27/09 Castellnou - Lleida
La salamandra non c’è più.
Cafè Modern per restituire la chiave e fare colazione.
Di nuovo frutteti. Mele in parte raccolte, in parte no. Pesche ormai raccolte. Possibili nespole ancora verdi.
Un serpentone di persone mi viene incontro.
Una domanda a uno, una domanda all’altro, scopro che:
- sono coreani
- stanno seguendo il cammino di Sant’Ignazio (allora non solo tedeschi)
- sono un gruppo
- sono 27
- dormono in hotel (nessun albergue sarebbe abbastanza capiente).
El Palau d’Anglesola.
Non mi fermo. La prima colazione è stata abbondante, aspetto il prossimo paese per la seconda.
Murales sul cammino. Pellegrini, conchiglie, croci di Santiago. Stilizzati, mi piacciono. Sono recenti. Anche su casette in mezzo al nulla.
Continua la campagna, continuano i frutteti. Pile di casse di legno, ma non incontro nessuno che raccoglie.
Altri compagni di cammino immaginari che vengono a fare un tratto di strada con me.
Bel-loc d’Urgell.
Qui qualcosa da mangiare ci vuole.
Trovo un ottimo forno con bar.
Ho la risposta a un dubbio che avevo da qualche giorno: i catalani usano sia l’accento acuto che quello grave. Lo verifico su un giornale che trovo su un tavolo. Chissà qual è la differenza.
Mentre su un giornale sportivo in castigliano, come mi ricordavo, vedo solo accenti acuti.
Certo non sono cose che cambiano la vita, ma queste curiosità inutili mi divertono. Esco dal forno un po’ più soddisfatta.
Stanno montando delle giostre, feria in vista. Anzi fira.
Attraverso ferrovia e autostrada, che per fortuna negli ultimi 2 giorni è rimasta abbastanza distante, ed è di nuovo campagna.
Bong. Questa non mi era mai capitata. Un coniglio si scontra con la mia caviglia.
Lo vedo che sta attraversando e mi sta venendo contro. Sposto indietro la gamba per evitarlo. Anche lui fa lo stesso movimento per evitarmi e bong. Contro la mia caviglia. Rimbalza anche un po’. Poi corre via tipo ho fretta ho fretta.
Buffissima sta cosa.
Per fortuna sento ancora l’impatto sulla caviglia, se no potevo pensare di essermelo immaginato.
Rimango un po’ lì impalata a sghignazzare.
A questo punto non posso che chiacchierare un po’ con il Bianconiglio, fa un tratto con me come compagno di cammino immaginario. Gli dico che rispetto a ieri è cambiato un po’ il genere. Noto un briciolo di risentimento mentre mi spiega che qualcosa in comune ce l’hanno. Su questo ha ragione.
Riattraverso l’autostrada.
Una piccola collinetta e vedo Lleida.
E’ ancora abbastanza distante.
Una torre, un campanile, qualcosa di alto che spunta su un cucuzzolo al centro della città.
Che vista deve esserci da lì. Non sarebbe male finire lì. Chissà se.
Vedo anche una zona industriale. In mezzo un grosso e strano edificio con una torretta. Bello il logo sulla torretta, spigoloso, lineare. Mi piace.
E ci sono dentro. Alla zone industriale.
Un casino tremendo.
File di camion in attesa di caricare o scaricare.
Clacson.
Marciapiedi quasi inesistenti.
Un odore fortissimo di pipì di gatto.
Voglio uscire di qui.
Perdo le frecce, torno un po’ indietro, attraverso una strada trafficatissima e tutto finisce.
Torna il silenzio, il verde.
Un pezzetto lungo il fiume, un ponte e sono a Lleida.
Decido di andare direttamente all’hostal senza passare dal centro.
Dignitosissimo hostal e simpatica ragazza alla reception.
Mollo giù lo zaino, faccio una rapida doccia e via a cercare di capire come arrivare su quella collinetta in mezzo alla città.
Vedo delle persone sulla torre. Si può salire. Si può salire.
Il posto mi cattura.
Entro per farmi mettere un sello, sì questo lo voglio, e capire come salire.
Mi mandano in un piccolo ufficio dove un signore mi annota sul registro dei pellegrini. Noto che nella mia pagina i tedeschi sono tanti.
Mi racconta che nel loro registro hanno più gente del cammino di Sant’Ignazio rispetto a quello di Santiago.
Nel caso volessi salire sul campanile, certo che voglio, mi consiglia di farlo come prima cosa perché chiude mezzora prima e poi vedere la cattedrale e il chiostro.
Allora su.
Scala a chiocciola sempre più stretta e ripida.
Con calma, senza farsi venire il fiatone.
Il ripiano delle campane.
238 scalini, lo leggo, non li conto.
E fuori.
Accidenti che vista.
E niente, mi piace, mi piace e basta.
Un tipo, dopo una serie di selfie, decide di farsi anche un filmatino: sono sulla torre di Lleida e bla bla bla.
Cállate. No, non glielo dico. Ma lo penso.
Finalmente scende.
Per un attimo ci sono solo io.
Poi arriva una coppia.
Scendo. Soddisfatta. Molto.
Il grande chiostro è bello e insolito, con un lato a picco sulla città.
La cattedrale, completamente vuota e nuda, ha un fascino tutto suo.
Dal 1700 è stata usata come caserma e durante e dopo la guerra civile come campo di concentramento.
Sono solo muri, colonne, cupole e finestre. Ma che muri, colonne, cupole e finestre.
Come spiritualità sono parecchio carente, ma un posto così qualcosa smuove.
Esco.
La luce del tramonto colora di arancione rosato tutto.
Mi siedo un po’ nel piazzale.
Beh, che finale.

Foto non fatta.
O meglio non fatta volontariamente.
Me la sono ritrovata.
Devo aver schiacciato qualcosa per caso. Non so neanche bene dove. Ho anche dovuto tagliare una parte perché c’era probabilmente un mio dito davanti all’obiettivo.
Ma forse proprio per questo mi sembra emblematica.
28/09 Barcellona
Sono di nuovo qui.
Tempo di tornare a casa.
E’ passata una settimana. Come sempre sembra un tempo lunghissimo e nello stesso tempo sembra di essere appena partiti.
E’ finita l’estate. Inizia un nuovo anno. Mah.
Solo più una cosa, che non so bene come dire, ma voglio dire.
Molti di voi, tutti voi, siete partiti con più tigri nello zaino, sullo zaino. Concrete o pensate.
Avrei voluto. Ma non me la sono sentita. Avevo paura di non essere in grado, di non essere all’altezza.
Ma un pensiero per loro c’è sempre stato, come sempre c'è.
Ah, per finire con una scemenza, la fiera della frutta e verdura c’era davvero a Lleida: Fira de San Miguel, con esposizione di macchine agricole.