8 giugno Berducedo-Grandas de Salime
Hai presente il riff di chitarra con cui David Gilmoure apre
Wish You Were Here?
Pulito, semplice, lineare, essenziale, spirituale
Ecco io mi sveglio così, la mattina dopo il mio giorno più lungo
L’albergue è ebbro di vita e di energia, ormai dopo una settimana i volti, le persone, le abitudini, sono consolidate, in questo gruppo ampio che si cammina addosso, simultaneamente eppure mai insieme, si rincorre, si lascia e si ritrova
La colazione è con Manfred e Mike, Cristina e Silvia, tutti ancora un po’ assonnati, di poche parole, ma la giornata incalza e, come sempre, alla spicciolata ci si avvia, io per primo perché il ginocchio destro è dolorante e già so che anche oggi sarà una lunga giornata
Prima di partire prendo due bottigliette d’acqua extra che, ovviamente, non mi serviranno, dal momento che è inutile chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati e non ci saranno condizioni particolarmente afose perché anziché verso l’alto si andrà verso il basso e i boschi prenderanno il posto delle radure deserte e sconfinate, concedendo al viandante quell'ombra ieri tanto anelata quanto negata
Mi avvio camminando privo di pensieri, ma proprio privo, vacìo, devoid, leer, lasciando che i miei piedi seguano le frecce portandomi fuori dalla vallecola in cui sta accucciato Berducedo, su per il crinale mentre il sole mi segue arrampicandosi nel cielo d’oriente fino a far capolino dalla cresta dei monti alle mie spalle
Sul falsopiano in discesa verso La Mesa vengo raggiunto dagli altri della Familia prima ancora di uscire dal bosco e percorriamo insieme i successivi pochi chilometri che ci separano da questo borgo frazione di frazione, quattro case in croce, una ermita, un albergue in cui mi sarebbe piaciuto riuscire a dormire ma non era nello schema delle cose e quindi amen, nemmeno un bar
Ora non sono più solo a camminare ma non mi aggrego alla conversazione, geloso come sto diventando della solitudine nella moltitudine, un atteggiamento che ho scoperto mi permette di osservare senza l’ansia di parlare, dire la mia, interloquire per affermare la mia esistenza, e di riflettere, lasciare che nuove connessioni neurali si formino, che idee prendano vita, che i pensieri si concatenino senza che ci sia l’impellenza continua di proferir verbo in ossequio a quel “se non parlo non sono” che sembra essere il mantra dei tempi moderni
In questa mia astensione volontaria dal parlare mi rendo conto che il Cammino insegna, come sempre, quando non te lo aspetti, e realizzo che qui non si parla una lingua, non si parlano tante lingue, ma c'è un idioma fluido, continuo, variabile e mutevole fatto di intrecci che dipendono dai gruppi che si formano e si sciolgono senza soluzione di continuità, miscelando spagnolo, inglese, italiano, francese, tedesco e qualsiasi altra cosa sia in quel momento disponibile
A differenza delle lingue l'idioma del Cammino è inclusivo, non respinge nessuno, permette a tutti di comunicare e non importa se non si comprendono tutte le parole, sono le emozioni, i sentimenti, le sensazioni quelle che vengono trasmesse e tanto e sufficiente per non far sentire la necessità di altra forma espressiva
Accade quindi che una coreana che parli poco spagnolo e niente inglese possa camminare conversando con un tedesco che parla poco inglese e niente spagnolo e visti da lontano nessuno potrebbe immaginare che messe insieme le parole che in comune conoscono non si arriverebbe nemmeno a dieci
Miracoli del Cammino, dove nulla è precluso e tutto può accadere perché il Tutto è il tessuto che unisce persone, luoghi, chilometri, fatiche, partenze e arrivi, in un arazzo di umanità in sintonia e simbiosi con l'essere più profondo della vita
Mi lascio La Mesa alle spalle lungo la carretera che taglia obliquamente il versante occidentale della valle, il silenzio mi accompagna rotto soltanto dal mio ansimare su questa bella salita e poi dal “thump … thump … thump” delle pale eoliche
Sono le prime che incontro in questo viaggio e sembrano quasi scandire il battito del cuore del mondo, se pensi anche solo per un istante che girano perché c’è vento e il vento c’è sempre, anche se mai negli stessi luoghi, nello stesso momento, nello stesso modo, e il vento gira e vaga seguendo le masse d’aria che si muovono e percorrono miliardi di chilometri intorno al globo mosse dal sole e dalla notte, frenate dai monti, bagnate dal mare, da tutti i mari, e quindi l’aria che in questo momento percuote quelle pale chissà da dove è partita, ma io la sento e la respiro qui e poi ce ne sarà un’altra, diversa, uguale perché mi terrà in vita anch’essa
Dalla cima del crinale si percepisce il nulla della profonda depressione al cui fondo c’è l’Embalse de Salime, che ancora non si vede ma si può immaginare osservando il vuoto che mi separa dal versante opposto, come se la terra fosse sprofondata a marcare una ruga che non può e non deve passare inosservata
Prima dell’inizio della discesa c’è Buspol, un presepe disabitato in cima ai monti dove il tempo non lascia traccia, perché tutto è fatto di pietra, le case, i muri, le straducole, come se invece che costruito fosse semplicemente emerso dalla roccia su cui poggia, e su cui sole, pioggia, neve e vento non hanno presa se non con tempi talmente lunghi dall’essere impossibili da percepire per l’uomo comune, dove mi fermo ad assaporare uno dei tanti momenti di estasi disconnesso dal reale che sono parte di questo Cammino, di ogni Cammino, e che permettono di risintonizzare tutti i relais in fase con l’onda lunga della vita
Mi aspettano diversi chilometri guardando in basso, ma le prime centinaia di metri le percorro insieme a Manfred e Mike, che mi hanno raggiunto mentre mi concedevo la soddisfazione di scattare qualche foto a questo luogo e ai panorami di cui qui si abbonda senza mai essere sazi
Procediamo in fila indiana lungo un’idea di tracciato più che un sentiero, che si snoda e si allunga lungo il fianco del rilievo percorrendolo da un capo all’altro, in questa parte ancora sommitale e non aggravata dalla pendenza, quasi a obbligare chi lo percorre a guardare le cose da lati diversi, prima verso nord, poi verso sud, gli stessi panorami, diverse le illuminazioni, le sensazioni, sarebbe assurdo perdersi in questi pensieri così minuti, se non fosse vero
La vegetazione è bassa, di montagna, muschi, licheni e cespugli, una vista spoglia direbbe qualcuno, essenziale e adatta(ta) direbbe qualcun altro, tant’è penso io e in questo sta la sua bellezza
L’idea di tracciato termina su una sterrata sassosa che pare un’autostrada tanto è larga e piatta ed evidentemente realizzata immaginando un traffico di viandanti significativamente più consistente dell’attuale, intimamente sperando che non sia invece un prodromo dell’ennesimo nastro di asfalto per portare gli eterni turisti da salotto fino alla cima del monte
Una sterrata larga, ma ben più pendente del sentiero e il mio ginocchio mi fa rallentare sensibilmente per cui invito i miei compagni di viaggio ad andare avanti, sia perché non voglio che si attardino per stare con me, sia perché da qui si intravede l’Embalse e sento che le centinaia di metri verticali che me ne separano saranno il contraltare della salita di ieri
È come andare a ritroso nel tempo, quasi una sorta di regressione psicanalitica junghiana, questa camminata in discesa sospesa nel tempo ma non nello spazio, lunga al punto da dimenticare quando è iniziata tanto sprofondo nei miei pensieri pur mantenendo l’attenzione al mondo circostante, nuovamente la percezione di avere il cervello nettamente distinto in due parti una all’oggi, l’altra che naviga all’indietro riportandomi ad istanti della mia vita non dimenticati ma sepolti e, guarda caso, tenuti insieme da scale
scese a rompicollo alla fine della terza media, promosso con ottimo, la soddisfazione di sapere di aver fatto il mio dovere e di aver reso orgogliosi mamma e papà, che solo un tredicenne può avere, a gonfiarmi il petto e le vene, immaginandomi la nuova vita, da grande, e tutto quello che sarei riuscito a realizzare
quel del liceo percorse mestamente al termine del primo anno, rimandato, due materie, la vergogna, il dolore, la tristezza, la rabbia verso me stesso e verso tutti, la presa di coscienza che il mondo dei grandi non è fatto per chi è ancora bambino, che gli altri non sono tutti buoni, che tradiscono, sono egoisti, opportunisti, indifferenti
le medesime cinque anni dopo, il giorno dei quadri della maturità, promosso con la sufficienza, io non più io, nella media, sogni di gloria infranti, ancora tanta rabbia, senso di liberazione, aria nuova, pulita, assenza di incenso ad impiastrare i respiri
titubante su quelle della facoltà il primo giorno di università, ora si che sono grande, autonomo, scelgo, decido, ci metto la faccia, l’aula magna di Geologia, antica come le ossa di dinosauro conservate al museo, polverosa, austera, densa di sapere a cui anelo abbeverarmi
percorse sempre al trotto in caserma, in divisa, nella top ten alla consegna dei diplomi di fine corso AUC, orgoglioso di esserci riuscito, da solo, le mie forze, la mia caparbietà, il divertimento, la curiosità, la responsabilità
sofferte quelle metalliche delle aule di ingegneria, moderni prefabbricati dove il numero di corpi ottunde i sensi e disarma la mente, su cui arrancavo perché “che lavoro è fare il geologo, mica ci si mangia”, odiate ogni oltre immaginazione, percorse all'infinito, bocciature a raffica, senso di disgregazione, di incapacità, di inutilità
di nuovo quelle di Geologia, sempre uguali a se stesse anche dopo anni, immutabili come il tempo, il giorno della Laurea e poi quello della discussione del Dottorato “lei è un arrogante, parla come se conoscesse soltanto lei gli argomenti di cui discute, ma è un valido lavoro e le conferiamo il titolo”, e vaffanculo, sono arrogante perché so quello di cui parlo, altrimenti ho imparato a mie spese che è meglio stare zitti
del Campidoglio gradoni fatti di storia discesi a passo lento il giorno del matrimonio, Roma imbiancata dalla neve come a voler regalare uno scorcio quasi irripetibile, le reminiscenze dell’antico splendore ammantate d’ermellino imperiale
del tribunale civile, scalini di marmo scivolati più che scesi , il giorno del divorzio, rampe austere, algide, vecchie, non antiche, prive di umanità, mura grondanti dolori e rabbie stratificate negli anni, senso di liberazione, di nuovo, finalmente
mobili quelle della metro, questa volta salite e non discese, come ad emergere dalla Burella per tornare a riveder le stelle, anzi più propriamente un sole, quello che mi illumina, mi scalda, mi accompagna ormai da tanti anni, l’unico per il quale mi immolerei e che wish you were here perché questo Cammino è magico, struggente, crudele, impietoso, implacabile, generoso ma soprattutto indispensabile e voglio che tu ne sia parte
(segue)