7 giugno Borres-Berducedo via Ruta de Los Hospitales
I ritmi circadiani si sono riallineati con il flusso dell’universo e la sveglia ha perso la sua funzionalità, per cui apro gli occhi al momento giusto senza dovermi neanche preoccupare di quale sia questo momento
Dalle finestre dell’albergue la luce bassa e obliqua del sole arrampicatosi appena al di sopra della pelle della terra, è ancora schermata dalla foschia che pigramente ammanta l’aria, ma sciacqua dagli occhi gli ultimi tentacoli di sonno mentre mi guardo intorno e mi rendo conto che quasi tutti sono già andati
È tempo di partire, per andare a vedere cose che i miei occhi ancora non hanno osato credere
Gloria è sul ponte di commando di El Barin alle 7:30 in punto e per 2€ mi serve una colazione pantagruelica che fatico a terminare ma che mi sarà di aiuto nella giornata, Manfred e Mike, invidiabilmente lazy come sempre, si attardano a conversare mentre io li saluto e mi avvio verso il giro di boa del mio Cammino
L’aria è fresca, lo spirito alto, il passo vivace, i pensieri ancora leggeri, i sensi colmi del tutto di cui sono una parte, il mucchietto di case sparse che va sotto il nome di Borres scompare subito alle mie spalle sostituito da scorci che si aprono mentre il sentiero zigzaga salendo dolcemente sulla costa della montagna, il cielo schiarisce sempre più e si colora del solito azzurro infantile che mi vien da chiamare “azzurro primitivo”, rimasugli sbrindellati di nubi lo attraversano inframezzate alle strie di condensa degli aerei in altra quota, mentre io continuo a salire, con il sole sempre più caldo che batte sulle spalle protette dallo zaino

Mi fermo per una sosta a bere un po’, cambiare la maglia ormai intrisa di sudore e togliere la felpa, oltremodo conservativo temevo facesse freddo salendo e invece la giornata si annuncia bollente e così sarà in più di un senso
Davanti e dietro di me pellegrini sparsi, volti già incrociati, storie sconosciute, occhi limpidi e determinati, un saluto, uno sguardo, la consapevolezza che si materializza in mezzo e poi ognuno con il suo passo su quell’unica strada, la sola che ora importi percorrere, e io proseguo volutamente e volontariamente esiliato dal mondo perché oggi è un giorno particolare in questa storia speciale che è il Cammino per me
Lo stavo aspettando questo giorno, questo sentiero, queste salite, tutti quelli che ci sono passati raccontano del fascino della Ruta e tutto si può dire tranne che non è splendida, intrigante, stimolante, ma la mia attesa ha radici più occulte, riconosciute dal mio inconscio ma respinte dal mio conscio, sepolte in agitazione nell’oscurità, radicate in modo inestricabile al mio io, alla mia storia, al mio essere, quelle radici che sono venuto qui per poterle dissotterrare, portare alla luce e finalmente guardare
ciao Robi,
ciao Papà,
mi manchi lo sai? L’ultima volta che ci siamo visti è stato in sogno venticinque anni fa
lo so, ma allora era tempo che io andassi e che tu mi lasciassi andare, per questo ero venuto a salutarti
si, vero, ma non sai le volte che avrei voluto che le cose fossero andate in modo diverso, ogni volta che ho dovuto prendere una decisione senza sapere cosa fare, ogni volta che le mie decisioni mi si sono rivoltate contro, ogni volta che ho pianto o urlato di rabbia, ogni volta che mi sono sentito perso
te lo ricordi l’aeromodello?
si, cosa c’entra?
quello per cui hai rotto così tanto le palle per averlo e che poi hai mollato li semicostruito e mai finito?
Papà, avevo 16 anni …
è l’atteggiamento che conta, quell’aeromodello era la tua nemesi, mille entusiasmi, mille cose iniziate, una, forse, finita, per quanto tempo te la sei portata dietro?
ho imparato
non avevi alternative
senza sconti
nessuno era possibile
come te
già
tu lo sai perché sono qui
si …
e … ?
Buon Cammino
Il tempo non esiste, lo spazio è una costruzione mentale, la materia una percezione
La salita non è nemmeno troppo ardua ma io sento la fatica che inizia ad accumularsi, cammino racchiuso in una bolla intimista mentre intorno a me il mondo sprigiona tutta la sua selvaggia bellezza, incontaminato, immoto, costruendo un proscenio luminoso di colori a fare da contrappeso all'oscurità che sono venuto ad affrontare
Mi fermo a riposare su una sella, circondato dai monti che chiudono la vista su tre lati mentre a nord digradano verso il Mar Cantabrico perso nella lontananza e nella foschia, il sole inizia a bruciare mentre osservo il sentiero che mi aspetta snodarsi lungo la massima pendenza arrampicandosi sul versante meridionale del Pico Caborno, impossibile a guardarlo da qui

Intorno il tutto e il nulla, non un rumore, non una presenza umana, potrei essere rimasto l’ultimo sulla faccia della terra e invece mi sento come l’uomo che cadde sulla terra, infantilmente sorpreso da quanto possa essere bella e incontaminata e di quanto ci si possa sentire vivi se solo ci si concentri sul proprio respiro, sul battito del cuore, sui messaggi nervosi che il cervello invia, respira, respira, respira, fai il pieno di ossigeno, libera la mente, apri la tua anima al mondo e lascia che tutto questo ti entri dentro e ti illumini
Mi arrampico, sul sentiero sassoso ogni passo mi allontana dal mondo, ogni passo amplia la visuale, sotto di me il panorama di dispiega come le ali di una farfalla appena uscita dalla crisalide ed in una sosta, abbarbicato sul pendio con il cuore che batte per la fatica, l’eccitazione e il timore, proprio una farfalla si viene a posare davanti ai miei occhi, la guardo e vorrei farle una foto, ma penso che sono in equilibrio un po’ precario e sono un po’ stanco e non mi va di tirare fuori la macchina fotografica e quindi lascio perdere, la farfalla sembra indispettita, si libra, volteggia, si allontana poi ritorna e si posa ancora più vicina, l’aeromodello …., trovo un appoggio stabile, poggio i bastoncini, estraggo la macchina fotografica e scatto, uno solo secco senza neanche guardare il risultato, la farfalla vola via perdendosi in lontananza e quasi mi sembra di sentire un sospiro di sollievo e una pacca sulla spalla

Riprendo ad arrampicarmi e finalmente arrivo al pianoro de La Campa la Brana prima dell’ultima salita, un gruppo di pellegrini sta facendo sosta nel boschetto di conifere, parole sussurrate sottovoce quasi a non voler disturbare la magia del luogo e del momento, mi sfilo lo zaino, tolgo la maglietta che gronda e tiro fuori frutta e formaggio, primo soddisfare i bisogni primari
Arriva una coppia, lei poco più che trentenne lui ad occhio circa sessanta e si fermano anche loro per una sosta, “
ciao ci siamo visti ieri a Campiello, io sono Annamaria e lui è Terry”, “
Hi, nice to meet you how’s going?”, iniziamo a chiacchierare e il mondo si rivela piccolo piccolo come soltanto i proverbi lo rappresentano, quando Terry mi dice di essere un professore dell’Ohio in sabatico
La mia casa lontano da casa, nei tre anni che ho passato avanti e indietro tra fare il ricercatore a Roma e il professore ad Akron, in quello che è stato al contempo il periodo più bello della mia carriera universitaria ma anche quello in cui la mia vita è cambiata radicalmente, diviso tra il mio vecchio me con moglie e figlia in Italia e quello nuovo, allora ancora tutto da scoprire
1999, 2000, 2001, Clinton e l’american dream, dove il futuro aveva un senso e tutto era possibile per chiunque, anche trovare finalmente la forza e il coraggio di fare il primo passo fuori dal ripostiglio calustrofobico che avevo costruito in ossequio ai benpensanti e alla normalità per avventurarmi, dapprima titubante, in un mondo a sei colori simbolo della varietà, della gioia, del diritto e dell’orgoglio
“I am what I am and what I am is no excuses, it's one life and there's no return and no deposit, one life so it's time to open up your closet, life's not worth a damn till you can shout out, I am what I am”
2001, 2002, 2003, GWB e gli anni cupi, un'america rinchiusa in se stessa, timorosa, quella delle urla, del fumo, dell’acciaio contorto e delle macerie, dalla follia dell’11 settembre, e scendere da un taxi a Ground Zero e doversi appoggiare al muro per non cadere, piangendo soverchiato dal dolore delle vittime innocenti, dallo strazio delle foto appese con nastrini alla rete che circonda quella fossa, moderno ingresso dell’Ade
“
tu perché stai facendo il Cammino?”, la domanda di Annamaria spontanea e aperta come lei, la domanda di tutte le domande, quella cui finora non avrei saputo dare risposta e che invece in quel preciso istante si materializza cristallina, “
I’ve come to look into the abyss” la risposta gentile ma che non concede repliche ne invita a commenti, eppure sia Annamaria che Terry mi guardano, nei loro occhi curiosità e consapevolezza, quasi a dirmi senza bisogno di parole
“eccoti, ti stavamo aspettando, non è questo il momento ma ci incontreremo di nuovo e allora parleremo”
Riassetto tutto, zaino nuovamente in spalla, compagno di avventure e testimone silente di conflitti, sconfitte e successi, e riprendo a camminare, erba poi sassi, sempre più ripida, mi sembra che siano passati anni da quando ho camminato in piano, una salita continua, costante senza tregua o sosta, implacabile, imperturbabile e imperturbata dalla notte dei tempi, una primitiva scalata verso il cielo, unico orizzonte possibile andando in verticale.
Arrivo all’Alto de L’Hospital, dietro la curva le rovine del Fonfaraon, finalmente, memento mori delle cose terrene struggente nella sua bellezza archetipica di un luogo di riposo e conforto ai confini del mondo, e intorno a me solo monti, monti, monti a perdita d’occhio

Proseguo sul sentiero, dietro di me scorgo arrivare Manfred e Mike ma non mi fermo, i piedi mi portano avanti, sono ansiosi, ingordi quasi di macinare distanze, scavallo l’alto e mi si para un altro altopiano che mozza il fiato, l'infinito è lì, lo vedi, lo respiri, lo sentì sulla pelle, ti colma gli occhi, ti annichilisce e al contempo ti satura di esaltazione ma anche di paura perché il troppo tutto insieme è difficile da assorbire e allora ti fermi, prendi fiato, lasci placare il furioso battito del cuore e cerchi di dividere il tutto in cose più semplici, il verde dei prati, il bianco accecate delle nuvole, le mandrie brade che placide, incuranti e indifferenti a te continuano la vita di sempre, nei singoli pezzi ti ritrovi e allora provi a ricomporre il puzzle e ti accorgi che l'unione restituisce un insieme più complesso, come un quadro impressionista se ti avvicini o ti allontani e, analogamente, ti affascina come se fosse possibile esserlo più di quanto tu già non sia
Inizio la discesa verso la sella che mi separa dall’Alto de Palo, lo vedo in lontananza, quanto potrà essere una mezzora e ci arrivo, e invece cammino in un mezzogiorno di fuoco, il sole accecante appeso nel cielo come un occhio divino che guarda gli sforzi di un essere umano arrancare
All’incrocio con la statale mi fermo per bere e mi accorgo che mi è rimasta circa mezza borraccia da mezzo litro, l’altra già andata da un pezzo e penso
“caxxo, mi sa che ho fatto una minchiata, ma cosa vuoi che sia tra poco arrivo a Montefurado e li mi rifornisco”
Invece è l’inizio della seconda parte della giornata, quella che non ti aspetti ma che a posteriori capisci che non avresti potuto evitare, perché è uno dei motivi, forse il principale, che ti ha portato fin qui
“hallo darkness my old friend, I’ve come to talk with you again”
Ciao
Ciao
lo sai chi sono
Si, sapevo che ti saresti fatto vivo nel momento peggiore
eheheh, non puoi evitarmi non sei mai riuscito ad evitarmi
No, però ora, qui posso guardarti in faccia senza timore
e cosa speri di ricavarne?
Consapevolezza, conoscenza e serenità, tutto quello che tu non sei e che hai sempre cercato di eliminare dalla mia vita
sei ambizioso e arrogante come sempre, io sono quello che tu hai deciso che io fossi, non puoi liberarti di me
Non mi voglio liberare di te, ma posso, devo e voglio capire
Tu sei la parte di me che gli altri non vedono, ma con cui io convivo da troppo tempo, quella che mina, che mi lascia solo, che si nutre delle mie paure, incertezze, quella dei sensi di colpa, dell’inadeguatezza, dell’ansia di essere tutto quello che tutti vogliono purché non ciò che io sono
quante belle parole, sei sempre stato bravo ad argomentare ma poco nel mettere in pratica, io non sono altro che i fatti, i tuoi fallimenti, le tue scelte sbagliate, la tua codardia, la tua paura di non essere accettato, di essere sbeffeggiato, le tue insicurezze, ti sei nutrito di me, ti sei nascosto dietro di me, ti ho fatto comodo e ti farò sempre comodo
Tu sei un altro me, nato grazie all’indifferenza e incapacità di chi sarebbe stato deputato ad insegnare amore, comprensione e solidarietà come condimento a latino e storia, non avevi ragione di esistere altrimenti
Sto camminando ormai da anni quando finalmente arrivo all’Alto de Palo, il Cammino mi porterebbe a scendere diritto lungo il versante, mi affaccio e penso che se avessi gli sci me ne andrei giù scodinzolando in slalom speciale, ma non c’è neve soltanto sassi, rocce e il sole a picco, ho sentito qualche fitta al ginocchio destro e decido che è meglio non rischiare e prendo per la carretera
(segue)