla costruzione della diga che tutto avrebbe sommerso.
negli occhi il lago di resia.
quel campanile ad affiorare.
quelle esistenze interrotte, quelle case abbandonate dalla vita, quei luoghi amati lasciati per un altrove sconosciuto - resia e curon che furono - sommersi dall'ingegneria umana.

degli italiani davanti all'albergue.
sono di bergamo.
una di pedrengo.
conosce m.
e r.
da non credere.
davanti all'unico lago incrociato in terra iberica trovo mia vita di quel lago a quota 2.000.
a volte capita che la vita abbia il sapore dell'incredibile.

uno di loro.
mi ha appena conosciuto.
mi scruta curioso.
deve essere lo stesso sguardo con cui io, anni fa, ai piedi del cebrerio, scrutai quegli americani - poco meno di figure mitiche, loro. veterani veri con tutti quei chilometri dentro le suole. io novizia su quei sentieri, per sempre catapultata in un altrove che neanche immaginavo.
"posso chiederti? posso? cosa ti ha lasciato dentro, il cammino?"
mi spiazza, questa domanda.
è così diretta.
è così intima.
è così da andare a fondo.
un respiro ed un attimo.
è un respiro lungo 30 giorni.
è un attimo lungo 700 chilometri.
di getto.
"gioia".

dentro il buio di uno stanzone in cui non riesco a chiudere occhio, ripenso a quella domanda che è andata - in anticpo sulla tabella di marcia [da che mondo è mondo i conti si fanno alla fine] - al vero nocciolo del mio essere qui.
me la lascio rotolare addosso - un film di ricordi e immagini di tutti questi giorni e di tutti questi passi a farmi compagnia al posto dei sogni della notte.
avevo risposto "gioia".
sarebbe stato meglio dire: "gioia. e vita".
e neanche sapevo ancora quanta.
 
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4 giugno 2007
portomarin - palas de rei

la fontana prima di gonzar.
non è niente.
direi - a memoria - niente più che un basamento in pietra e cemento ed un rubinetto a lasciare scorrere un filo d'acqua.
ma quella fontana è per me memoria storica.
quell'acqua me la ricordo da quell'allora - uno sergente hartman, io soldato palla di lardo.

faceva schifo, quell'acqua.​
sapeva di ferro.​
sapeva di ruggine.​
era un pomeriggio così tardo che poteva parere quasi sera.​
era portomarin meta, ma meta così piena di pellegrini che non c'era un unico posto letto, figurati otto.​
era "andiamo avanti, che altro vogliamo fare?".​
era procedere per forza - un passo dopo l'altro, un piede dopo l'altro, stanchezza del troppo spalmata dentro ogni nostra fibra.​
era dover andare avanti, almeno sperando ["troveremo un posto dove fermarci? vero che lo troveremo?"].​
furono sorsi di quell'acqua a sciogliere un'arsura che veniva da lontano.​
furono sorsi di quell'acqua a dissetare una sete che arrivava da portomarin.​
furono: "ma che schifo, quest'acqua" e continuare a bere, che quando si ha sete va bene tutto.​
poi furono un'hospitalera che in qualche modo ci sistemò tutti.​
e divanetti in finta pelle bordeaux.​
e chiappe appiccicate a quella plastica.​
e polpette al sugo estratte da una latta.​
e notte al suelo - che alla fine meglio il pavimento del divanetto.​
e una pipì nel prato sotto le stelle.​
e risate tra amiche dentro il fresco della notte all'aperto.​
oggi di nuovo.
bocca alla cannetta, acqua di quella fontana.
non posso fare a meno di berla.
farà ancora così schifo?
non posso fare a meno di berla.
fa ancora schifo.
sorrido.
quel sapore a cavallo tra ferro e ruggine porta memoria dentro le papille gustative.
che è una delle memorie - insieme a quella olfattiva - che più mi incanta.
memorie inafferrabili.
indescrivibili.
del tutto volatili.
eppure.
eppure così vere.
così delineanti una storia.
così disegnanti una parte di me.

le patate al forno cotte nel latte [mai trovato la ricetta. mai stata capace di replicarle].
il sugo di quella carne davanti al monastero dos jerónimos nella capitale lusitana [perchè non si può ordinarne online un barile e farselo recapitare a domicilio? perchè non si può?]
la pasta pasticciata in bianco della nonna giovanna [da sempre mio comfort food per eccellenza].
il ripieno del birnbrot [natale piccoli piedini. natale treccine sfatte. natale vestitino in lana blu scuro con i ricami rosa].
il sugo pomodori freschi, aglio, basilico [estate addosso sotto un portico ai limiti del freddo]
oggi quest'acqua.
ferro.
ruggine.
ricordi.
vita altra improvvisamente qui.
sorrido.
sono l'unica.
chi beve dopo di me si scosta con una smorfia di disgusto dipinta addosso.

la voglia che ho di camminare con gli italiani che ho trovato ieri.
ho voglia di italia.
di italiano.
delle mie parole di sempre a scivolare dolci.
saluto la family - ci vedremo a palas de rei.
cerco di raccontare questo mese di cammino. impresa ardua, come cercare di raccontare un amore, una pelle, un profumo, una carezza, un bacio.
loro mi raccontano un mese di normale vita italiana.
uniamo passi.
abbandono per oggi l'abitudine consolidata al camminare con la family.
lascio quella avvolgente sensazione di casa conosciuta e di porto sicuro e di coperta ad avvolgere morbida che mi sono.
mi accoccolo dentro la nuova curiosità del camminare e stare e dire e dirsi con chi non conosco per niente - essere, sentire, sognare altro ed altrove.
mi veste un leggero imbarazzo [la mia timidezza. la mia solita timidezza],
misure da prendere dentro il non conosciuto,
parole da capire bene per quello che davvero vogliono dire,
orecchie attente ad ogni dettaglio,
sguardi curiosi per bersi tutto e non perdersi niente.

passi dentro il sole del mattino, felci e prati.
vanno gli italiani.
resto io.
portos.
cerco la casa di portos.
eccola, la roulotte dietro al carro.
butto un occhio.
provo a bussare.
chissà se c'è qualcuno.
sarebbero nickname che diventano pelle e ossa e denti e sorrisi e occhi e sguardi. momento unico, impasto di magia, incanto, stupore, vera meraviglia - un privilegio ogni singola volta.
però no.
chi sogna e progetta e vive attorno e per questi muri oggi non c'è.
lascio un biglietto [chissà se lo troveranno. chissà se resteranno solo chiazze di inchiostro sfatto, parole lavate via dalla pioggia. chissà se diventerà solo carta mangiata dal sole che alla fine tutto cuoce].
è un biglietto che dice gratitudine.
que dios vos bendiga.

incontro una donna.
cammino lenta insieme a lei.
"mi fermavo a dormire in ogni paese. camminavo da un'albergue all'altro. niente di più".
non credeva di poter fare, di più.
non credeva di esserne capace.
non credeva di averne la forza.
e invece.
e invece un giorno ci provò.
quel giorno - passo di coraggio e passo di sfida - evitò di fermarsi al primo paese incontrato.
quel giorno arrivò al pueblo successicvo.
ce l'aveva fatta.
era viva.
stava bene.
era riuscita.
ora fa tappe di 15 chilometri.
a volte anche 18.
e sa.
e sa di sè.
della sua bravura.
del suo essere capace.
del suo riuscire a farcela anche in imprese che parevano impossibili.
mi racconta la sua conquista.
sorride di quell'orgoglio sano di chi è arrivato in un bel posto, dopo aver fatto parecchia fatica.
sorride.
e fa bene, a sorridere.
fa molto bene.
ha tutto il diritto di essere orgogliosa.
e felice.

scoccano le campane.
una del pomeriggio.
palas de rei.
arrivo sola, come se fossi l'ultima di tutti.
forse sono davvero l'ultima di tutti.
per certo sono l'ultima di tutti noi.
piazza dentro il sole.
eccola, la mia family.
gradini in marmo e corpi allo svacco.
caldo meridiano e tende da sole.
siesta ad aleggiare e pelle a rosolarsi in quel colore rosso-germanico-quasi-aragosta-bollita-viva.
loro sono già piazzati al municipale.
vado anche io.
"está lleno".
mannaggia.
un giro per altri albergues e per altri hostales.
in città non è rimasto un unico posto libero.
sono senza letto.
uffa.

certo.
potrei anche andare avanti.
farmi ancora qualche chilometro.
alla fine è presto.
di sicuro ci sarà qualche altro albergue, nei prossimi paesini.
ma andrei sola.
gli altri - doccia già fatta, panni già lavati, sacchi a peli già srotolati - giustamente non hanno nessuna intenzione di muoversi.
e - siamo alle solite - la family, gli amici, gli affetti, il bene voluto.
resto a palas anche io.
rimane che loro hanno una cama per stanotte.
io no.

senti.
facciamo così.
facciamo che ci sediamo attorno ad un tavolo.
e cominciamo a riempire la pancia.
e a berci sopra una clara.
e magari due.
poi vediamo.
che per certo con la pancia piena si ragiona meglio.
e soprattutto si vede tutto in una prospettiva migliore.
clara sia - due galleghi basco in testa a cantare dentro quel locale, voci di chi è sereno dentro e pareti in legno a fare da cornice.
e sia anche menù del dia, il migliore che abbia mai mangiato.
pan y aceite come se non ci fosse un domani.
empanada de atun.
pulpo.
tarta de santiago.
il tutto innaffiato da vin blanco - goduria gelata a scorrere fino al cuore.
un caffè amaro.
le gambe allungate oltre la sedia.
occhi socchiusi dentro il sole che picchia - gatta a godersi pennica e raggi dorati.

bene.
la pancia è piena.
la pennica fatta.
c'è giusto il problema del mio letto per la notte.
ma sai che c'è?
pazienza - vedi che ho fatto bene a mangiare?
pazienza - vedi che un bicchiere di vino blanco sa essere prezioso alleato?
pazienza - va bene così.
da molto mi fa compagnia legato fuori dallo zaino.
da giorni che sono diventate settimane me lo porto appresso - pesa niente ma ingombra assai.
l'avevo comprato a nájera.
e oggi.
e oggi finalmente.
oggi finalmente sarà la nostra notte, materassino - perenne, sicura e leggera promessa di libertà.
che non si dica: fu acquisto incauto.
che non si dica: fu acquisto inutile.
non lo sarà.
grazie a questa unica notte non lo sarà.

ci godremo la cena [molto parca, dopo il pranzo ad orario di quasi merenda]
il dopocena.
il buio.
le stelle.
ancora una clara.
e poi.
poi gli altri - teutoni seri, meticolosi, ligi alle regole - entreranno dalla porta.
io - qualche decina di minuti dopo - da una portafinestra aperta di soppiatto oltre il buio che regna sovrano.
rideremo.
"sei la solita italiana".
"cheater, intendi?".
"ma no, cri. no. certo che no. intendo rilassata. alternativa. ingegnosa. sorridente. mai arresa. lo sai, vero, che nessuno di noi l'avrebbe mai fatto?".
"lo so".

sarà sonno al suelo.
dentro la notte allungherò la mano fuori dal sacco a pelo.
i miei polpastrelli indugerannoa lungo su quel freddo ostinato di piastrella durissima.
 
Lasciare la family per camminare con gli italiani e la propria timidezza.
Scoprire che (si impara anche dalle altrui esperienze) si possono fare 15, anche 18 km senza fermarsi.
Entrare dalla finestra e scoprire che si può dormire anche sul pavimento.
Bere acqua che sa di ruggine ... e berla di nuovo sapendo che sa di ruggine.
Aiutarsi con un paio di claras e buoni amici a risolvere i problemi quotidiani.


Leggendoti mi risuonavano in mente le parole di un pellegrino tedesco con il quale avrò camminato si e no, cinque chilometri, ma che mi ha regalato una frase che non potrò mai scordare:

"Il Cammino non è per le persone forti, ma per quelle che forti non lo sono e vanno alla ricerca di un modo per diventarlo. A Santiago avranno la certezza di esserlo diventati ed è per questa scoperta, che all'arrivo sono sempre tanto felici!"

Grande Cri! <3
 
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5 giugno 2007
palas de rei - arzua

si sveglia tim.
"vi ho sognato, stanotte. ho sognato i vostri giorni in cammino verso finisterre".
saranno solo nostri, quei giorni lì, dalla quella nostra piazza all'oceano in attesa.
solo nostri, non anche suoi.
si fermerà a santiago, lui - il volo di ritorno fissato mesi fa dalla scrivania della sua camera.
lui già tornato a casa, noi ancora in cammino, scarponi ancora a macinare polvere e passi.
occhi pesti di quello che parrebbe essere solo sonno ma potrebbe essere anche vita aggiungerà: "ho pianto, dentro il mio sogno. ho pianto molto. volevo essere con voi".
avrebbe voluto essere con noi.
ma non poteva.
la vita altra.
gli impegni.
quell'aereo.

a volte si vuole.
ma non sempre basta volere, per poter essere o poter avere.
ci sono momenti che sono.
e altri che invece no, non sono e non saranno mai, per sempre preclusi dalla vita e dal reale.
restano sogni, anche esplosi.
sfere perfette di cristallo e luce adamantina che vanno in pezzi dentro un attimo ed un respiro.
lì per lì pare rimangano solo schegge e vetri.
ferite e sangue ad abitare anima e cuore.
lacrime e tristezza ogni volta che ci si pensa.
ma poi.
poi no.
poi passano giorni che diventano mesi e mesi che diventano anni.
sul soffitto dell'esistenza - stelle luminose dentro un cielo privato e personale - ballano leggeri, colorati, infinitamente mutevoli, dei giochi di luce, specchi di una bellezza che è stata e che da allora e per sempre pervade il tutto.
brillano riverberi.
splende gratitudine - non può essere diversamente.
lenta torna della letizia.
fa capolino della pace, anche.
così è.
così sia.

una vecchietta gobba.
grembiule da lavoro a fiorellini e passo malfermo.
cappello a sghimbescio e bastone in una mano che pare artiglio..
una rosa rossa fa capolino da una rete metallica.
maglie e ruggine contro il cielo.

gli horreos.
il primo bosco di eucalipti.
entrano dentro il naso, quegli alberi foresti, ora invasivi ed invadenti.
pervadono ogni respiro.
abitano ogni passo.
è un incanto, camminare qui.
foglie tappeto vegetale.
cortecce scrigni di resina.
un cavallo oltre una staccionata.
riquadri di cielo oltre le cime profumate di alberi profumati.

zaino a fare da cuscino, io stesa al sole.
matthias steso accanto a me.
ci ha messo qualche settimana.
era principiante assoluto, neofita di primo pelo.
ma adesso - adesso - finalmente la padroneggia anche lui, l'arte della pennica.
un prato.
un'ombra invitante.
un'erba che ondeggia tra molto morbido e secco a tratti.
il sole a fare capolino - che ci sia, ma che non scotti. delicato equilibrio.
voglia di niente.
voglia di tutto.
ed è subito siesta.

un contadino volta con un forcone erba falciata da poco.
profumo di fieno che sarà e di fiori che furono.
accanto alla siepe, due tori legati ad un giogo di legno avanzano lenti portando un aratro.
mai visto, un giogo in legno in uso qui in italia.
capita che la spagna paia catapultarci dentro il nostro passato.

una stanzina in una mansarda.
coperte di lana.
abbaiano che porta luce.
e occhio a non picchiare la zucca.
tonc.
ovvio.
c'era da scommetterci.

scrivevo, allora, in calce ad una mail.

ancora una volta bello.
bello il vostro esserci.
bello il vostro esserci stati in queste settimane di passi e di vita.
ora mancano 35 km.
e altri 80 fino a finisterre.
poi torno.
torna alla vita di sempre.
con un sorriso stampato in faccia.
e dentro gli occhi.
ve la regalo oggi, un'anteprima di questo sorriso.
"poi torno".
[mi vedete ridere dentro l'oggi, vero?].
illusa ed ingegnua.
no.
non si torna mai, da lì.
e voi lo sapete.
no.
da lì non sono mai tornata.
e voi lo sapete.
lo sapete bene.
 
...
voglia di niente.
voglia di tutto.
ed è subito siesta.

(Cri)

Hei Cri, ma questa è mia
sai quante volte l'ho vissuta

Per caso leggi anche nel pensiero ... a distanza

Ps. da li non si torna mai ...
Uno, cento, mille Cammini
saranno mai sufficienti
per sopravvivere a quella mancanza?
 
Piano piano Santiago ormai è lì a portata di mano...

Mi piace ripercorrere il mio cammino di quell'anno leggendo il tuo.

Grazie Cri

Edo
 
Cri leggendo il tuo cammino festeggio il mio decimo anniversario da pellegrina ..
Grazie amica bella !
Cetty
 
6 giugno 2007
arzua - santa irene

foulard in testa - turbante improvvisato.
cerco in qualche modo di tenere fermi capelli che ormai sono di una lunghezza ribelle ed ingestibile.
io - donna priva di grigi, donna da: tutto bianco o tutto nero - la odio, quella via di mezzo.
nè lunghi, nè corti.
nè carne, nè pesce.
non stanno da nessuna parte, se non negli occhi.

su quel terreno in pendenza mi appoggio al mio bordon piantato nell'erba.
silenzio.
ascolto.
mi lascio cullare dai quei minimi rumori che abitano ogni erba.
a prevalere il frinire di grilli.
è musica ogni alito di aria che sta diventando densa.
pare cantare anche il caldo del sole.
a qualche metro da me passano strada, passi, pellegrini.
ascolto attenta.
guardo attenta.
vivo attenta
va sempre bevuta, la vita, quando ti capita addosso.​
l'ho capito, alla fine.​
ma allora era troppo tardi, ormai.​
vivo presente.
adesso è vita.
poi sarà ricordo.
solo ricordo.
per sempre ricordo.

albergue di santa irene.
esterno giorno - tardo pomeriggio, quasi sera.
in giardino.
matthias e io, seduti per terra.
muro bianco a farci da appoggio.
golden hour a piovere densa su di noi, incanto liquido a vestirci di morbida dolcezza.
denti bianchi su sorrisi che portano luce e molta vita.
discorsi seri.

cos'era - sogno.
cos'è - cammino.
cosa sarà - vita.

cos'era - montagne e mesetas.
cos'è - resina e sterco.
cosa sarà - piazza ed oceano.

cos'era - passato noto.
cos'è - presente dono.
cosa sarà - futuro infinito possibile, avvenire ampio orizzonte.

cos'era - piedi a farsi casa dentro gli scarponi.
cos'è - piedi morsicati da passi, polvere, strada, vesciche.
cosa sarà - piedi a mollo dentro un blu profondo senza limiti e senza confini.

cos'era - caso.
cos'è - trovarsi e ritrovarsi ["no, cri. no. non ci eravamo persi per sempre"].
cosa sarà - traccia indelebile, per sempre ricordo a stabilire dimora dentro al cuore.

cos'era - tu. io.
cos'è - tu e io.
cosa sarà - tu. io.

cos'era - fato.
cos'è - innamoramento scalcinato, inutile, sbagliato, folle e bellissimo.
cosa sarà - nulla.
la vita è altro rispetto a questo nostro noi.
un noi che è solo alchimia di strada e di passi.
un noi che è solo incanto perfetto di tempo e di luogo.

cos'era - destino.
cos'è - quasi-amore.
ed è un quasi-amore minuscolo ed immenso.
luminoso e puro.
bello e bellissimo.
bello di una bellezza pulita, nuova e commovente.
cosa sarà - niente.
qui regna sovrana la declinazione iberica della massima del nevada.
"what happens in vegas stays in vegas".
"quello che succede in cammino sta sul cammino".
la conoscono tutti, questa regola
[al momento buono però non la sa più nessuno].
non è scritta da nessuna parte
[andrebbe scolpita dentro ogni cuore].
non ci sarà nessun verbo declinato al futuro a promettere un poi che mai sarà e mai potrebbe essere.
solo oggi.
solo qui.
folle e privo di senno, chi anche solo pensa/desidera/sogna/si illude di poter mischiare in un domani vita e passi.
non si deve.
non si può.
non ne esce niente di buono.
non si deve.
non si può.
vorrebbe dire calcare passi decisi verso la dannazione eterna.
dolcissima però.​

matthias e io, seduti per terra.
luce del sole al tramonto a squagliarcisi addosso.
balliamo in bilico sul baratro.
e lo sappiamo.
danziamo sulla soglia del precipizio.
e lo sappiamo.

io voglio.
tu vuoi.
io ti voglio.
tu mi vuoi.
io posso.
tu non puoi.
quindici parole.
oggi vincono le ultime tre.
domani - e solo domani - vinceranno le prime quattro.

notte calata.
il mio sorriso appoggiato ad un muro della città fatta nostra, intonaco scrostato del tempo - i tuoi occhi a berselo, il mio sorriso, ancora una volta, tutto per te.
i miei capelli - nido spettinato di nuvole, sole, lucciole e pensieri - appoggiati a quel cartellone mangiato dalle intemperie - le tue mani a perdersi tra zigomi e tempie, le mie a seguire le tue.
mani.
e ancora mani.
e labbra.
e baci.
e pelle.
e un noi.
un noi - vero ed irreale - dentro un'unica notte, nostra fino al mattino.
fu quello.
fu quella notte.
fu un'unica notte.
fu un unico attimo.
e proprio per questo fu per un sempre.

parole serie.
e anche no.
baratri ed equilibri.
precipizi e responsabilità.
sopra di noi - finestra con inglesine in legno, tenda in mussola bianca a svolazzare nella brezza del tramonto - appoggiato ad un davanzale in cemento dipinto di rosso, un paio di scarponi - molta vita, molti passi - a prendere aria per l'ultima volta.
domani a quest'ora quegli scarponi saranno arrivati a casa. anche nostra.

verrà il momento in cui matthias e io ci alzeremo da quel muro.
usciremo da quella doccia dorata di luce colata.
ci allontaneremo da quel baratro.
ci sposteremo da quel precipizio.
un respiro.
uno sguardo.
un piede - di nuovo - fermo.
almeno per oggi saremo fuori da quella bolla - paradiso ed inferno.
piedi nudi nell'erba ed un pallone a cui tirare calci.
arrivano anche nicole e tim - un'italia-germania a ranghi parecchio ridotti e assai sgarrupati.
non serve nessun gol, perchè il calcio sia salvezza.
nell'aria tersa della sera volano risate.

22 chilometri a santiago.
pare incredibile.
era sogno.
sono stati passi.
sarà vita.

scrivevo, nel "parto per santiago e porto" [pare archeologia, visto da qui] mentre preparavo lo zaino:
"il sogno lungo cinque anni che tra dieci giorni diventa realtà fa paura".
oggi potrei scrivere:
"il sogno lungo cinque anni che tra dieci ore diventa vita fa battere il cuore".
e lo fa battere parecchio forte.
 
Ultima modifica:
...fu un unico attimo.
e proprio per questo fu per un sempre.

"Siamo le persone sbagliate arrivate oltretutto nel momento sbagliato: ragione che rende altamente probabile, il fatto ch'io m'innamori, ricambiato, di te!"
(Anonimo)

Il Cammino dà ed il Cammino toglie. :???:
 
scrivevo, nel "parto per santiago e porto" [pare archeologia, visto da qui] mentre preparavo lo zaino:
"il sogno lungo cinque anni che tra dieci giorni diventa realtà fa paura".
Anche tu allora hai aspettato 5 anni come me prima di partire ... anch'io era dal 2002 che ci pensavo a quel cammino .... Altra coincidenza tra me e te :-)

Il Cammino dà ed il Cammino toglie.

Nel mio caso devo dire che Il cammino dà ... e lascia che un cammino si trasformi in cammino di vita.

Edo
 
Raccontare dopo dieci anni e più un cammino in questo modo lo sai fare solo tu Cri.
Se capitasse a me raccontarlo ci infilerei tutto il vissuto dei cammini degli anni seguenti ma invece non mi pare tu faccia questo.
Sai raccontare emozioni e dispensare saggezza come pochi. Siamo fortunati a leggerti.
Dopo quello che ci hai raccontato non si può dire che attendiamo il gran finale ma solo l'epilogo di un un respiro lungo 30 giorni...un attimo lungo 700 chilometri. : - )
 
7 giugno 2020

quando ho iniziato questo topic, non avevo la più pallida idea di quello che sarebbe venuto fuori.
era solo lockdown.
era solo quarantena.
era solo didattica a distanza.
era solo niente lavoro.
era solo tempi dilatati.
era solo "non posso certo passare tutte le mie ore a impastare lievitati e sfornare muffin" [io, poi].
era solo stare chiusi tra quattro mura e troppa gente.
era solo che il forum abbia linfa vitale.
era solo "ho bisogno di sentirmi viva".
era solo "ho bisogno di altro a riepirmi occhi e cuore".
era solo "e se scrivessi?"

ho preso quelle mail di quell'allora lontano.
lì per lì pensavo solo di sistemarle appena un po' e ripubblicarle.
e invece.

questa no.
nessun "e invece".
il post di oggi arriva diretto da quell'allora.
è la mail che fu scritta quel pomeriggio da quel locutorio.
da quelle mie mani abbronzate appoggiate su quella tastiera straniera.
da quei miei polpastrelli a battere tasti da cercare dove non si trovano quasi mai.

mi pare sia il modo più bello, più vero e più puro per raccontare quel mio arrivo.
per raccontarlo bene.
con quel cuore di allora.
con quella felicità di allora.
con quello stupore di allora.
con quella grata meraviglia di allora.

eccola, quella mail lì.
oggi, esattamente oggi.
13 anni fa.
il tasto invio di allora premuto alle 17.00 del 7 giugno 2007.


===================================

7 giugno 2007
Santiago

arrivata.
arrivata.

facciamo che ci provo.
facciamo che ci provo, a trovare le parole per raccontarvi.
non so cose ne verrà fuori.
non so neanche bene cosa ho dentro.

è bello.
bellissimo.
e io sono felice.
felice dentro.
dentro.
dentro gli occhi.
dentro il cuore.
dentro i piedi.
sono felice.
non c'è altro.

un'ora fa ero sdraiata in mezzo alla piazza.
davanti alla cattedrale.
vento caldo su di me.
profilo della pietra contro il cielo azzurro.
sole.

non volevo nient'altro.
solo stare lì.
solo rimanere lì sdraiata.
senza pensare niente.
senza fare niente.
solo guardare.
ascoltare.
sorridere.
vivere.
gioire.
condivide.
essere.

provo a raccontare.
la prima sveglia dopo più di un mese.
suona alle 5.30.
camminiamo nella notte che se ne va.
sotto l'ultima luna del cielo.
camminiamo nel chiaro di un giorno che inizia.
camminiamo nel profumo di eucalipti.
camminiamo sotto le nuvole colore dell'alba.
camminiamo.
per arrivare.
stavolta.
ed è bellissimo.
è bella la sensazione di un sogno che diventa vero.
bellissima la sensazione di un sogno che era sogno, e che ora è vita.
meravigliosa vita.

cammiamo per arrivare.
e arriviamo.
i nostri passi veloci.
nonostante la stanchezza.
nessuno di noi sente gli 800 chilometri nelle gambe.
semplicemente voliamo.
in silenzio.
ridendo.
parlando.
voliamo.
santiago chiama.
santiago aspetta.
santiago è li.
e noi ci stiamo arrivando.

arriviamo in città.
la nebbia che c'è.
le torri della cattedrale che da lontano non si vedono.
l'evento pompieri in periferia.
noi via veloci.
dentro una giornata che per tanti è normale.
ma per noi.
per noi è speciale.
unica.
bellissima.

ariviamo.
il lato della cattedrale.
gli ultimi gradini.
ancora una volta.
gli ultimi gradini.
la piazza.
e non ci sono parole.
non ci sono sguardi.
un attimo di silenzio enorme.
io aggrappata al mio bastone.
rimango aggrappata a lungo.
incapace di altro.
con nel cuore solo un'idea.
ho camminato 800 chilometri per questo unico momento.
ho sognato anni, per questo unico momento.
e ora ci sono.
pelle d'oca.

rivedere gli altri.
quelli che mai avresti pensato di rivedere.
quelli che sapevi ci sarebbero stati.
ritrovarsi tutti.
come fratelli.
dentro la stessa strada.
per un mese dentro la stessa vita.
sono abbracci.
e lacrime.
e parole che non dicono.
e occhi che dicono molto di più.
sono zaini.
e bordon lasciati.
e corse verso.
e grida.
e pelle d'oca, ancora.
e silenzio.

la messa.
i nostri zaini appoggiati alle colonne.
tutta la vita che hanno dentro, questi nostri zaini.
tutti i passi attraverso cui li abbiamo portati.
il canto "laudate dominum. omes gentes, laudate dominum".
davvero.
che sia lode al Signore.
ancora una volta nella mia vita.
grata.
che davvero sia lode al Signore.

il vangelo che leggono.
"ama il signore Dio tuo".
"e ama il prossimo tuo come te stesso".

questo vangelo alla fine di questo viaggio.
di questo mio pellegrinare.
di questo cammino cosi pieno di Dio dentro ogni cosa e di altri accanto a me.

la preghiera per la pace nel mondo.
che davvero si possa portare pace.
che il nostro camminare insieme sia anche questo.
passi verso la pace nel mondo.

stare seduti per terra in cattedrale.
a casa con gli altri.
a casa con il Signore.
i nostri scarponi di polvere.
i nostri piedi sporchi dentro sandali di molta strada.

tutte le volte che ho salito i gradini di quella cattedrale.
l'abbraccio a sant'jago.
c'è dentro tutta la vita di questo mese.
c'è dentro ognuno di voi.
ogni vostra preghiera.
ogni mia preghiera.
c'è dentro ogni persona incontrata.
ogni uomo che era, sarà, vorrebbe essere, è pellegrino.
ogni vita offerta.
spezzata.
sfiorata.
condivisa.

salutare chi parte oggi.
saluti veloci.
perché non facciamo troppo male.

rileggo lettere che avevo dall'italia.
piedi nudi sulla piazza.
sdraiata di fronte alla cattedrale il sole batte sulla spalla destra - di solito, in cammino, batteva sempre a sinistra.
siamo arrivati.
stavolta.
davvero.
siamo arrivati.

le campane della cattedrale, seduta su un muretto.
cattedrale davanti a me, ancora una volta.
ora abita dentro una prospettiva diversa.

salutare chi arriva.
e sono ancora abbracci.
gioia.
vita.
felicità vera.

così.
è una mail un po' confusa, forse.
ma ha la vita, dentro.
ho la vita dentro.
vorrei regalarvela.
ve la regalo.

che ancora sia un buen camino.
da ora in poi.
per me.
per te.
per voi.
per noi.
che da adesso in poi sia un buen cammino.
davvero.

un abbraccio.
vi voglio bene.

cri
 
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