9 giugno Grandas de Salime – A’ Fonsagrada
Non potevo non farlo
Si legge nei diari di cammino, si ascolta da chi ne racconta, l’ho visto fare da altri in questi pochi giorni che ho passato camminando, non esiste che anche io non provi
Ad avviarmi nel lucore dell’alba ancora in fasce, non perché tema di non trovare posto in albergue a fine tappa, ma soltanto perché voglio farlo e provare una nuova esperienza e sentire un’altra cosa ancora
Sono diventato bulimico di emozioni
Punto la sveglia alle 5 e apro gli occhi al primo trillo, ben stipata sotto il cuscino per rispetto degli altri mi richiama alla vita che ho messo in attesa (sempre C3PO style) quando mi sono addormentato sazio, soddisfatto, felice
Intorno a me il silenzio dormiente è reso ancor più profondo dai sussurri e movimenti ovattati dei compagni pellegrini abituati a queste consuetudini
Io mi sento una rana in un acquario, scendo dalla cama superiore, non c’erano posti bassi disponibili ieri quando sono arrivato, facendo attenzione a non ribaltarla e a non franare sul letto vicino nonostante le oscillazioni da vascello in mezzo alla tempesta, infilo i pantaloncini, faccio una bracciata di tutti i miei averi e scendo le scale nella penombra delle luci di sicurezza per dirigermi verso la sala principale da cui sento provenire mormorii che si avvicinano al brusio
Uscendo dallo stanzone incrocio Christine di ritorno dal bagno a cui devo sembrare un fantasma, perché soffoca un urletto e mi apostrofa
“what the fuck are you doing up so early?” “oggi parto presto darling, ci vediamo lungo la via tanto tu cammini veloce <smile>
”
Nella sala, alcuni si vestono, altri fanno colazione, tutti parlottano a gruppi, io sono nel mio stato di grazia da Cammino volutamente solo in mezzo agli altri, impacchetto tutto per bene, scarico un paio di merendine dalla macchinetta e le ingollo mentre aspetto che l’altra macchinetta faccia il caffè, dio benedica l’euro, lo trangugio ed esco dopo aver augurato Buen Camino a chiunque sia intorno, i piedi fremono, l’anima è ipercinetica, se non inizio a camminare rischio di fare la fine del Samsung Note 8 (quello cui esplodeva la batteria, ndr)
Fuori l’alba è lì ma non c’è, si percepisce come un sussurro ma non si vede, il cielo è ancora grigio piombo ma non più nero giaietto, le stelle si stanno ritirando come un corteo regale per prendersi il meritato riposo e cedere il posto a Ra che tra poco fiammeggerà incontrastato signore del mondo, e mi avvio per uscire dal paese confortabilmente guidato dalle dorate frecce
Camminare nel lucore antelucano è una esperienza che deve essere fatta
Il mondo giace quieto e ancora addormentato, non di quel profondo sonno delle ore più dense della notte, quanto di quello leggero in cui il cervello inizia a riattivare uno dopo l’altro tutti gli interruttori, come un pilota di aereo prima del decollo controllando che tutto sia in ordine con un automatismo che sfora nel sovrappensiero, è il momento in cui, se ancora fossi nel letto, vivrei i sogni come fossero realtà con la possibilità di modificarli e agirci dentro, l’attimo in cui il silenzio cupo della notte è rotto dal cinguettio degli uccelli, sveglia naturale del pianeta, incapaci di trattenersi dal condividere con chiunque la loro gioia di vivere al nuovo sorgere del giorno
Milleseicentochilometriorari, decina più decina meno per tener conto della latitudine rispetto all’equatore, mi portano in pochi minuti dalla notte al giorno e la magia di quell’attimo incommensurabile tra buio e luce si dilegua, aprendo allo sguardo la scenografia del mondo
Cammino sulla carretera, salendo leggermente uscito dal paese, me la prendo comoda, seguo le frecce che mi portano su una deviazione inutile che altro non è che un controviale della strada asfaltata e quando torno indietro vedo arrivare Christine
La aspetto, cortesia, gentilezza e comunione sono parole d’ordine perse nella vita sociale del terzo millennio ma ancora valide e prepotentemente presenti sul Cammino, iniziamo a chiacchierare, leggermente, frammentariamente, perché i fumi del sonno non sono ancora svaniti del tutto e il metabolismo ancora non carbura a pieno regime, parole lievi, pensieri spessi, scampoli di vita, spezzoni di ricordi, che sgorgano liberamente e senza pudore man mano che il sole sale e i passi si susseguono
Christine, delicata ma strenua, che in un’altra vita dedica il suo tempo a trovare una sistemazione lavorativa alle migliaia di immigrati affluiti nei Lander, affinché possano anch’essi trovare un posto al sole del progredito Occidente, in luogo di quel posto sotto il sole dei mille e più paesi che hanno abbandonato per disperazione, nella manifestazione materiale di cosa voglia dire politica inclusiva
Christine, con il suo inglese pressoché perfetto, appena velato dalla durezza linguistica della terra di Faust, la voce pacata, gli occhi decisi, consapevole di avere un ruolo nel mondo eppure in Cammino alla ricerca di quell’energia intangibile che le serve per poter assorbire l’angoscia di cui è testimone ogni giorno
Lunga piega a sinistra del nastro d’asfalto sui cui quasi inconsistenti scivolano i nostri piedi ed ecco
Casa Federico, emporio, casalinghi, tabacchi, insomma una tienda “by definition”, riferito essere
l’ultimo bar delle Asturie il cui ricordo, a ripensarci dopo, è ornato da un velo di tristezza perché le Asturie non perdonano, come il Primitivo, ti lacerano, ti scorticano, ti coccolano e restano li, sottopelle come un tatuaggio, una cicatrice indolore a sempiterna memoria di un luogo e un tempo unici nella vita
Una pausa è d’obbligo, non per la stanchezza ma per il rito quotidiano della colazione che qui è rivestita di un significato diverso, più ampio di quello che ha prendere un caffè al bar
Classico dei classici, cafè y leche, sumo de naranja, tostado, ci sediamo ad un tavolinetto sgangherato incastrato tra il muro e il nastro d’asfalto e salutiamo gli altri pellegrini come se il tempo non esistesse, assaporando ogni morso, sorso, istante
Il sole sale, la vita si riattiva, il cervello si snebbia e noi abbandoniamo la tienda per affrontare la giornata, un altro tassello nell’affresco dei ricordi, un altro istante di esistenza passato ma non dimenticato, un altro sassolino gettato nel mare della memoria a costruire quella montagna di fatto e vissuto che ognuno porta seco e che lo rende unico
Si cammina in pianura, attraverso campi e limitar di boschi e poi si salicchia verso l’
Albergue Juvenil de Castro, terzo ricovero, dopo Bedenaya e La Mesa, dove il mio bellissimo e inutilissimo programma diceva che mi sarei dovuto fermare e che invece vedo soltanto scivolare alla vista mentre passo
I passi scorrono, il tempo segue, i pellegrini sulla via aumentano, volti finora soltanto scorti sfuggevolmente o affatto, mi affiancano, superano, si fermano, parlano, sulla lunga tratta di carretera in salita che porta a Peñafonte mi raggiunge Juan Josè e quello che ho ormai imparato essere il rito pellegrino fondamentale si srotola con la semplicità di un respiro, di dove sei, da dove vieni,
ah! sei italiano, bella italia ho fatto la Francigena fino a Roma per andare a vedere il Papa (beato te JJ, ammiro la tua fede in un tonacato bianco a capo di una schiatta di neri che si professano unici depositari al mondo della vera fede in nome della quale hanno dominato coscienze, anime, vite, re e imperatori, popoli, scienziati, artisti e letterati, con la protervia di applicare un dogma di 2000 anni fa ad un mondo che nel frattempo è evoluto, cambiato, modificato, senza mai fermarsi a chiedersi
“ma se Cristo fosse vissuto oggi, cosa avrebbe detto di noi? Vedi mai che ci avrebbe scacciato dal tempio come novelli farisei per vendita non autorizzata di indulgenze e illusioni? Avrebbe avuto pietà di chi ha perseverato ingiustizie e molestie senza pentirsene, anzi nascondendo, riallocando, spostando, i responsabili di così tanto dolore?, pensieri caustici, rancorosi, la cui sorgente conosco fin troppo bene, si sovrappongono alle parole di Juan Josè, bonario spagnolo un po Sancho Panza un po Don Abbondio, non dando merito alla compagnia di quest’uomo che non ho incontrato per caso per percorrere insieme qualche chilometro di vita e che, come chiunque, mi darà una lezione di umanità
(segue)