10 giugno A’ Fonsagrada – O’Cadavo Baleira
Stamattina mi rode
Neanche apro gli occhi che già penso che non mi va di camminare di nuovo, che il ginocchio mi fa male, che la parte che tanto aspettavo è passata e quindi che senso ha continuare,
dai che sei stanco, ti si rotto, ti fa male tutto, fa caldo, ti scotterai, soffrirai la sete, ti supereranno tutti, arriverai tardi e non ci sarà posto
Mi alzo, nel silenzio della camerata già svuotatasi, e mi rode
Scendo a sinistra come tutte le mattine e mi rode
Mi vesto, un po svogliato, mi rode
Faccio colazione nella sala comune dell’albergue, muffin e succo di frutta che ho comprato ieri sera, e mi rode talmente che non vanno né su né giù e lascio tutta la confezione per chi verrà dopo di me
Esco nelle prime luci dell’alba dell’alba e mi rode
Perché c***o mi devono girare così stamattina non riesco a capirlo, ma inizio a camminare lo stesso, tanto che altro posso fare? il morale sotto i piedi e la voglia di camminare una lontana reminiscenza

I colori tiepidi dell’aurea aurora mi accompagnano nel mio incedere svogliato e stranito attraverso il paese disabitato, è sabato mattina, le campane ancora non hanno chiamato la gente a raccolta, le sveglie tacciono silenziate, e i passi dei miei scarponi contaminano la quiete che avvolge le cose e le case con un pestare rabbioso nemmeno fossi un relitto di sturmtruppen dimenticato dalla storia
A’ Fonsagrada, la chiesa, la piazza, un bar, l’unico aperto, mi fermo per un caffè che sa di bruciato, straniero in terra straniera come mai mi sono sentito finora
Proseguo, passo davanti al Cantabrico e capisco che mi rode, perché mi sono sentito “tradito” dai miei amici ieri sera, messo da parte perché i tedeschi “hanno fatto comunella” per riservarsi i posti in albergue lasciandomi da solo
Che pensieri inutili e infantili, idioti nella loro crudezza, ingiusti perché ammesso che fosse, e probabilmente non lo è, le persone sono fatte ognuna a proprio modo e che diritto ho io di sentirmene ferito, starnazzo tra me e me in silenzio perché nel silenzio cammino e dal silenzio sono avvolto, mentre l'eterna lotta tra me e me medesimo riprende forza e vigore come se non fossi passato attraverso la Ruta
Supero l’abergue municipal e mi avvio per la discesa, un nastro d’asfalto lucido di rugiada che viene dal nulla e porta nel nulla finché, finalmente, seguendo le frecce abbandono l’opera umana per ritrovarmi in quella della natura e del creato, un bosco a dismisura, alberi alti, le cui fronde sommitali viste da qui sotto sembrano giocare con le nuvole nella distesa azzurra del cielo, lo attraverso accompagnato dagli scoiattoli che si rincorrono sui tronchi, una volpe che fugge spaventata dal mio arrivo e soprattutto dal canto degli uccelli, che sembrano ciarlare tra loro di questo intruso che proditoriamente si trascina attraversando il loro regno, migliaia di uccelli, invisibili persi tra i rami e le foglie ma presenti, sonori, al punto che nonostante tutto registro un video, in cui non ci sono altro che alberi ma tanti tanti cinguettii di ogni tono e frequenza, perché non saprei come altro trattenere una memoria così fuggevole e intangibile da raccontare a parole
Continuo avvolto da questo mondo incontaminato, perso a rincorrere circonvoluzioni senza via di uscita se non la stessa, la solita di sempre che però inizia a stancarmi
Dentro e fuori dal bosco, su sentieri e viottoli, sbaglio strada ma non per molto, torno indietro guidato dalle voci di altri pellegrini che mi risultano disconnesse dalla materia, rincorrendosi come un eco mentre i corpi che le hanno generate sono nascosti dalle pieghe del sentiero
Poi arriva la salita verso l'Alto di Montouto, all’inizio equivocabilmente dolce e modesta ma poi impervia e sassosa, altra forca caudina a ricordarmi che non importa quante salite hai fatto, ce ne sarà sempre un'altra da affrontare per rinfrescarti, nel caso te ne fossi dimenticato, quali sono i tuoi limiti, e in quei chilometri snap snap snap si chiudono i circuiti e torno cosciente del qui ed ora, mi rendo conto che prima chi parlava era l'altro me, quello che da anni e anni, troppi, non fa che minare e demolire in un massacrante giochino mordi e fuggi e che con un perfetto tempismo piazza il colpo quando credo di aver raggiunto qualcosa, un conflitto che non so nemmeno da quanto va avanti e al quale sono ormai talmente abituato da non farci più nemmeno caso
Ma si vive per imparare e io sono più sveglio dell'altro me
Mi ricordo di tutti pensieri fatti tra Borres e Grandas, di quanto quella sofferenza mi abbia portato a sentirmi non solo vivo ma finalmente in controllo di me stesso, in pace con l'accettazione di non essere un superman sempre perfetto e irreprensibile, quello che non deve necessariamente piacere a tutti, quello che deve arrivare primo per non essere criticato, per cui il fallimento è la peggiore delle sconfitte, e, come crede chi pratica il buddhismo del Sutra del Loto di Nichiren, cambio il karma della giornata che si trasforma in un Cammino diverso, camminato al mio ritmo, aprendo gli occhi, le orecchie, il naso, la pelle, tirandomi fuori dal buco in cui tramavo di confinarmi e i cupi pensieri che mi hanno accompagnato in questo scampolo di mattinata si liquefano lentamente, lasciati indietro appiccicati alle impronte invisibili che lascio sul sentiero
L’Ermita di Montouto è moderna ma inspiegabilmente ha il fascino, ancorché diverso, delle altre che segnano questo Cammino, forse perché appollaiata su un prato verde smeraldo battuto dal sole a sua volta poggiato in cima al monte da cui lo spazio si libra e spazia ad ovest fino all’orizzonte sfumato dalla foschia, dove mi sembra di intravvedere le guglie della Cattedrale del Santo
Chimera, visione, miraggio, immaginazione, cui prodest? La mèta è lì, si intuisce e chiama, tira con una forza che bisogna contrastare per decidere di fermarsi per un meritato riposo all’ombra della piccola facciata intonacata di bianco, mentre tutto intorno altri pellegrini arrivano a piccole ondate come frangenti di un mare intangibile
L’aria si riempie di linguaggi, frammisti, scomposizione di lingue e ricomposizione di emozioni, mentre il sole sale e io vago tra le rovine dell’Hospital de Montouto, anche qui roccia su roccia, come a Buspol, sassi incastrati senza malta perché la semplice forza della massa fisica e dell’amore trasfuso da chi li ha eretti e da chi li ha abitati li tiene insieme dalle nebbie del tempo, incastonato memento di condivisione e solidarietà

Rinfrancato, i piedi mi portano sulla discesa di un nuovo bosco, prima agevole poi più ripida e stretta che fa da specchio alla salita precedente come in un quadro di Escher, fino ad arrivare a Casa Meson, aperta al contrario di quel che riporta la guida, e affollata come ancora non avevo visto nessun posto su questo Cammino, un rifugio di montagna senza la neve, con gente allegra e colorata che si rilassa, mangia, beve e si gode la sensazione di essere vivi ed in compagnia di eguali

Mollo lo zaino su una panca e mi rifocillo con torta di Santiago e caffè, godendomi questo senso di estraniazione inclusiva che ormai fa parte di me, diversi ma uguali sconosciuti che sconosciuti non sono, perché tutti stiamo andando nello stesso luogo anche se qualcuno ci arriverà prima, qualcuno dopo, qualcuno forse non questa volta, ma che nella mente siamo già tutti lì e l’aria vibra, per il momento ancora di sottofondo e con note indistinte, di gioia e soddisfazione, amore e armonia, compiacimento e coscienza
Vedo arrivare un pezzo della Familia ma ancora non ho smaltito totalmente la mia nube tossica interiore e preferisco semplicemente salutarli e sorridendogli mi riavvio, sapendo che le ore a venire saranno nuovamente importanti da vivere da solo, sempre da solo che solo non sono
(segue)