(lo posto appena finito, senza foto e senza averlo riletto)
11 giugno O’ Cadavo Baleira-Lugo
Niente da fare
A poco sono serviti i massaggi di Cristina, la caviglia rimane gonfia, magari non quanto ieri sera ma sicuramente troppo per pensare di caricarci sopra trenta e passa chilometri da qui a Lugo
Ha vinto lei, o “lui” se penso che questo possa essere un altro (l’ultimo) colpo di coda dell’oscuro fratello per cercare di fermarmi, impedirmi di arrivare a Santiago, osteggiare i miei occhi aperti, imbrigliare la voglia di riappropriarmi della mia vita che questo catartico incedere mi sta dando la possibilità di fare
Sono un po’ abbacchiato, moscietto e triste mentre, l’alba appena sveglia, finita la colazione con una parte di Familia nell’unico bar aperto di Cadavo, mi avvio verso la fermata del bus mentre gli altri si incamminano seguendo le frecce gialle che li portano fuori città, talmente triste e peridepresso che preferisco addormentarmi sul sedile che mi porta a Lugo piuttosto che veder scorrere dal finestrino i pellegrini che si inseguono snocciolati sul sentiero che costeggia la carretera
Cullato dal rollio e dal mormorio degli altri passeggeri, tra cui alcuni pellegrini probabilmente in condizioni analoghe alla mia, mi risveglio poco prima del capolinea poco fuori le mura dell’antica Lugo, raccolgo lo zaino, scendo e mi sento un pesce spiaggiato, spaesato e perso, dove sono, cosa ci faccio qui, perché non sono dove dovrei/vorrei essere? come una vittima incolpevole di un trasferimento con il transporter di Star Trek, un attimo fa lì, ora qui, con in mezzo solo un ronzio elettronico, è una sensazione straniante, di incompiuto al di là della volontà, che mi porta a sedermi sulla prima panchina per riprendere fiato fumandomi una sigaretta, cercando sull’iPad l’indirizzo dell’albergue municipal ritrascinato istantaneamente nell’atteggiamento consuetudinario extra-cammino e così rassicurante di fare affidamento su sorgenti terze invece che me stesso
I minuti passano, la città si sveglia pigramente come qualsiasi posto al mondo di domenica mattina mentre io resto seduto ad osservare l’andirivieni degli autobus di linea o turistici, decido che è sufficiente e con lo zaino su una sola spalla (orrore!) caracollo verso la città vecchia attraversando le mura e inoltrandomi nei suoi vicoli che mi conducono in Plaza Mayor
L’albergue aprirà alle 13 lasciandomi con diverse ore da impiegare, la caviglia mi ricorda perché sono già qui e trovo riposo sulla prima panchina che mi si presenta, appoggiata sul lato orientale della piazza dagli arredatori urbani per permettere a chi siede di osservare la facciata del Municipio, intorno a me qualche anziano insonne sfoglia il giornale o porta a spasso un cane mentre mamme mattiniere percorrono la piazza spingendo carrozzine e passeggini su cui riversano sguardi stanchi ma ebbri d’amore, la mia depressione perde il peri- e mi assale come l’onda di Hokusai saturando ogni terminale percettivo al punto da farmi perdere la cognizione del tempo e dello spazio per trascinarmi in una ridda di pensieri il più luminoso dei quali potrebbe competere con una notte nuvolosa di luna nuova
Torno in me, chiamo Alfie per la telefonata mattutina e lotto per non fargli sentire le lacrime che tracimano dai miei occhi, “dimenticando” di dirgli che mi sono dovuto fermare un giorno per la caviglia gonfia altrimenti gli verrebbe un attacco di ansia che neanche le benzodiazepine sarebbero sufficienti
Il giorno avanza e mi viene fame, non ho nulla da fare se non rimuginare e ripensare, e mi sposto al Cafè del Centro dove mi ordino una seconda colazione, intanto che i tavoli intorno a me si popolano e la piazza si riempie di gente uscita a godersi questa limpida giornata di tarda primavera
Non ho neanche voglia di leggere e lascio lo sguardo sfocare i dettagli puntato sul nulla, i rumori circostanti a fare da sottofondo al vagare a ritroso dei miei pensieri, e mi tornano in mente le parole spese per me dagli Amici PPS al mio affacciarmi sul Forum, i racconti di quanto questa esperienza sarebbe state unica e irripetibile a prescindere da tutto, di come il Cammino mi avrebbe catturato come sempre avviene, di quello che avrei potuto provare, sentire, vivere, esperienze affascinanti, racconti gira-pagine a cui mi sono abbeverato come naufrago nel deserto che sono state utili a non spegnere il mio entusiasmo iniziale, ad alimentare la voglia e il desiderio, a dipingere nella mia mente il di cui
La Santiaghite Acuta, patologia indescrivibile e incurabile, malattia rara che dona la vita, alimenta la speranza, restituisce forza, sintomi unici nella loro semplicità, commuoversi vedendo una freccia gialla, lasciar scorrere lo sguardo su panorami senza confini, mettere un piede davanti all'altro senza aver null'altro su cui concentrarsi se non i propri pensieri, tutto questo e tanto altro, troppo probabilmente da capire in breve tempo e i cui effetti diverranno manifesti soltanto dopo essere tornato a casa, sono diventati parte integrante di me, mi sono entrati nel sangue, nella testa, nel cuore
La depressione allenta i suoi tentacoli mortiferi, come una piovra che viene distratta dalla preda da qualcos’altro di più succulento, trasformandosi in malinconia ma il giorno torna ad acquistare colore mentre capisco che quel che mi manca veramente è essere di nuovo tra i boschi fangosi di Tineo, sotto l'acqua ad Escamplero, assetato sull'erta del Fonfaron o appeso sulla discesa all'Embalse, piuttosto che qui seduto comodamente ma un volto confuso tra mille tutti uguali
Presunzione, protervia, arroganza o semplice consapevolezza che camminare il Cammino ti cambia e ti porta ad essere così diverso da prima e dagli altri al punto da non riconoscersi più nella moltitudine di individui eternamente impegnati ad “essere qualcosa”, domanda sterile o quantomeno inutile perché comunque la si guardi forse il Cammino insegna un’altra cosa, che la forza è dentro e non fuori di noi, che ognuno esiste in quanto essere e non perché posto in relazione ad altri, che affannarsi ad autovalutarsi rispetto a standard e consuetudini è velleitario perché nessuno può essere perfettamente inquadrato se non rinunciando a se stesso, ma che sono proprio quelle rinunce che come larve ci divorano dall’interno, ci minano, ci svuotano al punto da non riconoscere più chi e cosa siamo, concetti banali una volta enunciati ma quanto sia difficile elaborarli con compiutezza e consapevolezza te ne rendi conto solo a posteriori
Le campane della cattedrale rintoccano le 12 ed è tempo di assicurarsi un posto per la notte, per cui ricarico tutto in spalla e ancora zoppicando, ma meno di prima, attraverso la piazza e arrivo all’albergue davanti la cui porta trovo già diverse decine di persone in fila prima ancora che apra, alcuni voti li ho già visti e anche loro riconoscono me accennando un saluto di cortesia, io mi sento un intruso, un millantatore nell’essere lì ad aspettare un posto insieme a loro che si sono alzati prima dell’alba ed hanno camminato i loro chilometri per essere qui a quest’ora, quindi ricambio i cenni ma non cerco comunione e mi lascio assorbire dal muro
Il primo piano è già colmo, al secondo mi trovo libera una cama bassa vicino alla finestra, spacchetto i miei averi e mi precipito a fare la doccia, non ho faticato, non ho camminato, ma sento il bisogno di lavare via una stanchezza immateriale, al ritorno trovo Christine impegnata a combattere con le vesciche a cui regalo le mie due confezioni di Compeed dal momento che almeno queste me le sono risparmiate, proseguo nello svuotamento del tubetto di Voltadol nel minor tempo possibile e poi rinfrescato e alleggerito mi imbarco in una visita della città
Lugo, un gioiellino, una vera città, troppo poco tempo e condizioni fisiche insufficienti mi fanno aggirare intorno al centro senza avere la forza e la voglia di avventurarmi fuori dalle mura, sebbene non mi possa lamentare del mio giro turistico
La cattedrale, bellissima, in cui gli abbellimenti settecenteschi hanno solo mascherato l’austerità medioevale, la facciata chiara a contrastare con l’azzurro del cielo, penombra interna che nasconde e rivela in un gioco tra la luce del giorno che entra dalle finestre e il tremolio delle candele, le mura romane in un tale perfetto stato di conservazione e fruizione che gli stessi romani (originali e moderni) invidierebbero, che si snodano in un abbraccio al cuore della città, e poi le viuzze, i negozi chiusi, le buche delle lettere a testa di leone in bronzo dell’ufficio postale, i bar, la gente, la domenica, la giornata scorre via languida e con poco senso dal momento che fare turismo non era tra le mie priorità assolute
Mi riposo a tratti, torno in albergue per un’altra impiastricciata di crema e ne riesco, ceno con Christine in Plaza Mayor perché Manfred e gli altri sono partiti in ritardissimo avendo dovuto aspettare che Mike trovasse un modo per andare direttamente a Santiago, povero amico l’ha chiamato la sorella avvertendolo che a casa avevano ricoverato la mamma e lui ha dovuto mollare tutto e tornare con gli occhi gonfi di lacrime tra tristezza e preoccupazione
Si torna in albergue per la notte prima che chiuda, per mettere fine a questa giornata di non-cammino e lasciare che nel sonno e nel sogno il mio cervello elabori tutto il non detto, prima che sugli occhi chiusi scenda la coltre dell’oblio notturno mi rendo conto di non aver mai pianto tanto come in questi giorni, di tristezza all'inizio, di rabbia o sofferenza a tratti, ma soprattutto di gioia e felicità e che tutte quelle lacrime erano per me ma anche per quelli a cui voglio bene, perché tra le molte cose che ho capito in Cammino è che non importa quanto ci si possa sentire soli a lottare, sono quelli intorno a noi per cui contiamo e che ci vogliono bene a dispetto di qualunque cosa, che ci accettano e ci prendono per quello che siamo, che non giudicano ma che osservano, coloro che fanno la differenza e che ti danno mille motivi per crederci e trovare dentro la forza per andare avanti nonostante tutto
Vi voglio bene, ovunque voi siate ….
Robi