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Lo Divin Cammino

Bravo Durante che l'hai buttata sul romantico! :cuore:
Mi stavo domandando appunto ... ma una coppia d'innamorati così bella, possibile che ... ;-)

Sono felice per voi due. :amore:
 
stavolta.

la lattina del toro rosso.
i talleri per la cappa che erano stati spesi bene.
durante che di "foco acceso sentiva speme".
la consapevolezza che invece dei calzari, serve barca - o forse, i calzari sono diventati barca.
i nasi dentro lo smartphone a scrutare le previsioni - quando basterebbe aprire gli occhi, scrutare il cielo, annusare il vento.
l'eterna domanda dei pellegrini quando piove: "andiamo o stiamo?". e ogni volta è un azzardo.
gli “scarafaggi” e le "petre rotolanti".
quella bella invenzione con du’ botton vocianti nell’orecchie [ogni volta mi incanta lo sguardo puro che ha Durante sul nostro mondo].
lo stupore per quel mastello che "de su’ sponte, ròta, lava e secca" con quella sequenza di verbi che è incredibilmente azzeccata, limpida e perfetta.

e ancora.

nell’incavo del gomito di manca,
mano di dritt’a colpo detti fiera!

dovrei chiedere a t. se ho capito bene e se davvero è il gesto dell'ombrello.
e il “O’DANTE!!!” che segue mi fa pensare che sì.
però ho una domanda.
è mancino, durante?
io uso l'incavo del gomito di destra.
ma forse sono storta io.

"vitti confino donde sta Galizia".
parole che hanno un potere forte.
le ho lette.
e all'istante me lo sono immaginato lì, durante.
in piedi.
ieratico e fradico.
acqua ovunque e bruma addosso.
e lei - la galizia, la meta, la fine, il vero inzio - lì, srotolata davanti a lui.
srotolata lì anche per lui.

La Bea ch’è donna de coraggio forte
l'amore che ha durante per la sua donna.
traspare da ogni descrizione.
da ogni singola parola che la riguarda.

il sono dolce ‘sta ghitarra che complice lo vino, fa felice!
il sòno de’ le corde move l’alma.

hai ragione, Durante .
a ognuno di noi pellegrini è stato dato l'aggio d'averla già vissuta a nostra volta.
e sì.
ogni volta è vita e magia e felicità e purezza e incanto.
e sì.
li stiamo - li sto - rimembrando, quei momenti unici e veri, con occhi luminosi di cittina.

E lacrime de pioggia n’su la faccia.
mi sento addosso quelle del mio inglese.
acqua ovunque.
e sale sulle labbra.
chissà se erano lacrime.
o pioggia e sudore.

“Che vale, se con me, cammina l’sole?”
oh già.

e poi il bacio.
:amore::amore::amore:
posso dirlo: e finalmente.
brava, la bea.
bella, questa cosa bella ed inusitata [dall'alto non ti hanno neanche strillato, per cui... bene così]
e davvero.
"sempre onore al franzoso per l'invenzione del bacio d'amore".

grazie.
cri
 
Ultima modifica:
Nel rimiralle come fior a fiore
li motti mia de nobiltade ammante
de note belle me facesti onore
che rosso n’volto ponesi Durante.

De darte grazia l’core mio comanda
dato che l’mi’ lavoro parti bello;
e pe’ responde a la tu’ dimanda …
…quello era proprio l’gesto dell’ombrello!
 
Ero rimasta un po' indietro.
Mi sono rimessa in pari.
Tante cose. Ho riso, pensato, avuto nostalgia.
Tante cose sono già state commentate, meglio di quanto potrei fare io, quindi evito ripetizioni.
Solo una: mi è venuta voglia di risedermi nella cattedrale di Leon.

e prima o poi sto cioccolato...:p
 
CANTO XXX
(Da Portomarino a Melidda)

De quel c’accadde che peccato mosse
più favellar con ella non s’è dato
come se d’accaduto ma’ non fosse
o come d’altre genti fusse l’fato.

seppur me piacque, dubbio n’testa rose,
dipoi che desiderio l’ebbe vinta:
che quando lingua n’bocca me ne pose
vo’ vede’ che ora, la mi resta ‘ncinta?!

Però del fatto più non vo’ parlare
ma d’antra cosa c’ora mi rovello,
de quando l’duce mosse nell’andare
pe’ noi pigliar de posto nell’ostello.

Lo fatto è che da quivi n’è costume
che gente molta parte nell’andare
de l’autobusse scende come fiume
e spirto n’ha perduto l’camminare!

Fatti tre passi, monte su de novo
c’hostello n’ha rempito com’a fiera
e pel viandante ver, non c’è retrovo
pe’ colpa de giuliva torm’a schiera!

Quinci Rodolfo dette de’ smarfone,
pe’ l’oggi e come pe’ quell’altri giorni
de preservar le brande ne dispone
a tappa ch’è decisa, o ne’ dintorni.

Coll’abiti de ‘mmacolata foggia
e l’autobusso presso de vicino,
tre passi o quattro fenno pe’ la roggia,
dicendo a tutti l’altri “Bon Cammino”!

Quinci retorna sopr’a torpedone
all’occupar locanda tutt’inzieme
de tale costumanza n’è cagione,
pe’ lo dispitto l’core mio ne freme.

De Portomarino ‘nfin siamo saliti
passando l’ponte dall’altura molta
pe’ bosco verso tappa siam fuggiti,
che torma de’ turisti non è scolta.

De passo bono tra l’arment’a campo
c’al pascolar dan latte sì spumoso
viaggiar fin’a Melidda non fu lampo,
e duro fu l’andar, fin a reposo.

Co’ membra stanche sott’a pioggia fina
che sol, da temp’ormà, paresse andato,
giungemmo sanza torma pellegrina
n’ostello da Rodolfo preservato.

Poscia che li dover de la giornata
a’quali costumanza fu’ fedele,
prima de sonno, affrontar nottata
pe’ desinar, andemmo da ‘Zechiele.

De pulpo bono, piatto ricco posta
e d’albarigno pe’ bagnà la gola,
festosa se facette nostra sosta
e cor contento, da la coppa vola.
 
CANTO XXXI
(Da Melidda a Sant’Irene)

Or che la Città Santa orma’ s’accosta
errante l’pellegrino guasi a meta
de quello che vie’ doppo me ne costa,
perché di pianger, core non si cheta

Iddio mi disse: “Vatte de Cammino.
onora l’Nome mio e portati bono.”
del poscia ne’ mi fe’ cenno piccino,
ne’ melodiosa Voce, demmi sòno.

Ed or c’accade? Doppo che ne mosse?
E l’amor mio ch’adesso m’è de lato …
che separammi d’ella duro fosse,
pe’ millant’anni ancor, mancame afflato.

Guasi ch’all’ Opra d’Or non vo’ arrivare
tristezza giunse come spada n’petto
che fusse meglio molto non tentare
ch’a cosa bona, seguesi defetto.

Or me retorna de Ridolfo l’detto
motto che varie volte me ne coglie,
or c’ho compreso, cor se pone stretto
E’: “Quel che Viaggio da’, Viaggio te toglie!”

Ovver, che d’una parte te dà molto
prodigi che te fanno leve l’alma,
de contro robba d’altro vene tolto,
teorema che di perder fa la calma.

Dentro locanda per sellar trasetti
o meglio: del sigillo fu l’iscusa
gomit’a bancon per un’orata stetti
co’ l’altri accompagnarme ne ricusa.

Solo co’ mi pensier che san de fosco
co’ l’occhi e l’cor, rigonfi di Beatrice,
ì’ me ne stavo come lupo a bosco
che for de branco, n’esiliato addice.

La donna de’ mi sogni e l’bon Rodolfo,
lassàlli camminar di molto avante,
or che l’mi tempo st’approdando a golfo,
solo mi preme piangere Durante.

Mi vitte l’oste co’ lo sguardo basso
pònemi su d’ispalla mano ferma
e sanza dir, sopr’a bancon ne lasso
pozione pe’curanne l’alma ‘nferma.

Miralla bono acqua ne pareva,
ma quando detti sorso poderoso
come d’inferno pe’ la gola ardeva,
istomago ristrette de ritroso!

L’oste ne rise e doppo de momento
il mondo me parette dar di volta,
risi con lu’ che l’cor pare’ contento
e d’altro vaso ne pigliatti scolta.

Or tutto quanto parre più liviano
i’ stesso me sentiva più liggèro
e li penser, mollarono la mano
e Dante de’ su passi fu più fiero!

Paresse ch’a dimanda da me posta,
tra’ fumi gira tutto a damme bruggio,
rispuosemi l’omo donde fetti sosta:
tal beva nominassi com’ “Oruggio” *

Entratti malo e ne sortì si bene
pel su’ servigio e’ talleri non manda
su mani e piedi giunsi a Sant’Irene
e sanza questionar, m’istesi a branda!


* Orujo!!! (n.d.t.)










 
..si fermerà il Nostro al Monte do Gozo (dove alla vista delle guglie le gambe fanno giacomo..giacomo) prolungando così l'apogeo emotivo, oppure raggiungerà si tosto come il vento l'agognato sepolcro e si lascerà andare ad altissime vette liriche come solo lui sa?
Chi vivrà ...

free
 
..si fermerà il Nostro al Monte do Gozo (dove alla vista delle guglie le gambe fanno giacomo..giacomo)...
free

Pe' la dimanda gentilmente data
ne leggeremo poscia qui nel Foro
che lunga si prospetta la giornata,
doppo che giunti fummo all’Opra d’Oro.

A Cri ne dico: “non ti rattristare!”,
che fin del Viaggio ancora non è data:
Doppo Santiago, volli vede’ l’mare
perquinci che la fin, non è rivata!
 
CANTO XXXII
(Da Sant’Irene a Santiago di Compostella)

Apersi l’occhi ch’era mezzogiorno
e’ mi compari me mirava strano
d’ebbrezza membra, feceno retorno
Ridolfo salutammi co’ la mano:

“Durante, che si fa? S’ha dir d’andare?
Oggi è l’gran giorno che si dà l’abbraccio
Mica che vo’ rivar sott’all’altare,
co’ sbornia che ti tiene come straccio?”

Caldo bevaggio nero d’Amazzòna
a ristorar tutto lo corpo ‘ntero,
pòrsemi mi’ dama e mi’ padrona
quantunque me mirasse de severo.

Pigliammo passo sott’a pioggia e vento
(Lode al Signor ch’è giorno dell’arrivo)
de ier li fatti, deh, poco rammento
d’ostello m’è scordato l’donativo!

E’ passi no’ menaron giust’a porto
a loco donde ferro fa aquilone
da tutti l’è nomato d’aeroporto
a me paresse n’altr’aberrazione!

Quinci abluzion facemm’a Lavacollo
ch’è tradizione pe’ li pellegrini,
menarse al Santo de lordura scrollo
cosa che non fa spezie a’turigrini!

Son più de mille,co’ bisacce fine
e co’ l’andar giulivo dell’ignari:
basta miranne, per segnar confine,
come ne brilli a novo li calzari!

Penzo a mi’ fatti , cose che m’accosto,
miro Beatrice che cammina lenta,
ch’ella de Viaggio calcolando l’costo,
che pe’ na luna, vuolsela contenta.

Poscia salimmo l’erta de San Marco
demmo ristoro a Monte Godimento,
su credential puose sigill’a varco
che d’ultimo precede gran momento.

Immo de sciesa giù pe’ scala longa
che cielo vuolse dare gran saluto
pe’ quante cappa n’spalla te ne ponga,
che piov’a secchi non parò menuto!

dipoi che traversanne la cittade
Ridolfo arretra pe’ lassacci ‘ndare
qual tenerezza, ne la su’ bontade
lasciarne soli n’piazza a meditare.

Damme la mano, donna de’ mi vita
che doppo l’arco giù, c’è l’Opra D’Oro
per onorar, a piazza la sortita,
trasemmo tra le gàite tutte n’coro ...
 
E vaiiii sapevo che non si sarebbe fermato a Santiago :-)

Poi il connubio grappa e cioccolata è magico ... deve provarlo prima o poi. La grappa l'ha provata... ora attendiamo il cioccolato.

Edo
 
Dunque, oggi mi sono sentita una deficiente!
Ci ho messo un bel pò di tempo...
Cosa sarà l'Opra D'Oro? Mumble mumble...
Ci ho girato intorno cercando le possibili traduzioni (n.d.t. per cosa sei pagato???traduci, no??)
Poi mi si è accesa la lampadina: Obradoiro, OBRADOIRO!!! L'ho capito!:headbang::headbang::headbang:
A quel punto mi sono detta "conch'e lissa", cioè mi sono insultata da sola.
Volete sapere che vuol dire? Chiedetelo a n.d.t....
Pat
 
L'Opra d'Oro non aveva bisogno di traduzione ... Papi ;-)
Qualsiasi pellegrino ci sarebbe arrivato! :rofl:

Non sei conch'e lissa (che vorrebbe dire stupida!) ma solo distratta. :cuore:
"t"
 
Non sei conch'e lissa (che vorrebbe dire stupida!) ma solo distratta. <3
"t"
"Conch'e lissa" ...traduzione per i non sardi: testa di muggine (o cefalo, per i settentrionali...sono lo stesso pesce, come spigola e branzino ;) :rofl:.)
E comunque era semplice capire che Obra D'Oro era Obradoiro, ma l'età, la testa un pò distra ❤, mille pensieri...evabbè, ci sono poi arrivata.
Pat
 
CANTO XXXIII
(De quel che n’accadde doppo)

Sarà pe’ l’ora tarda dell’arrivo
oppuro pe’ la pioggia torrenziale
in piazza non se vede corpo vivo;
deserto e colmo d’acqua lo spiazzale.

Mirammo n’suso verso de facciata
che lo scalpello fece a bone note
lo cor che ci batteva d’impazzata
lagrime e pioggia, rigaci le gote.

Amor de la mi vita, mi’speranza:
con musica d’amor che sona dentro,
de grazia: me concede questa danza?
che sea de mondo ‘ntero, Piazza l’centro.

Danzammo stretti n’un abbraccio forte
co’ musica ch’è solo immaginata
che pe’ seconda volta, giunga morte,
tenerti tra le braccia m’è pagata .

Quinci per mano, sanza ma’ lasciassi,
tenendo for de porta la bisaccia
trasemmo a Cattedral pe’ novi passi
e da la schiena l’Santo po’ s’abbraccia.


A Giacomo de fronte lo sacello,
demmo la gratia pe’ l’arrivo bono
e tutto ‘ntorno parveci sì bello
da bravi pelligrin, pregammo a tono.

Or se ne sorte, disse a la mì dama,
Che l’bon Rodolfo fora ne rimase
ch’ormai m’è chiaro e chiara è la su’ fama,
a ecclesia manco morto lu’ ne trase!

Seguimi, amor, è l’or de fare festa!
Ma ella a motto mio non fe’ favella:
ferma la vitti scotere la testa
e pianger de copioso, la mi’ Bella.

“Festa non v’è!” Parlò con basse note:
“Che giunto è l’tempo mio de dispensarme
Vuolsi così, Colù che tutto puote
e tu non puo’ far nente per fermarme!”

come de lo staffile colpo n’viso
scudiscia su’ parola repentina
non ebbi a dir, sparimmi lo sorriso
a lo pensier che più non m’è vecina.

“Sorti Durante ch’io me vo de volta
a Paradiso l’Angeli mi meni
Non rattristar, che la tu’ pena è scolta,
doppo de Purgator, Lassù ne vieni.

Allor pe’ mano me terra’ d’etterno
che sanza te, l’istare non è cosa,
ora scompari, portate all’esterno
e ma’ non te voltar de spalla posa!”

Amor, che la mi vita fusse tua
e pe’ na luna camminammo assieme
Che fatta ancor, sii volontà Sua
e d’abbracciarte ancor me sento speme.

“Va’ via, Durante: è l’ora de lassare
così sta scritto e così fanne lesto
Che i’ t’aspetto donde si può stare
ma dipartimmi, ora me n’appresto”.

Lo core suggerimmi cose amare
che ‘ngiusto e duro parvemi verdetto
solo bisaccia sua, color del mare
muta ‘spettamme fora su muretto.

I’ me la strinse a me come criatura
che del su’ oddor, ancora n’era ‘ntrisa,
e pianse mi’ destino e la sciagura
ch’a meta giunti, tanto me fu ‘nvisa!

In quella raggiungemmi lo mi’ duce:
“Perché, Durante, piangi così mesto?
Dov’è Beatrice? Ora ne conduce,
a Compostella ritiranne lesto!”

Nel mentre c’andavamo a far l’offizio,
Tutto spieganne a Guida con dolore
c’a Piani Alti, dispettamm’è vizio
così ch’ho riperduto lo mi’ amore.

“In Cantica d’Inferno già l’ha scritto”:
dissemi l’duca, a lagrima le gote,
“ Ch’a l’omo non ne spetta alcun diritto
e vuolsi così, colà dove si puote”.
 
CANTO XXXIV
(O de la Compostella)

Cacciata de ringollo la tristura,
seppur come mignatta te s’attacca,
de pellegrin, che l’officina cura,
a fila no’ dispose de risacca.

Dipo’ che n’par d’orate n’coda spetta
fu parte mia prestar de lo bancone,
mottar del giovin ch’era de rimpetta
de scelta me ne fece la cagione.

Vengo da te ch’el tu parlar onesto
poscia ch’e t’ho sentuto vestionare,
d’italica spezie fette manifesto
così che non me devo sperticare.

Ne lessi nome, n’vista su la scotta,
e l’fatto ch’era italico ne stava
era d’iscritto n’cima, “Paolo Botta”
e sorridente su’ saluto dava.

Quando mi vitte,d’occhi fette molto,
che de stupor sovrasta la parola
“Mi venga un colpo! ne paressi scolto,
de quel Poeta che studiatt’a schola!”

Certo che son’io: ma tu fa’ finta!
che se m’arriconoscano, ne temo
e se d’autografo chiedessi spinta,
tutti ti piglierebbero pe’ scemo!

Su Compostella che lo nome dice
prego d’apporre l’nome che tu sai
più, de vicario passo pe’ Beatrice
grande servigio e gratia, me ne dai.

Dissemi Paolin co’ sguard’attento:
“quanto me chiedi, sa d’inusitato:
de scriver quanto dici, so’ contento,
piàcemi pellegrin, ch’esca beato!”

I’ te son grato, Figlio de’ La Lupa,
che l’favellare tuo ricorda Roma
Seppur che oggi, n’è giornata cupa,
sortir con Compostel, tristura doma!

Quinci fu de mi’ duca dar la volta,
che con Paolin, parevan d’esse amici
piacer nel rivedesse, n’era molta
e dasse abbraccio pàrveno felici.

Quinci doppo che d’esse salutati,
Paolo lassammo a su’ mission d’offizio
sortimmo fora, come n’era entrati
co’ Compostel a tubo l’artifizio.

“Forza Durante, ancora non è cosa
pe’ la tristura, dàttene per vinto
per onorar, cole’ che n’ciel reposa
penzier si va’ fogar, nel vino tinto!

E po’ domane si ripiglia passo,
laggiù dove sentier ne trova fine
che pe’ tre giorni, co’ lo piè rilasso,
de lo Cammin, si va a segnar confine”.

Questo m’aggrada molto e me n’attrovo,
però a question, rispondere ti piaccia:
de tutte l’invenzion del mondo novo,
una ce n’è, che la mestizia scaccia?

“Lo pensier tuo l’è solo pe’ Beatrice
Ma qui davante l’vino t’è compagno
sol per alivio, non per ser felice,
è l’invenzion che porta l’su’ guadagno!”
 
Triste sei Durante ... ma colei que lo Sommo te diede
Santa Dama è... et stretta la devi tener d'accanto
et baciar dovresti ove ella posa lo suo santo piede
or vai peregrino que noialtri aspectiam un altro canto.

Edo
 
durante.
durante.

iniziamo così.
il XXXIII canto.
tutto.
son qui, davanti al pc.
una tazza di nero beveraggio d'amazzonia accanto a me ad aprire il pomeriggio in casa.
e ti leggo.
e cammino con te.
e leggo.
e cammino.
e ho sale sulle labbra.
e non è pioggia.
e non è sudore.

poi.
questa: "vo’ vede’ che ora, la mi resta ‘ncinta?!"
degna delle migliori domande di cioè.
che però cioè c'era ai tempi miei.
non certo ai tuoi o a quelli della maggior parte dei pps.
ho riso.

"a loco donde ferro fa aquilone".
ma come ti vengono?
come?

estrapolate dal contesto.
ma vere e verissime.
incise come marchio dentro il mio cuore.
"perché di pianger core non si cheta"
"Ed or c’accade? Doppo che ne mosse?"
"che fusse meglio molto non tentare ch’a cosa bona, seguesi defetto".
"Quel che Viaggio da’, Viaggio te toglie!”
"or che l’mi tempo st’approdando a golfo, solo mi preme piangere Durante".

l'amore che c'è dentro questi due versi.
"co’ l’occhi e l’cor, rigonfi di Beatrice"
"Damme la mano, donna de’ mi vita".

grazie, Durante
racconti un cammino tra tanti.
racconti il cammino di tanti.

ciao.
cri
 

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